Perché è giusto permettere di fare telefonate dal carcere
Ogni anni vengono sequestrati mille cellulari introdotti illegalmente nelle celle, il problema esiste. Chi pensa che i detenuti vogliano solo continuare a trafficare non conosce la realtà carceraria

Della rivolta nel carcere di Pisa se ne sono accorti forse prima fuori, che dentro. Con telefoni, illegalmente introdotti nelle celle, hanno fatto vedere su TikTok le cimici, non troppo ben occultate nelle loro celle. Cimici che, a buon diritto possono essere apposte per intercettazioni ambientali su richiesta della magistratura. Ma che possono essere avvertite come un’invasione di quei pochi metri quadri di privacy, che l’occhio inquisitore e carceriere dello Stato ti dovrebbe lasciare. «Dovrebbe» nella mente degli inquilini pro tempore delle celle del carcere di Pisa. E allora la reazione, sguaiata e scomposta è: tu mi guardi dentro? Io butto fuori, ma proprio fuori, tutto questo. Quindicimila visualizzazioni, han detto. Prima di bloccare tutto.
È proprio di settimana scorsa l’esultanza dell’amministrazione penitenziaria per l’avvio del progetto «jammer» al penitenziario di Secondigliano, a Napoli. Nella conferenza stampa è stato riportato con soddisfazione di aver bloccato 24.000 tentativi di «evasione telefonica», ossia di prove di accesso alla rete, azzardate con telefoni illegalmente introdotti aldiqua delle mura. I jammer a questo servono. Il trionfalismo nel chiudere sempre più le carceri e azzerarne la permeabilità col territorio dà soddisfazione a molti. Certo, darebbe forse ancora più contentezza se gli strumenti digitali consentissero di individuare da quale cella fossero partite le chiamate: si potrebbe, con un bel decreto, confezionare il reato di «tentata telefonata». Non dimentichiamo che l’introduzione di un telefono in carcere è diventato penale di recente, nel 2020, col Ministro Bonafede. Ben lo ricordo. Un confratello, non un cappellano vero e proprio, ma un volontario, era entrato in un carcere con una torta in cui erano nascoste una decina di microsim. Da lì, un nuovo reato. Non c’è governo cui non piaccia creare nuovi reati. Di destra o di sinistra che sia. Ah, per tornare a Secondigliano, la gente del quartiere si è lamentata, perché i potentissimi jammer, che lasciano transitare i telefoni del personale autorizzato, non hanno confini precisi d’azione e il loro raggio è andato ben oltre le pareti dell’istituto. Galeottizzando anche i residenti del quartiere.
Quando, il 16 luglio del 2022, il Cardinal Zuppi venne in visita al carcere di Busto Arsizio, affermò che il dentro e il fuori devono comunicare, per il bene di chi sta dentro, ma anche per il bene di chi sta fuori. Nel 2021 la Ministra Cartabia promosse una commissione per il rinnovo della vita nei penitenziari, guidata dal Prof. Marco Ruotolo, noto costituzionalista, in cui si proponeva di installare i telefoni nelle celle, per consentire di effettuare telefonate senza dover stressare il personale nelle richieste o litigare con altre persone detenute. Perché se si è in 80 in sezione e il telefono è 1… Visioni opposte sulla permeabilità tra il dentro e il fuori. Nessuno ovviamente vuole avallare l’illecito, ma si tratta di valutazioni politiche. E di uso del denaro dei contribuenti. Di tutti noi. Nella conferenza stampa sull’avvio dei jammer a Secondigliano «per motivi di riservatezza, è stato spiegato ai giornalisti presenti, non possono essere resi noti né l’ammontare degli investimenti né il numero degli istituti penitenziari che saranno interessati dalla misura». Così si legge sul sito del Ministero. Si spendono i soldi pubblici – e non sappiamo quanti – per bloccare le comunicazioni illecite. Si potrebbero spendere gli stessi soldi per installare telefoni legali nelle celle, con numeri controllati ed evitare tutto questo. Com’è, più o meno, in buona parte delle carceri d’Europa. Perché la limitazione della libertà non consiste o non dovrebbe consistere nella limitazione dei contatti, dei legami, degli affetti. Io stesso ho ricevuto chiamate dalle celle dal Belgio o da Londra. Considerate che ogni anno si rinvengono nei penitenziari più o meno 1.000 cellulari. Che, in qualche maniera, han trovato una strada per entrare.
C’è poi una narrazione pubblica, calcata nell’immaginario collettivo come una colata di cemento: l’irrefrenabile impulso del telefono in cella – illegale, lo ribadiamo – nascerebbe per continuare a fare loschi traffici. Non si pensa al fatto che, con 10 minuti di chiamata alla settimana, se uno ha 4 figli deve scegliere chi escludere. In molti istituti sono rimaste più chiamate dal Covid in qua, ma non ovunque e non per tutti. Non si pensa che i rapporti affettivi, quando sono reali, difficilmente riescono a esaurirsi in questo minutaggio così angusto. Non si pensa che la vita fuori continua e un figlio che ha fatto una bella partita di calcio magari vuole il giusto empowerment dal papà. O muore uno zio e si vorrebbe poter almeno… fare una chiamata. Per le condoglianze. Si crede unicamente che uno voglia continuare a fare reati. Ovviamente tutti quelli che così pensano, in carcere non hanno mai messo un piede. E va bene così, per carità. Ma forse sarebbe meglio dare ascolto a chi ascolta, tutti i giorni, e sente quel grido che da Pisa è uscito, urlato e violento, per aver sentito come illecita l’intrusione in quell’intimità cui vengono invece contingentati gli accessi ai propri cari. Non sa di ingiusto, vista così?
Don David Maria Riboldi è Cappellano nella «Casa Circondariale Busto Arsizio» e Fondatore di «La Valle di Ezechiele»
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