Per gli immigrati c'è il rischio che si configuri un diritto a parte?
Buona parte del nuovo pacchetto-sicurezza riguarda l'immigrazione, con norme che limitano ulteriormente il soccorso in mare, accelerano teoricamente sui rimpatri, danno più potere al Viminale: le comunità di stranieri nel nostro Paese sono ormai vissute da chi governa come un problema da risolvere

Pressoché inevitabilmente, buona parte del nuovo pacchetto-sicurezza in gestazione riguarda l’immigrazione. La visione dell’immigrazione come minaccia per la sicurezza è un mantra ripetuto insistentemente dai megafoni del sovranismo.
Si declina in vario modo, a seconda delle vere o presunte emergenze: pericolo per la sicurezza nazionale, in tempi di attacchi terroristici, criminalità urbana, quando sono le cronache a dettare l’agenda, attacco all’identità culturale, quando il dibattito si sposta sui simboli religiosi e i luoghi di culto. Già il fatto di rappresentare l’immigrazione come un problema di sicurezza, oggetto ripetutamente di norme specifiche di contrasto, si traduce in un messaggio: invita l’opinione pubblica a diffidare degli stranieri (poveri), chi li incontra in vari contesti a stare in guardia, le forze dell’ordine ad alzare la soglia di allerta. Mentre in altri paesi le norme anti-discriminatorie vietano la profilazione etnica, ossia l’intensificazione dei controlli su chi non corrisponde al tipo estetico “nazionale”, in Italia il messaggio va nella direzione opposta: occorre controllare di più, arrestare e punire chi sembra appartenere alla popolazione immigrata, compresi figli e discendenti ormai dotati di cittadinanza italiana.
Per gli immigrati si sta configurando un diritto a parte, con una serie di norme mirate e ampie facoltà concesse alle autorità: limitazione del gratuito patrocinio in sede di opposizione all’espulsione, rimpatrio (teorico) senza bisogno di altri provvedimenti in caso di violazione per due volte dell’obbligo di lasciare il territorio nazionale, anche in mancanza dei mezzi per il viaggio, maggiori poteri al Viminale per realizzare nuove strutture detentive, con facoltà di deroga alle normative vigenti, obbligo per gli immigrati detenuti nei Cpr di collaborare alla propria identificazione per essere espulsi.
Nello stesso tempo si fa in modo di limitare e aggirare il potere di controllo della magistratura. Ancora una volta vengono poi introdotte norme volte a limitare ulteriormente le attività di soccorso in mare da parte delle Ong, da anni ormai bersaglio del sovranismo, con il divieto d’ingresso nelle acque territoriali fino a sei mesi in una serie di casi: allarmi terroristici, pressione migratoria “eccezionale”, emergenze sanitarie, eventi di politica internazionale. È lecito paventare che un’interpretazione estensiva di queste disposizioni renda ancora più difficili i soccorsi nel Mediterraneo.
Tra le disposizioni relative alla sicurezza urbana, già colpisce la sbrigativa interpretazione mediatica di norme “anti-maranza”. Giusto vietare i coltelli, ma in un quadro di norme che complessivamente aggravano le sanzioni a carico dei giovanissimi, estendendo il discutibile “modello Caivano”, è lecito domandarsi se abbia senso limitare a un solo anno, fino a 19 anni, l’accoglienza dei minori non accompagnati che raggiungono la maggiore età, rispetto ai 21 anni attuali (legge Zampa): si produrrà maggiore sicurezza, o piuttosto maggiore marginalità e maggiori rischi, per loro e per la società? Particolarmente grave poi l’aver inserito in un pacchetto sicurezza una norma che, mentre facilita i ricongiungimenti familiari per i lavoratori qualificati, li restringe per gli altri, dopo che già il governo attuale aveva allungato da uno a due anni la moratoria per poterli richiedere. Vivere in famiglia dà serenità e favorisce una vita regolare e ordinata. Impedirne o ritardarne il diritto, oltre a provocare infelicità, non promuove la sicurezza, ma rischia di comprometterla.
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