L'attacco Usa, la cattura di Maduro, l'ipotesi Machado: cosa succede in Venezuela
Trump conferma l'operazione su vasta scala: «Portati fuori dal Paese, ora valuteremo la prossima leadership». Caracas nel caos dopo gli attacchi nella notte. La Farnesina chiede agli italiani di non uscire di casa.

Gli Stati Uniti hanno colpito nella notte il Venezuela con un raid aereo sulla capitale, Caracas. Il presidente Nicolás Maduro è stato catturato insieme alla moglie, Cilia Flores, ed è attualmente detenuto a bordo della nave militare statunitense Iwo Jima, diretta verso New York, dove potrebbe comparire davanti a un tribunale federale già lunedì. Washington ha reso noto di aver incriminato, oltre alla coppia presidenziale, anche il figlio Nicolás Ernesto Maduro, con accuse legate al traffico di droga e al possesso illegale di armi da fuoco. Mentre resta incerta la sorte della vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez: secondo il New York Times si troverebbe ancora a Caracas, secondo altre indiscrezioni, poi smentite da Mosca, in Russia. Il Paese intanto è precipitato nel caos, mentre il presidente americano Donald Trump ha dichiarato di essere pronto a «valutare le opzioni per la prossima leadership» venezuelana.
Trump ha raccontato di aver seguito l’operazione in tempo reale dalla sua residenza di Mar-a-Lago, spiegando che l’intervento era stato inizialmente pianificato quattro giorni prima, ma rinviato a causa delle condizioni meteorologiche avverse. Il presidente ha escluso vittime statunitensi: «Un paio di ragazzi sono rimasti feriti, ma sono rientrati e stanno abbastanza bene», ha detto. Secondo la ricostruzione fornita dalla Casa Bianca, l’arresto è avvenuto nel cuore della notte venezuelana, attorno alle 7 del mattino in Italia. Maduro e la moglie sarebbero stati prelevati dalle forze statunitensi nella loro camera da letto mentre dormivano. In un’intervista a Fox News, Trump ha affermato che il leader venezuelano avrebbe tentato una negoziazione all’ultimo momento: «Ho detto no», ha raccontato, paragonando l’operazione alla cattura e uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani. Secondo quanto riferito dalla Cnn, l’amministrazione Trump aveva avviato i preparativi già a metà dicembre, con piani incentrati sulla rimozione di Maduro e sull’istituzione di un governo di transizione guidato da un gruppo di esponenti venezuelani. «Un’operazione davvero impressionante», l’ha definita il vicepresidente JD Vance, rivelando che Trump avrebbe in passato «offerto diverse vie d’uscita» al regime di Caracas.
Il presidente statunitense non ha nascosto la propria soddisfazione: la cattura di Maduro è «un segnale che dimostra che non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato, lanciando un avvertimento ai funzionari venezuelani rimasti fedeli all’ex presidente: «Se continueranno a sostenerlo, il loro futuro sarà davvero brutto». Sul piano internazionale, tuttavia, l’azione americana ha sollevato forti critiche. La Francia ha avvertito che la cattura di Maduro rappresenta una violazione del diritto internazionale. Palazzo Chigi ha parlato di «legittima difesa», precisando però che, «in linea con la storica posizione italiana, l’azione militare esterna non è la strada da percorrere». Da Pechino è arrivata una «ferma condanna» dei raid, accompagnata dall’invito ai cittadini cinesi a evitare viaggi in Venezuela. Trump ha cercato di rassicurare la Cina, principale importatore del greggio venezuelano: «Otterranno il petrolio», ha assicurato. La Russia ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, prevista per domani. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha espresso preoccupazione, parlando di un «pericoloso precedente» e denunciando il mancato rispetto del diritto internazionale.
L'ipotesi Machado: chi è e cosa potrebbe succedere
«Valutiamo l’ipotesi di María Corina Machado alla guida del Paese». Con queste parole, volutamente ambigue come al suo solito, Donald Trump si è riferito al futuro del Venezuela dopo «la cattura ed espulsione» di Nicolás Maduro. E lei, la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace, ha fatto altrettanto parlando al plurale e dicendo che «siamo pronti a prendere il potere». Machado è una delle opzioni sul tavolo ma non – ancora – quella definitiva. Eppure la «Lady di ferro latinoamericana», come l’hanno soprannominata i media, «nemica numero 1 di Hugo Chávez», è la candidata naturale del Partito repubblicano con cui ha legami storici, creati fin dall’Amministrazione Bush. Dell’attuale segretario di Stato, Marco Rubio, è amica di vecchia data. Tanto che, quando era ancora senatore, il capo della diplomazia Usa ne aveva segnalato l’impegno «per una transizione democratica» al Comitato di Oslo. «È la quintessenza del patriottismo» aveva detto lo scorso anno in un’intervista a Time.
A lungo ai margini per le sue posizioni filo-americane ed estreme secondo buona parte del fronte anti-Maduro, Machado ne ha assunto la guida nel 2024 quando ha stravinto le primarie con il 95 per cento dei voti. Il governo, però, ha impiegato una serie di cavilli giudiziari per tagliarla fuori dalla corsa. Questo, però, non l’ha fatta desistere. Con una mossa a sorpresa, Machado ha cercato un sostituto a cui «trasferire» il suo capitale di consensi. La decisione è caduta su una figura moderata, nota per le sue capacità negoziali, ovvero Edmondo González Urrutia, ritenuto da Stati Uniti e buona parte dell’Unione Europea, il vincitore delle elezioni del 28 luglio 2024. Di nuovo, nonostante le promesse fatte all’amministrazione Biden, Maduro ha «ritoccato» i risultati a proprio favore costringendo Machado alla clandestinità e lo sfidante all’esilio a Madrid. Ora, che ruolo giocherà quest’ultimo nel riassetto degli equilibri di Caracas? Per l’opposizione è lui – non Machado – il presidente legittimo. José Manuel Albares, ministro degli Esteri della Spagna – la quale non riconosce la legittimità né sua né di Maduro come presidente - l’ha subito contattato per un confronto sugli «sviluppi». Trump, però, non l’ha citato. Del resto, ha detto, su chi comanderà nel Paese, «stiamo ancora decidendo». A parlare, invece, è stata l’opposizione. «Siamo pronti per la grande operazione di ricostruzione della nostra nazione» le parole da Madrid di González.
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