A lezione da Hormuz: l'India punta sul mega progetto “Great Nicobar”
di Luca Miele
Il piano è ambizioso: rafforzare la posizione strategica in prossimità dell'imboccatura dello Stretto di Malacca. Sullo sfondo la rivalità con la Cina e il rischio di nuove strozzature al commercio globale

Il rischio è che diventi “un altro Hormuz”. Vale a dire, uno strumento di condizionamento politico-militare esercitato attraverso il controllo delle rotte e dei flussi, commerciali ed energetici. Perché, come ha scritto il Times of India, “lo choc di Hormuz non è solo una questione mediorientale. È una dimostrazione di come una crisi in un punto strategico possa propagarsi nel mondo moderno”. Insomma, il vero incubo per l’economia mondiale è lo Stretto di Malacca. Un dato cattura la sua rilevanza strategica: attraverso le sue acque - un “collo di bottiglia” che collega l'Oceano Indiano con il Mar Cinese Meridionale - transitano merci per un valore di oltre 2.400 miliardi di dollari, il 21% del commercio marittimo globale. Oltre l'80% delle importazioni cinesi di greggio e circa il 60% del suo commercio globale transitano da questo stretto.
Attorno allo Stretto di Malacca si addensano i piani strategici dei giganti asiatici. Ultimo a prendere forma è il progetto indiano di “Great Nicobar”, l'isola dell'arcipelago delle Andamane e Nicobare, tra Myanmar e Indonesia. Di cosa si tratta? Il progetto indiano prevede la costruzione di una serie di infrastrutture: un terminal container internazionale a Galathea Bay, un aeroporto a duplice uso (civile e militare) con capacità di gestire sia voli commerciali che aerei da caccia pesanti e velivoli da pattugliamento marittimo ad ampio raggio, centrali a gas e solari e un nuovo insediamento urbano, una "smart city" di circa 166 chilometri quadrati per accogliere personale civile, militare e commerciale. Il progetto sarà completato entro il 2047 in tre fasi, con un costo previsto tra i 9 e gli 11 miliardi di dollari.
Come scrive Geopolitical Monitor “l'importanza strategica del progetto deriva dalle sue motivazioni economiche e geopolitiche. L'hub di trasbordo è concepito per ridurre la dipendenza dell'India da altri importanti porti in acque profonde della regione, come Colombo e Singapore. Nuova Delhi ha già realizzato un nuovo porto a Vizhinjam, nel Kerala. Tuttavia, la crescita dell'economia indiana e l'espansione del commercio internazionale richiederanno ulteriori infrastrutture. L'India si trova in una posizione ideale per attrarre il traffico globale di container e navi mercantili tra il Medio Oriente e l'Asia orientale”. Il piano è ambizioso: rafforzare la posizione strategica dell'India in prossimità dell'imboccatura dello Stretto di Malacca.
Si tratta in qualche modo di una risposta ai “movimenti” del rivale cinese, assillato da quello che è stato ribattezzato il “dilemma di Malacca”. Come scrive DW, “Pechino ha trascorso due decenni a consolidare la propria influenza nell'Oceano Indiano, assicurandosi l'accesso ai porti di Sri Lanka , Pakistan e Gibuti , dispiegando sottomarini e navi di sorveglianza con sempre maggiore regolarità e mappando i fondali marini in regioni che i pianificatori indiani considerano il loro cortile di casa strategico. Il “Great Nicobar è, in parte, la risposta dell'India a tale accumulo di pressione”.
Il progetto avrà, inevitabilmente, anche forti ricadute militari. Secondo l’Hindustan Times, “la base aerea e navale sull'isola consentirà all'India di incrementare il monitoraggio del traffico marittimo. Ogni sottomarino o nave della Marina Cinese (PLAN) in transito dal Pacifico all'Oceano Indiano finirà sotto l'osservazione diretta delle forze armate indiane”.
Tanto a New Delhi che a Pechino vogliono mettere a frutto la doppia “lezione” appresa dallo Stretto di Hormuz: la vulnerabilità del commercio globale di energia e i limiti di una potenza navale contro un attore asimmetrico che opera vicino ai confini nazionali.
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