Due guerre parallele e una domanda: Trump è in grado di contenere Netanyahu?

Mentre Israele punta al cambio di regime in Iran, gli Usa modificano gli obiettivi di giorno in giorno e cercano una "exit strategy" soprattutto sul prezzo del petrolio. Il rischio adesso è che la divergenza di vedute produca un'intensificazione dei conflitti su base regionale
March 21, 2026
Due guerre parallele e una domanda: Trump è in grado di contenere Netanyahu?
Donald Trump e Benjamin Netanyahu durante una delle ultime visite del premier israeliano alla Casa Bianca / Reuters
Il conflitto in Medio Oriente assomiglia sempre più a due guerre parallele, dove, nella loro escalation contro l’Iran, Stati Uniti e Israele perseguono obiettivi diversi e non sempre conciliabili. Washington ufficialmente continua a indicare come priorità strategica impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. «Non è il punto principale cambiare il regime», ha precisato Donald Trump. Ma è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una “exit strategy”.
Israele invece dall’inizio punta, e continua a puntare, a smantellare in profondità il regime iraniano e a ridisegnare gli equilibri di potere nella regione. Perché per Israele l’Iran è una minaccia diretta e permanente, da neutralizzare anche al costo di destabilizzare l’intera regione. Per gli Stati Uniti, invece, disinnescare le ambizioni nucleari della Repubblica islamica deve quadrare con la sicurezza degli alleati del Golfo, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’equilibrio dei mercati energetici, per ragioni strategiche ed anche economiche e interne.
Le mosse militari dei due Paesi lo dimostrano. Se nelle prime due settimane gli attacchi congiunti hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane, con il passare le scelte si sono separate. Washington ha concentrato gran parte dei suoi sforzi sulle capacità missilistiche, navali e sui sistemi che minacciano il Golfo e le rotte energetiche. Israele, invece, ha esteso il raggio d’azione a obiettivi interni, apparati di sicurezza e persino infrastrutture civili strategiche, come i giacimenti di gas. E qui è emersa la frattura più evidente.
L’attacco israeliano al gigantesco giacimento di South Pars – seguito da ritorsioni iraniane contro impianti energetici in Qatar e Arabia Saudita – ha costretto Trump a richiamare Benjamin Netanyahu, affermando che gli Stati Uniti «non sapevano nulla» dell’operazione. Negli ultimi giorni, infatti, Trump sembra aver gradualmente perso il controllo del conflitto. Il prezzo del petrolio, la tenuta dei mercati e il consenso elettorale sono strettamente intrecciati, ma Israele sembra spingere sempre più decisamente in direzione opposta.
Per ora Trump ha cercato di arginare la situazione dal punto di vista dell’immagine, dichiarando una pluralità di obiettivi – distruzione delle capacità militari, contenimento nucleare, pressione sul regime – per poter rivendicare di giorno in giorno successi parziali. Ma la sua convinzione, spesso ostentata, di potersi fermare quando lo riterrà opportuno, appare sempre più in dubbio. Il rischio che la divergenza tra i due alleati produca escalation regionali, distruzione delle infrastrutture energetiche e instabilità diffusa, rendendo la guerra più lunga e più imprevedibile proprio perché combattuta con due logiche diverse. In questo quadro emerge una domanda cruciale: Trump è in grado di contenere le ambizioni di Netanyahu? I segnali suggeriscono il contrario. Nonostante le sue prese di distanza, infatti, il presidente americano non è stato finora in grado di indirizzare le scelte israeliane.

© RIPRODUZIONE RISERVATA