La morte di Maria e quel segreto che cambia tutto
Il destino della Vergine illumina la fine umana come compimento: dolore, affetti e storia trovano senso nella vita oltre la vita illuminando il destino ultimo dell’essere umano

Maria, la prima dei credenti, è la prima dei risorti. Dopo il Calvario e la presenza nel cenacolo Gerusalemme, non sappiamo più nulla di lei nei testi neotestamentari. La tradizione la vuole accanto a Giovanni, il discepolo a cui Gesù l’affidò come madre dalla croce. Non si hanno notizie neppure sulla sua morte: la tradizione parla piuttosto di dormitio o anche di transitus. È Giovanni Paolo II a parlare per primo della morte di Maria: «È vero che nella Rivelazione la morte è presentata come castigo del peccato. Tuttavia il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l'immortalità corporale. La Madre non è superiore al Figlio, che ha assunto la morte, dandole nuovo significato e trasformandola in strumento di salvezza» (udienza generale del 25 giugno 1997).
La Chiesa – lungo due mila anni - ha preferito celebrare la fine della vita di Maria con la festa della Dormizione, denominazione che dal VII secolo Sergio I, papa, cambiò, in Occidente, con la festa dell’Assunzione. Benedetto XVI la interpreta non come una separazione: “Maria, unendosi a Dio, non si allontana da noi, non va su una galassia sconosciuta, ma chi va a Dio si avvicina, perché Dio è vicino a tutti noi, e Maria, unita a Dio, partecipa della presenza di Dio, è vicinissima a noi, ad ognuno di noi». Entrambe le dichiarazioni affermano chiaramente che la morte non ha interrotto il corso dell'esistenza di Maria che continua a vivere nella pienezza della dimensione divina. Questa ‘continuità-nella-discontinuità’ dovrebbe suscitare un’attenzione ben più forte di quel che accade. Dovrebbe farci riflettere più appassionatamente sul senso della “beatitudine” eterna. l “passaggio” di Maria ha qualcosa del congedo della vecchiaia. E va sottolineato: una vita che si è accesa nel tempo, un’esistenza che ha vissuto la storia dei suoi amori e attraversato la prova dei suoi dolori, passa ora alla condizione del suo giusto riscatto. In questo caso, non un riscatto delle colpe, ma la consolazione delle ferite inferte – dal peccato del mondo – agli affetti più cari e più sacri. Dei suoi amori, tutti fioriti dal grembo del suo rapporto col Figlio, Maria conoscerà il centuplo. “Ecco tua Madre”. “Ecco tuo figlio”. E delle sue lacrime rimarrà soltanto la tenerezza generata dalla compassione: quella che, anche ora, continua ad accompagnare verso il Figlio tutti i figli e le figlie dell’uomo. La sapienza della generazione umana del Figlio è Donna per definizione. La Donna sa, dei figli inascoltati, abbandonati, derisi, torturati, uccisi, cose che l’altra metà del mondo non può sapere allo stesso modo e con la stessa intimità. Questa sapienza femminile della generazione si insedia ora – essa pure – nel cielo di Dio. Sigillo del fatto che il Figlio – concepito, nutrito, dato alla luce in questa tenerezza – ha abitato e abita questa sapienza della generazione, la porta con sé una volta ritornato al Padre, e se ne lascia ispirare a nostro vantaggio (come fece già a Cana, se ricordate). Non c’è niente di teatralmente svenevole in questo mistero dell’abitare di Maria col Figlio oltre la morte. In essa c’è un mistero di fecondità della quale lo Spirito conosce l’eterno segreto tra Padre e Figlio: un mistero che Gesù ha portato fino a noi fino alla morte di croce e poi riportato in Dio, insieme con la Madre, appunto. Dunque, non è così strano che il passaggio di Maria attraverso la sua propria morte, nella scia del Figlio amato, sia stato trasfigurato da una tradizione che l’ha connessa con l’esperienza singolare della morte del Figlio. In questa esperienza – nell’abissale profondità di questa esperienza – Maria rimane la Madre: Madre di Gesù nato, crocifisso, risorto. La generazione di Maria avvolge l’intera storia e il destino eterno della persona di Gesù, fina all’eterna intimità di Dio. E cosi, il tratto femminile della Madre, che porta in sé i dolori della nascita e quelli della morte, scioglie la malignità della nostra separazione dalla vita terrena. La morte conosce una sua misteriosa trasformazione nel “dolce passaggio” terreno della creatura verso Dio, che si illumina come una “nuova nascita” dall’alto (Gv 3, 3).
Nella Chiesa d'Oriente fiorirono una ventina di racconti popolari sulla fine della Madonna, conosciuti come Transitus Mariae. In tutti il dato comune è che Maria è morta di morte naturale, che venne sepolta e la sua tomba fu venerata come un santuario fin dal II secolo: «Il Salvatore disse allora: Su, Pietro prendi il corpo di Maria e trasportalo alla parte destra della città, verso oriente, dove troverai una tomba nuova. Ponetelo lì e aspettate fino a quando verrò da voi». E ancora: «Gli apostoli che trasportavano Maria giunsero nella valle di Giosafat, nel luogo che era stato loro indicato dal Signore. La posero in una tomba nuova, e chiusero il sepolcro» (transito della Beata Vergine Maria di san Melitone, vescovo di Sardi, in Apocrifi del Nuovo Testamento, pp. 874-877). La tomba della Madonna, sopravvissuta alle tante invasioni, che la risparmiarono dalla distruzione per il rispetto dei musulmani verso la madre del profeta Gesù, è tuttora visibile a Gerusalemme, ai piedi del Monte degli Ulivi, nella chiesa della Tomba di Maria. Tuttavia, in Oriente e in Occidente, si è discusso a lungo sulla dottrina circa la morte di Maria (Giovanni di Tessalonica, Omelia sulla Dormizione della Santa Vergine,4, in Testi Mariani del primo millennio, vol. II, Roma 1989, p. 109). Nella citata udienza, Giovanni Paolo II, si domandò: «È possibile che Maria di Nazareth abbia sperimentato nella sua carne il dramma della morte? Riflettendo sul destino di Maria e sul suo rapporto con il divin Figlio, sembra legittimo rispondere affermativamente: dal momento che Cristo è morto, sarebbe difficile sostenere il contrario per la Madre». E concluse affermando: «l'esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine», confermando che il morire non è un perdere ma un guadagnare. Secondo la tradizione patristica della Chiesa, Gesù stesso è andato ad accogliere la madre nel momento della morte: il Signore la baciò e prese la sua anima” (Il Transito Romano, 35). Così aveva fatto Dio con Mosè e Aronne, quando ebbero compiuto la loro missione di intercessione per il popolo: “In quell’istante il Santo, benedetto Egli sia, baciò Mosè e gli raccolse l’anima in un bacio” (Debarim Rabbà 7-11, cfr. Dt 34,5). La morte divenne un passaggio verso la gloria. Così, con la sua morte Maria portò a termine il tratto terreno della sua vita «con il volto sorridente rivolto verso il Signore» (il Transito Romano, 35). E non avviene forse qualcosa di simile per tutti gli apostoli, i santi e i martiri, gli uomini e le donne credenti, noti e ignoti, che hanno portato nella loro carne l’intercessione per i loro simili e nella loro morte hanno semplicemente preso congedo da questa vita, inoltrandosi commossi e sereni nel grembo della vita di Dio? In essa, la loro gioia sarà accesa proprio dal legame di passione e d’amore che essi continuano ad intrattenere con le creature per le quali hanno esposto la loro vita.
Maria, la prima dei credenti, è la prima (la seconda dopo Gesù) ad entrare con il suo corpo risorto nella comunione di Dio. Invito volentieri a contemplare il mosaico absidale della Basilica di Santa Maria in Trastevere: ci svela la scena celeste con Gesù sta al centro, seduto sul trono con sua Madre, che teneramente abbraccia. Gesù e Maria, gli unici sullo stesso trono, sono circondati, a destra e a sinistra, dai Santi della prima comunità cristiana di Trastevere, uno dei semi più preziosi dell’inizio del cristianesimo nella città di Roma. Nella mente di quei straordinari mosaicisti quella scena ispira la destinazione finale della storia. Anche della nostra storia: le vite dei credenti, anche le nostre, sono come proiettate in quella scena absidale. Lì si ricompongono gli affetti, si riconoscono le persone, si sciolgono le tensioni, vengono ricompensate le fatiche che hanno edificato la comunità e vengono onorati tutti i padri e le madri che le hanno dato vita. Tutti i pensieri che le hanno dato slancio, tutte le azioni che ne hanno trasformato il mondo, tutti i sogni che ne hanno sostenuto il tempo. Siamo destinati ad abitare quell’abside: noi che contempliamo quell’icona, già ne facciamo parte. Mi torna in mente una pagina di don Giuseppe De Luca, un prete romano, che negli ultimi suoi anni viveva accanto alla Basilica di santa Maria in Trastevere: “Da qualche giorno dico messa la mattina a Santa Maria in Trastevere. E se per caso il sole nascente riesce, anche lui ma lui dalle finestre, a entrare in quella chiesa e per quell’ora, io non vi dico, amici, che incendio, diventa il mosaico dell’abside: una cosa tutta di fuoco e di luce, come avrebbe potuta vederla in visione soltanto un san Giovanni a Patmos”. Per parte mia, starei giorni e giorni a raccontare le innumerevoli parole di consolazione degli innumerevoli funerali celebrati sotto quell’abside: non sappiamo se la terra sale al cielo o, forse ancor più, il cielo è sceso sulla terra.
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