Firmato il Mercosur, ma restano i dubbi su chi vince e chi perde
di Giuseppe Baselice, Rio de Janeiro
In Paraguay la cerimonia di sottoscrizione dell’accordo commerciale tra l’Europa e il blocco sudamericano. Molti timori sul fronte agricolo, tante speranze per l’industria

Chi sarà davvero il vincitore dell’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, firmato oggi in Paraguay, lo dirà solo il tempo, anche perché il trattato va ancora approvato dal Parlamento europeo e poi ratificato dai parlamenti dei singoli Paesi. E in ogni caso l’azzeramento delle tariffe doganali sarà graduale, andando a pieno regime solo tra una quindicina di anni. Sulla carta potrebbe persino aprirsi uno scenario win/win, in cui tutti possono comprare a prezzi più vantaggiosi, ricordando che quella in embrione è l’area di libero scambio più grande del mondo, in rappresentanza di oltre 700 milioni di persone e di un quarto del Pil globale. Uno schiaffo ai dazi di Trump ma anche il consolidamento di un asse, quello tra Europa e Sudamerica, tuttora poco esplorato nonostante i legami culturali e le enormi potenzialità di mercato, contando che il Vecchio Continente attingerebbe finalmente a materie prime, alimentari ma pure energetiche, di cui è sprovvisto.
Tuttavia non mancano le insidie, da entrambe le parti. Prendiamo ad esempio il Brasile, che del Mercosur è la prima economia e dal punto di vista commerciale vive un momento d’oro: l’export verso il suo principale partner, la Cina, ha registrato nel 2025 il secondo miglior risultato degli ultimi 30 anni, con 171 miliardi di dollari. Il Paese lusofono è già oggi la fattoria del mondo: per dare alcuni numeri, rappresenta il 74% del commercio globale di succo d’arancia, il 60% di quello di soia, il 56% dello zucchero e un terzo del caffè. E ora il suo settore agricolo è in fermento, potendo conquistare nuovi sbocchi: le previsioni dell’Istituto Ipea dicono che solo l’export di carne suina e di pollo verso l’Europa aumenterà del 20% da qui al 2040, ma pure lo zucchero del 19%, oli e grassi vegetali del 14%, frutta e verdura del 4,5%. Per noi significa importare tutto questo a prezzi più convenienti e con i nostri agricoltori protetti per lo meno teoricamente da quote rigorosamente fissate e dalla possibilità per Bruxelles di reintrodurre dazi non solo se verranno superate, ma anche se i prezzi dei prodotti importati dovessero diminuire di oltre l’8%.
Senza contare poi la tutela specifica di ben 358 Igp europee, di cui 57 italiane tra le quali 31 vini e poi formaggi, salumi e altri campioni del Made in Italy: addio dunque al finto prosciutto di Parma, ma anche a mortadella Bologna, salame Milano, Prosecco. Una manciata di nostre specialità potranno invece continuare ad essere vendute con il loro nome, ma senza indicare la provenienza dall’Italia nella confezione: Gorgonzola, Grana Padano, Parmigiano, Fontina. Questi prodotti in compenso guadagneranno un nuovo mercato potendo essere venduti a prezzi più accessibili in Brasile. Si pensi per esempio al vino, che oggi un Paese come l’Italia esporta poco verso quell’area del mondo perché è tassato al 27%, o all’olio extravergine di oliva, su cui pesa una tariffa al 10%. Ne beneficeranno gli stessi consumatori brasiliani, che potranno comprare a prezzi accessibili anche la nostra pasta, i nostri sughi, i nostri pomodori in scatola. Insomma un bello spot per la cucina italiana, fresca di riconoscimento Unesco. Però rimangono i dubbi su quello che finirà sulle nostre di tavole, tentati da prezzi vantaggiosi: in Brasile giurano che gli standard sanitari e ambientali verranno rispettati, ma intanto il 37% dei pesticidi usati nei loro campi è proibito in Europa, ed è anche per questo che la Francia ha votato contro e che il nostro mondo agricolo ancora storce il naso.
Comunque non c’è solo l’agricoltura: il Sudamerica è un’area sempre più deindustrializzata e ha bisogno della nostra capacità di trasformazione. L’accordo potrà ad esempio dare nuova linfa al settore auto europeo, che secondo le previsioni Ue esporterà 20,7 miliardi di euro in più di veicoli da qui al 2040, andando a sfidare la Cina che si sta costruendo una leadership in quella porzione di mondo. Ma saranno venduti anche 2,6 miliardi di euro in più di prodotti farmaceutici, 5,4 miliardi di macchinari, 2,1 miliardi di apparecchiature elettriche e 4,8 miliardi di prodotti chimici.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






