Chi controlla oggi lo Stretto di Hormuz? Tra Usa e Iran è guerra di propaganda
Trump provoca: il regime è decimato, andate lì a prendervi il greggio. Teheran risponde: è tutto sotto il nostro controllo. La verità è che al momento, nel tratto di mare in cui transitano le petroliere, passano solo le navi alleate degli ayatollah, a partire da quelle cinesi

Da un lato, le Guardie della Rivoluzione iraniana: «È completamente e saldamente sotto il controllo delle nostre forze». Dall’altro, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump: «Forzatelo». L’epicentro della guerra mossa da Washington e Tel Aviv contro Teheran, oggi al 32esimo giorno, continua ad essere lo Stretto di Hormuz, il tratto di mare, bloccato a causa della crisi, attraverso cui transitano le petroliere di tutto il mondo.
La sollecitazione del tycoon, diffusa attraverso un post su Truth, era rivolta ai Paesi preoccupati dall’assottigliarsi delle scorte di greggio e, in particolare, ai governi («come il Regno Unito») che hanno risposto “no” all’appello con cui la Casa Bianca ha invocato la formazione di una coalizione chiamata a scortare le navi cisterna che attraversano lo Stretto. «A tutti quelli che si sono rifiutati di intervenire nella decapitazione dell’Iran – ha sottolineato Trump – ho dei suggerimenti: numero uno, comprate petrolio dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza; numero due, fatevi coraggio, andate a Hormuz e prendetevelo e basta». Una provocazione accompagnata da una rassicurazione: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta». «Dovrete iniziare a imparare a difendervi da soli – ha rincarato – perché gli Usa non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi».
La pressione di Washington sugli alleati sarebbe dettata dalla consapevolezza che la guerra possa durare più a lungo del previsto: ben oltre le quattro, al massimo sei, settimane. Il presidente americano, così ricostruisce il Wall Street Journal, avrebbe ammesso ai suoi consiglieri di essere pronto a mettere fine all’operazione “Epic Fury” anche se Hormuz dovesse restare in gran parte bloccato.
Il regime non molla. «Il minimo movimento del nemico nello Stretto sarà contrastato da attacchi con missili e droni», ha puntualizzato la marina militare degli ayatollah. Il Parlamento di Teheran ha tra l’altro approvato una legge per introdurre un pedaggio a carico delle navi che transitano nello Stretto. Il provvedimento ribadisce la sovranità dell’Iran su quel tratto di mare, la cooperazione con l’Oman e una sorta di “scudo” a eventuali sanzioni. Secondo l’intelligence della compagnia Lloyd’s, il governo iraniano avrebbe già istituito un “casello” per il transito sicuro attraverso Hormuz regolato da codici di autorizzazione specifici e, in un paio di casi, da un pedaggio (milionario) che gli Stati Uniti e il Consiglio per la Cooperazione nel Golfo hanno bollato come «illegale».
Da Hormuz, adesso, passano solo le navi dei governi “alleati” degli ayatollah. Il sito MarineTraffic ha rilevato tra gli ultimi transiti quello di tre navi cinesi. Pechino ha confermato e, per mezzo del portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning, espresso «gratitudine» al regime per l’assistenza fornita. Era diretta in Cina pure la petroliera al-Salmi, battente bandiera del Kuwait, colpita (probabilmente per sbaglio) da un drone iraniano al largo di Dubai. A bordo c’erano 2 milioni di barili di petrolio.
La diplomazia internazionale lavora per arrivare allo sblocco di Hormuz con il dialogo. Secondo fonti europee, Teheran potrebbe valutare, in caso di negoziati seri per il cessate il fuoco, l’idea di affidare all’Onu un ruolo nella gestione della navigazione nello Stretto. Il coinvolgimento delle Nazioni Unite è parte anche del piano in cinque punti che il Pakistan, già Paese mediatore tra Washington e Teheran, ha messo a punto con la Cina nell’ambito di un incontro a Pechino tra il ministro degli Esteri cinese tra il ministro cinese Wang Yi e l’omologo pachistano Ishaq Dar.
I margini per arrivare a una soluzione della crisi sono strettissimi. Il presidente dell’Iran Masoud Pezeshkian ha ricordato che il suo Paese è stato attaccato da Usa e Israele due volte durante i negoziati. Gli ultimi, ieri, riguardano in particolare la città di Isfahan dove è finito nel mirino un grande deposito di munizioni. Qui, nel cuore dell’Iran, si pensa sia conservata la gran parte dell’uranio arricchito degli ayatollah. Colpito anche uno degli impianti di dissalazione dell’isola iraniana di Kish. I Guardiani della Rivoluzione hanno contrattaccato lanciando droni e missili contro Israele e le basi statunitensi nei Paesi del Golfo. Stasera, questa è la mossa annunciata, è atteso un raid di Teheran sugli uffici di una ventina di aziende statunitensi nella regione, tra cui Apple, Google, Tesla e Microsoft. La tensione ha portato il Regno Unito a inviare in Medio Oriente altri militari e sistemi di difesa aerea.
Continua a reggere l’ipotesi di un’operazione di terra degli Usa sull’isola iraniana di Kharg. Lo ha confermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth, senza tuttavia fornire dettagli: «Dobbiamo essere imprevedibili», ha puntualizzato. Il ministro ha colto l’occasione per incoraggiare il popolo del Make America Great Again a sostenere il tycoon anche in questa eventualità. «Intanto – ha aggiunto a sintetizzare le operazioni in corso – continuiamo a negoziare con le bombe».
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