Per come sono messi i conti, questa è l'ora della (buona) politica
Sono finiti i tempi in cui si poteva vivacchiare coi soldi “facili” del Superbonus. Le risorse sono scarse, ma la vera emergenza non affrontata di questi anni riguarda il livello troppo basso delle retribuzioni
Quando gli spazi di bilancio si fanno stretti, è l’ora di far crescere la buona politica. Per il Governo e la maggioranza, tramontata la riforma della giustizia e passata la buriana delle purghe meloniane e mariniane (nel senso di Berlusconi), se gli scossoni si assesteranno potrebbe perfino aprirsi una stagione di opportunità: il 2026 presenta infatti la singolarità di non avere elezioni significative (non ci sono Regionali, né si vota in grandi città) e si apre una finestra temporale di 12 mesi (con elezioni politiche anticipate alla primavera 2027), se non 18, in cui – al di là della legge elettorale – si potrebbero perfino accantonare i toni da perenne campagna elettorale per concentrarsi su misure per migliorare il benessere degli italiani: l’aspetto che davvero interessa tutti, dopo tre anni e mezzo di governo in cui c’è stata stabilità dei conti, sì, ma non si sono aperte grandi prospettive.
Non è nemmeno questa una sfida da poco. Sono finiti i tempi in cui si poteva vivacchiare coi soldi “facili” del Superbonus, importante per l’edilizia ma anche fonte di sprechi (e per questo tagliato), e del Pnrr europeo trattato un po’ troppo alla stregua di un insperato nuovo canale di spesa corrente, i cui effetti andranno a esaurirsi senza nemmeno chissà quali apporti alla crescita generale (per di più, in ambo i casi si sono in parte scaricati ulteriori costi sulle generazioni future). Il periodo storico è certo quello che è, con ben tre conflitti che, a varia intensità, assediano i confini europei e soprattutto con gli effetti sul costo dell’energia per la crisi a Hormuz. Si è poi a un passo dal chiudere la procedura Ue per deficit eccessivo, anche se la partita si gioca sul filo delle frazioni di decimale (l’Istat ha previsto il disavanzo 2025 al 3,1%, un filo sopra il fatidico 3) e la certezza da Bruxelles si avrà solo a maggio. Ci sono gli attestati giunti da quelle agenzie di rating – per ultima Moody’s – che un tempo Meloni e il centrodestra sbeffeggiavano e di cui ora si fanno vanto. Tutte buone notizie, ma che in questi tempi difficili sono solo un palliativo e non un vero “ricostituente” per l’economia nostrana.
Il nodo di fondo è quello che per l’appunto chiama in causa la “buona politica”: le risorse sono scarse, come ha ricordato sabato il ministro Giorgetti, e dopo la linea di prudenza adottata dal Mef si tratta di capire oggi come valorizzarle al meglio. Più facile a dirsi che a farsi, non c’è dubbio. Sui conti italiani pesano zavorre che nemmeno questo centrodestra ha mitigato: un debito pubblico che, mentre il deficit veniva ridotto, è salito nel 2025 al 137,1% del Pil e, in parallelo, una spesa per pagare i soli interessi al 3,8%, la più alta fra tutti i Paesi dell’eurozona. Eredità strutturali che ci trascineremo a lungo. Ancor di più, per questa ragione, servono poche idee semplici, ma con una loro validità da cercare di attuare. Uno spunto, dato il particolare contesto geopolitico, può esser quello di bissare, in Europa, la misura presa nel marzo 2020 di fronte al Covid: una nuova sospensione del Patto di stabilità, per evitare sgradite sorprese “taglia-conti”. Tutti gli elementi la giustificherebbero.
Poi c’è il fronte interno, dove tutto è complicato e tutti siamo chiamati a non eludere precise realtà quotidiane. In primis c’è la dipendenza energetica: l’Italia continua per quasi tre quarti a dipendere da fonti straniere, una condizione che ci rende troppo vulnerabili. Mai come in questo campo servirebbe uno spirito di concordia nazionale. Dobbiamo investire di più sulle rinnovabili e riconsiderare davvero il discorso del nucleare pulito: non si può ignorare che persino la Spagna del progressista Sanchez, che vanta prezzi più bassi dell’elettricità, copre oggi un quinto della propria domanda con questa fonte. E serve uno sforzo per affrontare la questione degli stipendi “magri”: troppe sono le segnalazioni di persone sottopagate, e non solo fra i rider. Negli ultimi giorni le imprese hanno aperto un forte scontro col Governo per via di 760 milioni tagliati agli incentivi di “Transizione 5.0”. Hanno le loro ragioni per l’assurdità di tagli retroattivi, questo non può portarci però a ignorare una crisi salariale che è unica in Europa, per via del carico fiscale (responsabilità della politica), ma pure dell’atteggiamento di imprese troppo tese a concentrare i profitti, senza una reale distribuzione. È stata questa la vera emergenza non affrontata di questi anni a guida centrodestra. Nell’ultima manovra è stata prevista una detassazione degli aumenti fissati nei rinnovi contrattuali. Vale la pena proseguire su questa strada. Non sarà un toccasana globale per l’economia, ma almeno una boccata d’ossigeno per tanti lavoratori. E un intervento a monte che potrebbe avere una validità maggiore di tanti fondi spesi invece “a valle” per aiuti di vario genere sulle bollette. Una crescita più sostenibile si nutre anche di “misure-base” come questa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA




