Partecipazione, corpi intermedi: la lezione del referendum

L’alta affluenza e il coinvolgimento della società civile mostrano una rinnovata vitalità democratica. Il voto è andato oltre gli schieramenti, riportando al centro pluralismo e confronto come base delle scelte politiche future
March 26, 2026
Partecipazione, corpi intermedi: la lezione del referendum
/Foto Ansa
Il referendum ha sorpreso tutti: in tempo di crisi della democrazia ha contraddetto l’idea che il suo destino sia un declino irreversibile. La fiducia nella democrazia rappresenta in questo senso il messaggio più importante che viene dalla consultazione referendaria. Questa fiducia è motivata anzitutto da quel 58,9% che è andato a votare superando largamente le previsioni, con la bella novità di un’alta partecipazione giovanile. Vanno nella stessa direzione anche i tanti richiami alla Costituzione, segno della passione democratica di tanti cittadini. C’è chi pensa che sia stato sbagliato vedere nella riforma della magistratura una minaccia per la Carta costituzionale. Ma non c’è dubbio che molti abbiano votato per difenderla, non per feticismo verso un vecchio testo, ma perché considerano la lezione dei padri costituenti ancora valida. Anzitutto sul piano del metodo, quale esempio di confronto e di convergenza tra forze politiche e ideologiche molto diverse invece di decisioni imposte da una parte sull’altra. Molti osservatori hanno poi sottolineato il peso del fattore Trump, la paura della guerra in Iran, il timore per i suoi effetti. Anche questo però – seppure indirettamente – ha a che fare con la democrazia: il Presidente americano è diventato negli ultimi mesi il simbolo degli eccessi di un potere esecutivo che non rispetta le leggi, le assemblee parlamentari, i diritti dei cittadini, le sentenze dei giudici. Indubbiamente, sull’esito del voto hanno influito i diversi orientamenti politici. Ma il risultato non riflette solo l’attivismo degli apparati partitici.
Non è stato irrilevante che ci sia stata una mobilitazione per raccogliere le firme a sostegno di una richiesta popolare di referendum che il centrodestra non voleva e centrosinistra non ha promosso, anche se poi l’ha sostenuta. È anche significativo che i vescovi abbiano incoraggiato la partecipazione e che diverse espressioni del mondo cattolico si siano mobilitate in un senso o nell’altro. Un intenso dibattito ha inoltre preceduto la consultazione, non solo tra i partiti ma anche nella società civile, animato da tanti comitati per il Sì e per il No, da iniziative anche in periferia, da confronti culturali sorprendentemente partecipati. Si può ritenere sbagliato che i magistrati siano scesi in campo, ma è stato anche per il loro intervento, come per quello degli avvocati, dei professori di diritto costituzionale e di altri “esperti” che tanti cittadini si sono appassionati ad una materia apparentemente ostica. Al Sud, dove meno elettori hanno espresso il loro voto, lo hanno fatto probabilmente quelli più motivati ad esprimersi sul merito del quesito referendario. È successo anche altrove: è anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica.
Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società. Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito). Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas. Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione. È interesse delle forze politiche, sia della maggioranza sia dell’opposizione, sostenere la vitalità della società civile e favorirne il rapporto con le istituzioni. Non soffocare cioè dibattiti che possono essere scomodi ma incoraggiare confronti da cui trarre spinte valide per l’azione di governo. La prima occasione utile in questa direzione è la riforma della legge elettorale: se i partiti punteranno a controllare candidati ed eletti, a irrigidire la dialettica politica, ad affermare il monopolio del potere da parte di una minoranza meglio organizzata di altre, la lezione più importante del referendum rischia di andare perduta.

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