Della Pergola, Segre e il voto in Israele: «Non ci si aspetti che chiuda le ferite»

L'analista israeliano: «È centrale la decisione su un “listone” che unisca l’opposizione. Il rischio è che l’incarico vada di nuovo al Likud di Bibi». Il direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre: «Il 7 ottobre sono crollate tutte le certezze E quando crollano le certezze crolla anche il senso di sé. È una fine da elaborare» . Su tutto, la minaccia dell'Iran
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June 4, 2026
Della Pergola, Segre e il voto in Israele: «Non ci si aspetti che chiuda le ferite»
La Knesset, il Parlamento israeliano /Epa
In autunno gli israeliani, accusati da più di tre anni di inefficacia nel contrasto delle politiche di Benjamin Netanyahu, se non di aperta “connivenza”, potranno esprimere il loro giudizio alle urne. Le elezioni, previste per settembre-ottobre, sono attese come un passaggio cruciale. L'analista israeliano Sergio Della Pergola e Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre,  partendo da prospettive diverse, arrivano alla stessa conclusione: il voto potrà aprire una nuova fase, ma non chiuderà le ferite del Paese. E probabilmente inaugurerà un lungo periodo di instabilità.
Per capire l’Israele di oggi, spiega Della Pergola, bisogna partire dalle cinque grandi matrici che ne hanno costruito la politica: il movimento laburista, la destra nazionalista, il mondo religioso moderato, l’universo charedi e i partiti arabi. Un sistema che per decenni ha garantito equilibri relativamente stabili e che oggi appare profondamente trasformato. «C’è stata una borghesizzazione del Paese. I socialisti proletari sono diventati classe dirigente urbana; la religiosità moderata ha perso terreno di fronte a quella messianica e, nella destra, la tradizione costituzionalista di Begin è quasi scomparsa, lasciando spazio a Netanyahu, che ha una prospettiva anticostituzionale e ha messo insieme una coalizione il cui scopo principale non è l’interesse nazionale ma la propria sopravvivenza politica». Sullo sfondo resta la questione che più di ogni altra influenza l’opinione pubblica: la percezione del rischio esistenziale rappresentato dall’Iran e dai suoi alleati regionali. «La maggior parte di noi è pacifista, ma quando convivi con una minaccia del genere la prospettiva cambia».
Sergio Della Pergola
Sergio Della Pergola
È su questo terreno che si stanno muovendo i leader in corsa. L’opposizione lavora a un’alternativa. «Naftali Bennett e Yair Lapid si sono uniti nella formazione “Beyachad” (Insieme). Fanno campagna elettorale, ma non siamo ancora riusciti ad ascoltare la loro posizione sui temi concreti: i palestinesi, Gaza, il Libano, l’Iran. Tra le figure emergenti, c’è Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore. Proviene dalle file militari ma non è militarista, ha idee liberali e rappresenta il solido buon senso». Ma la partita verso l’autunno si sta giocando soprattutto su un punto. Anzi una parola, molto “italiana”: listone. «La questione fondamentale – spiega Della Pergola – è se Bennett ed Eisenkot debbano unirsi, magari coinvolgendo anche Avigdor Lieberman, che esprime una destra laica militante e aperta ai diritti civili. Il listone avrebbe il vantaggio di consolidare una maggioranza rispetto al Likud di Netanyahu, e di presentarsi come il primo partito del Paese». Il punto è decisivo perché, secondo i sondaggi, pur essendo minoritaria, la coalizione pro-Netanyahu può ancora contare sul Likud come primo partito. «E questo significa che il Presidente della Repubblica sarebbe tenuto ad affidare a Bibi il primo incarico di formare il governo. Essere il primo partito è una scelta strategica fondamentale, ma non tutti lo capiscono». Resta il nodo dei partiti arabi. «L'idea sarebbe quella di portarli a bordo, ma Bennett, Eisenkot e Lieberman sono perplessi perché gli elettori potrebbero non comprendere la proposta». L’ipotesi più probabile, secondo Della Pergola, è quindi un governo di minoranza sostenuto dall’astensione dei deputati arabi. Un governo fragile. Un copione già visto. L’inizio, solo l’inizio, di un periodo difficilissimo di instabilità.
Gabriele Segre
Gabriele Segre
Una condizione che sembra propria del terreno su cui poggia Israele, spiega Segre. «È un Paese di faglia, che si trova geograficamente, storicamente, culturalmente laddove si scontrano grandi spazi. E la natura dei Paesi di faglia è proprio quella di manifestare in maniera parossistica, estrema, spesso violenta, i grandi quesiti non risposti che poi investono anche le nostre società. Le prossime elezioni potranno indicare molti spunti, ma certamente non porteranno alla soluzione di questi enormi temi». Lo sguardo che, da fuori, viene rivolto al Paese complica il quadro. «Israele ha fatto errori gravi ed evidenti nel corso di questi anni. E non è riuscito a spiegare il senso di insicurezza che l’accompagna di fronte a una storia e a un presente di guerra permanente, esistenziale, contro un nemico che vuole la sua cancellazione. Nel Paese c’è il timore, fondato, che se il regime iraniano avrà l’atomica la userà. In Israele è inaccettabile l’idea che si possa semplicemente sperare che la follia non abbia il sopravvento. Questo è difficile da comprendere dall’esterno, ma è essenziale per capire la mentalità israeliana».
La domanda è quanto potrà pesare sul voto la questione sicurezza, che è il principale motore di consenso di Netanyahu. «Le guerre non sono finite, i risultati non sono acquisiti. Hamas non ha la forza di preparare un altro 7 ottobre, ma c’è ancora. Hezbollah è stato drasticamente ridimensionato, ma c’è ancora. L’Iran è stato indebolito, ma il regime è ancora lì. Israele non è al sicuro. E Netanyahu aveva promesso l’annientamento dei suoi nemici. Ripete che “il lavoro non è finito”: pessimo gergo. Credo ci saranno altre fasi in questa guerra prima dell’autunno».
Ad aprile Segre ha pubblicato La fine della fine della storia. E “una” fine, in effetti, è quella che vede oggi in Israele. «La fine dell’idea che il conflitto fosse ormai governato, dell’illusione di poter tenere la guerra fuori dalla quotidianità, del senso di sicurezza garantito dalla deterrenza». Tutte certezze che sono crollate il 7 ottobre. «E quando crollano le certezze, fondate o meno che fossero, crolla anche il senso di sé. Per questo Israele è di fronte a un lutto. Un lutto per il 7 ottobre, ma anche per il Paese che sentiva di essere prima del 7 ottobre. In forme diverse, lo stesso vale per l’Occidente, che sta vivendo la fine di un mondo pacificato, regolato dal diritto. Come ogni lutto, anche questo richiederà tempo. Quello che Israele sarà dipenderà dalla capacità di elaborare questa perdita e di immaginarsi diversamente da come si vedeva prima».

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