Perché in Italia il caro casa non fa rumore

Il potere d'acquisto e i costi degli affitti nel nostro Paese non sono molto diversi dal contesto spagnolo. Qui però il problema tende ad essere vissuto come una questione privata. Ma fino a quando?
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October 8, 2026
Perché in Italia il caro casa non fa rumore
C’è qualcosa che colpisce nelle immagini che arrivano in questi giorni dalla Spagna. Migliaia di persone nelle strade, accampamenti a Madrid, Puerta del Sol invasa da duemila tende. Proteste degli “acampados” in ogni grande città. Nella capitale sono scese in piazza circa 70mila persone. Non è la prima volta. Già nell’aprile del 2025 una mobilitazione nazionale aveva portato decine di migliaia di spagnoli nelle strade di una quarantina di città. La casa è diventata, in Spagna, una questione politica nazionale. Ci si prepara allo sciopero generale.
Vista dall’Italia, la questione potrebbe essere facilmente ridimensionata. Gli spagnoli protestano perché la loro crisi abitativa è molto più grave della nostra. Ma se proviamo a guardare i numeri la storia che ci raccontano appare piuttosto differente. Prendiamo il periodo 2015-2024. Secondo i dati di Idealista, il prezzo richiesto medio degli affitti in Spagna è passato da 7,6 euro al metro quadrato nel dicembre 2015 a 13,5 nel dicembre 2024. Quasi il 78% in più. In Italia si è passati, nello stesso periodo, da 8,5 a 13,8 euro. Un aumento di poco più del 62%. In Spagna, dunque, gli affitti sono effettivamente cresciuti più che da noi. Ma c’è un secondo dato da considerare e cioè i salari. Nello stesso periodo, ci dice l’Ocse, la retribuzione media annua nominale spagnola è aumentata di circa il 27%. Quella italiana di meno del 15%. La metà. Se mettiamo insieme le due cose, allora sì che la questione diventa interessante. Comparando l’aumento degli affitti a quello delle retribuzioni, tra il 2015 e il 2024 il rapporto tra costo della casa e salario peggiora in Spagna di circa il 40%. In Italia di circa il 41%. Più da noi che da loro. Un appartamento di 70 metri quadrati, valutato al prezzo medio richiesto, costava nel 2015 circa 530 euro al mese in Spagna e 595 in Italia. Nel 2024 siamo rispettivamente intorno a 945 e 966 euro. Nello stesso periodo lo stipendio medio lordo mensile passa da circa 2.215 a 2.814 euro in Spagna e da 2.405 a 2.762 in Italia. L’affitto teorico di quell’appartamento assorbe oggi il 34% dello stipendio medio lordo in Spagna e il 35% in Italia. E il rapporto diventa molto più pesante per chi guadagna meno della media, per i giovani e per chi vive da solo.
Ma se questa è la situazione italiana dove sono le tende? In Spagna la questione abitativa ha prodotto una reazione collettiva. Nel 2025 decine di migliaia di persone hanno manifestato contemporaneamente in circa quaranta città chiedendo riduzioni degli affitti, maggiore stabilità dei contratti e interventi sulle abitazioni vuote e sugli affitti turistici. Nell’autunno di quest’anno la mobilitazione è ripartita, fino alla richiesta di uno sciopero generale. Si può essere d’accordo o meno con le soluzioni proposte, alcune, come i tetti agli affitti, hanno effetti economici controversi, ma è difficile non vedere la dimensione politica che il problema ha assunto. Anche in Italia proteste per il diritto alla casa hanno preso vita. A Milano, per esempio, ci sono state manifestazioni sia nel 2025 sia nel 2026 contro il caro-affitti e gli sfratti. Le tende degli studenti davanti al Politecnico sono un altro esempio. Una stanza all’ex villaggio olimpico trasformato oggi in studentato può arrivare a costare più di mille euro al mese. Come si fa a non indignarsi? Eppure questa situazione non alimenta una protesta collettiva. Le contestazioni restano circoscritte e non hanno finora prodotto qualcosa di paragonabile alla mobilitazione nazionale spagnola. È forse questo il dato più curioso.
Non protestiamo meno perché il problema economico sia meno grave. I numeri dicono che, rispetto ai salari, il deterioramento è sostanzialmente lo stesso, perfino peggiore. Perché allora in Spagna la questione abitativa porta decine di migliaia di persone nelle piazze e da noi no? Una parte della risposta potrebbe stare nella diversa struttura della proprietà immobiliare e nella maggiore diffusione, in Italia, della casa di proprietà e degli aiuti familiari. Ma forse c’è anche qualcosa di più. Guardiamo alla dinamica. Un aumento del 5% in un anno può apparire un’emergenza. Una perdita di potere d’acquisto che procede lentamente per dieci anni rischia invece di diventare la normalità. Ci abituiamo, a malincuore, ma alla fine ci adattiamo. Si rimanda l’uscita dalla famiglia, si accetta una casa più piccola, ci si sposta più lontano, si chiede aiuto ai genitori, si rinuncia a mettere al mondo un figlio. La rana che nella pentola dove l’acqua si scalda progressivamente alla fine muore bollita. È proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Perché non è detto che dove non si protesta tutto vada bene. L’assenza di protesta non è necessariamente un segno che le cose vadano bene. Talvolta indica, al contrario, che ci si è abituati al peggio. La possibilità di esprimere pubblicamente il dissenso resta una buona misura della vitalità di una democrazia. In Spagna il costo della casa è ormai diventato una questione politica nazionale. In Italia continua a essere vissuto soprattutto come un problema privato, da affrontare individualmente o in famiglia. I numeri, però, raccontano un problema che di privato ha ormai ben poco.

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