martedì 13 novembre 2018
Offensiva dei filo-governativi: 150 uccisi in 24 ore ad al-Hodeida. L'Onu: rischio catastrofe
Un bimbo malnutrito viene pesato in un ospedale nella provincia di Hajjah (LaPresse)

Un bimbo malnutrito viene pesato in un ospedale nella provincia di Hajjah (LaPresse) - LaPresse

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Con furia incontrollata, il conflitto civile yemenita continua a mietere centinaia di vittime. Ad al-Hodeida, città portuale affacciata sul Mar Rosso, è in corso dal 1° novembre una carneficina. I ribelli sciiti Houthi si oppongono alla riconquista del centro urbano, nelle loro mani dal 2014, da parte delle forze filo-governative, sunnite, impegnate in una massiccia offensiva via terra. In ventiquattr’ore, negli scontri sono morte 149 persone: di queste, secondo fonti mediche dell’ospedale al-Alfi e militari (riprese anche dalle Nazioni Unite seppure difficili da verificare, ndr), i miliziani Houthi sarebbero 110, 32 i soldati fedeli al governo centrale di Sanaa e 7 i civili. Ma se si prendono in esame i dodici giorni di campagna militare, le vittime ammonterebbero a più di 600.

L’obiettivo delle forze governative, fiancheggiate da quelle emiratine e saudite, è bloccare i rifornimenti militari e gli aiuti umanitari finora giunti agli Houthi, supportati dall’Iran, attraverso il porto. Ma la strategicità logistica di al-Hodeida è stata ricordata dall’Onu. Ieri, il Segretario generale Antonio Guterres ha ammonito: «Se il porto di Hodeida venisse distrutto, ciò potrebbe creare una situazione assolutamente catastrofica».

Di un bilancio di vittime civili «inconcepibile» ha parlato anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, Michelle Bachelet, che ha chiesto «alla Coalizione saudita, alle forze pro-Hadi (Abd Rabbo Mansour el-Hadi, presidente della Repubblica dello Yemen dal dimissionamento forzato di Ali Abdallah Salah, nell’autunno 2012), a quelle Houthi, a chi fornisce le armi, a tutte le parti in conflitto oltre a chi ha influenza o il potere necessario, di far cessare la fame e dare un po’ di respiro al popolo yemenita».

In Yemen, le due super potenze regionali storicamente avversarie, Arabia Saudita e Iran, si stanno affrontando per procura incuranti del destino di una popolazione allo stremo: si calcola che almeno 14 milioni di persone soffrano di carenze nutrizionali. Sono 20mila i casi di contagio da colera. Solo dopo la morte del giornalista saudita Jamal Khashoggi all’interno del consolato saudita di Istanbul, il 2 ottobre scorso, Washington, Londra e Parigi hanno avviato un’analisi interna delle posizioni politiche assunte per evidenti motivazioni economiche finora nel conflitto. E per la prima volta le tre diplomazie hanno intensificato gli sforzi per costringere le parti verso un’uscita dal tunnel bellico. Ieri, il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt, a Riad in visita ufficiale, ha dichiarato: «L’unica soluzione immaginabile è politica. Il costo umano di questa guerra è incalcolabile». Toni cui hanno fatto eco quelli dell’omologo francese, Jean-Yves le Drian: «La comunità internazionale deve dire adesso basta. È ciò che dicono gli Stati Uniti, lo diciamo noi e pure i britannici». Sul campo, ieri gli scontri si sono concentrati nella parte orientale dell’abitato e nella periferia settentrionale della città. I ribelli combattono casa per casa. Ma un sentimento di sconfitta sembra insinuarsi nella dirigenza del “governo ribelle” di Aden: domenica il ministro dell’Informazione Abdul-Salam Jaber ha abbandonato il proprio incarico, per riparare proprio a Riad.

Jaber ha spiegato le proprie ragioni in una conferenza stampa riferita da al-Arabiya: «Il nostro arrivo a Riad apre più ampie prospettive per ristabilire la legittimità nello Yemen, un Paese che ha subito una catastrofe superiore alla capacità degli yemeniti di tollerare l’autorità de facto a Sanaa».

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