L'esito del referendum è un invito a ripartire dal dialogo

Questo è il momento della responsabilità. Gli italiani hanno detto No alla riforma, ma i problemi quotidiani della giustizia non escano dall’agenda politica
March 23, 2026
L'esito del referendum è un invito a ripartire dal dialogo
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È un risultato che offre numerosi spunti di riflessione, quello del referendum costituzionale sulla riforma della giurisdizione che si è concluso con la vittoria dei No. Vanno in archivio, dunque, la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Csm (con estrazione a sorte “integrale” dei consiglieri togati) e l’istituzione di un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Il primo dato che colpisce è senz’altro l’alta partecipazione che ha caratterizzato questo appuntamento con l’elettorato: l’affluenza è stata del 59% circa, ben 8 punti percentuali in più rispetto al referendum costituzionale del 2020 sul taglio del numero dei parlamentari, il cui quesito era meno “tecnico” e più intuitivo per il cittadino medio e, almeno sulla carta, più coinvolgente come materia trattata; appena 5 punti sotto le elezioni politiche di quattro anni fa. In questi tempi di vacche magre per la democrazia e per i suoi riti civili, già questa è una notizia di rilievo. In partenza, pochi avrebbero pronosticato un’affluenza del genere. Che cosa è successo? Fatto salvo il plausibile interesse per il tema della giustizia (che del resto è da oltre 30 anni terreno di uno scontro furioso), è successo che dopo una partenza un po’ in sordina, lasciata per lo più agli “addetti ai lavori” della magistratura e dell’avvocatura e alle seconde linee delle coalizioni, si sono spesi tutti i leader nazionali dei partiti, a cominciare dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. È successo che il dibattito sui contenuti della riforma ha ben presto lasciato spazio a una campagna elettorale altamente politicizzata e polarizzante, con cadute di livello perfino allarmanti, che hanno costretto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a lanciare un richiamo al «rispetto» tra le istituzioni durante una seduta plenaria del Consiglio superiore della magistratura. Qualche osservatore si è spinto a parlare di antipasto delle elezioni del prossimo anno. Forse è troppo, ma di certo quello di domenica e di ieri è stato un voto anche, se non soprattutto, politico. Da qui l’ampia mobilitazione popolare.
E veniamo al risultato, che è netto. Gli italiani hanno detto No alla modifica dell’assetto della magistratura. Ma è un risultato che richiede un supplemento di responsabilità da parte di tutti: Governo, magistratura, maggioranza e opposizioni. L’esecutivo non deve permettere che ora la giustizia esca dall’agenda politica, perché se la riforma Nordio affrontava aspetti prettamente ordinamentali, restano da risolvere gli enormi e annosi problemi di funzionamento quotidiani: lunghezza eccessiva dei processi civili e penali, scopertura degli organici dei magistrati e del personale amministrativo, carenza o inadeguatezza delle sedi. Quanto alla magistratura, in questi mesi di campagna referendaria abbiamo ascoltato diversi suoi esponenti raccontare di un ruolo tutto sommato marginale delle correnti dell’Anm sulle dinamiche dell’ordine giudiziario, di Pm immersi nella cultura della giurisdizione al pari dei giudici, quindi sempre impegnati alla ricerca della verità dei fatti prima ancora che delle prove a carico dell’indagato o dell’imputato, di una giustizia disciplinare pressoché impeccabile. Chi ha frequentato un po’ i palazzi di giustizia e i palazzi della giustizia sa che le cose non stanno esattamente così e che la magistratura potrebbe dare un prezioso contributo per migliorarle. Infine le forze politiche presenti in Parlamento, ovvero i rappresentanti del popolo a cui «appartiene la sovranità» secondo la Costituzione, dovrebbero pensare, a futura memoria, che le decisioni importanti per il Paese (come cambiare la legge fondamentale dello Stato) andrebbero prese - come ha scritto ieri il cardinale Matteo Zuppi nell’introduzione ai lavori del Consiglio permanente della Cei - seguendo «la via di un dialogo responsabile e costruttivo» che coinvolga anche «le forze sociali e culturali» del Paese, alla ricerca del più ampio consenso possibile. Notazione finale: sarebbe davvero interessante sapere quanti elettori, in quel 40% circa che ha deciso di non andare ai seggi, si sarebbero espressi a favore dei contenuti della riforma ma hanno rinunciato a votare perché preoccupati per quanto sarebbe successo “dopo”, a causa delle improvvide uscite di rappresentanti del Governo e della maggioranza. Anche quei (non) voti, a conti fatti, potrebbero avere avuto il loro peso.

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