Come il greggio alle stelle sta salvando la Russia dall'asfissia finanziaria

Nei primi due mesi dell’anno il Tesoro federale ha registrato un deficit del 150%. Un terzo delle entrate dipende dal petrolio, finora venduto sottobanco anche a soli 27 dollari al barile
March 15, 2026
Un treno trasporta cisterne petrolifere su una ferrovia alla periferia di Mosca / ANSA
Un treno trasporta cisterne petrolifere su una ferrovia alla periferia di Mosca / ANSA
hi sta vincendo la guerra in Iran? Certamente Vladimir Putin. Secondo calcoli della stampa specializzata internazionale, la Russia incassa al giorno circa 150 milioni di dollari in più dalle vendite del suo petrolio all’estero. Il che significa che il conflitto in Ucraina si allungherà. La ragione? Le cancellerie occidentali hanno finalmente compreso che, malgrado gli sforzi diplomatici di Donald Trump, il Cremlino proseguirà questo scontro “esistenziale” per l’attuale Amministrazione al potere fino a quando i soldi non finiranno. E dato che, da oltre un quarto di secolo, il sistema putiniano è principalmente basato sulla “vile pecunia”, il post-Putin rischia di essere davvero grigio. Nel 2006 in un famoso libro, Il collasso di un Impero: lezioni per una Russia moderna”, l’“architetto” delle riforme economiche post sovietiche, l’ex vicepremier Egor Gajdar, mise in guardia i suoi connazionali dagli shock petroliferi e li invitò a gestire bene le entrate dell’“oro nero”, concause del crollo dell’Urss. Adesso lo scenario si sta ripetendo: basse quotazioni delle materie prime e ingentissime spese militari (negli anni 80 Mosca era impegnata a fronteggiare le “guerre stellari” e il riarmo imposto dal presidente americano Ronald Reagan).
Qualche giorno prima che i bollenti spiriti prendessero nuovamente il sopravvento nel Golfo, si è tenuta una riunione segreta d’emergenza nella “sala dei bottoni” moscovita in cui si è discusso dello stato pessimo delle finanze federali. Le cause: il prezzo basso del petrolio sui mercati mondiali, le sanzioni internazionali e il rallentamento dell’economia. Un paio di elementi. Solo nei primi due mesi del 2026 il Tesoro federale ha collezionato un deficit di una volta e mezzo in più di quello registrato nello stesso periodo del 2025. Nel bilancio del 2026 il prezzo del petrolio (da cui dipende un terzo delle entrate totali federali) è indicato a 59 dollari al barile, ma per mesi lo si è venduto ufficialmente a circa 35; a gennaio 41. In realtà, però, a causa delle sanzioni internazionali Mosca lo ha offerto sottobanco con rilevanti sconti: a febbraio a 27-28 dollari al barile. Se si volessero ora pareggiare le spese con le entrate nel budget federale, asseriscono gli specialisti dell’Alfabank, servirebbero quotazioni stabili pari a 97 dollari.
Nell’estate ‘25, è bene ricordarlo, nei conti dello Stato si aprì una voragine che fu coperta a fatica. Senza la guerra in Iran, nei prossimi mesi sarebbe successa la stessa cosa, con l’aggravante che l’anno prima era stato già scrostato il fondo del salvadanaio e oggi riserve non ce ne sono più. I debiti sono stati spalmati un po’ ovunque – quasi come nascondere la polvere sotto al tappeto – ad esempio nei budget dei soggetti della Federazione, ossia le regioni. I costi della tragedia russo-ucraina sono stati riversati anche sulla popolazione, che, non lo si dimentichi, da un paio di anni lotta contro un’alta inflazione. Così l’Iva è stata appena alzata dal 20 al 22%; le tasse sono aumentate in modo generalizzato e, per dopo le elezioni parlamentari di settembre 2026, è stato annunciato l’incremento delle spese abitative. Tralasciando che interi settori – soprattutto quelli non legati all’industria militare – sono sull’orlo della bancarotta, che il sistema bancario è descritto dagli specialisti russi a dir poco “in una fase delicata”, è l’economia in toto a registrare un sensibile rallentamento. Pertanto la decisione di Trump di alleggerire ora le sanzioni Usa sul petrolio russo – scelta pesantemente avversata dagli europei – è per il Cremlino la classica luce lontanissima in un tunnel buio. Una boccata d’ossigeno inattesa da sfruttare al massimo, vendendo finalmente a prezzo di mercato milioni di barili bloccati in giro per il mondo. Mosca ringrazia: spasibo, drug Donald!

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