Il Dio della guerra "made in Usa" non è lo stesso Dio dei cristiani
Negli Stati Uniti si assiste a una rinascita delle teologie politiche, con il tentativo di esportarle in Europa, che storicamente ha già pagato un prezzo elevato. Si tratta di un tradimento del Vangelo

Dopo che il Segretario Usa alla Difesa, Pete Hegseth – novello Davide che parla e invoca Dio per il suo re, contro il nuovo Golia, l’Iran – ha chiuso un suo briefing sulla «schiacciante vittoria in corso» citando il Salmo 144 [143], è venuto il momento di chiarirsi una volta per tutte su quale Dio dei cristiani è lecito invocare nelle teologie politiche americane, oggi così in voga, che hanno per altro una lunga storia. Teologie che si sta anche tentando di esportare in Europa con la tecno-teologia di Thiel, nonostante nella nostra storia europea alle teologie politiche abbiamo per secoli già dato – anche nel ‘900, e sanguinosamente, e dovremmo esserci vaccinati. Questa la citazione di Hegseth: «Benedetto il Signore, mia roccia, /che addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia. / Mia grazia e mia fortezza, /mio rifugio e mia liberazione, /mio scudo in cui confido». Ha omesso, Hegseth, il versetto seguente che completa il quadro di questo dio guerriero, scudo della propria sicurezza e patrono della propria forza (cfr. Deuteronomio 32,4. 15. 18. 30. 31. 37): «Colui che mi assoggetta i popoli». In concreto la missione del rinominato ministero della guerra che gli è stato assegnato.
In una società che è liberale, ancorché oggi di rito plutocratico oligarchico che si regge sui mezzi e il mito della tecnica e ne mette a rischio proprio i principi liberali, si può invocare ai propri scopi il dio che si vuole. Però deve essere chiaro – e bisogna forse chiarirlo nel confuso ed ibrido «cristianesimo» americano – che quello di Hegseth non è il Dio dei cristiani. Quanto meno del cristianesimo gesuano, di Gesù di Nazareth. Al massimo ha confuse, degradate e fuori tempo massimo, prossimità con il Dio «costantiniano» dell’alleanza temporale, e spesso tutta mondana, tra il trono e l’altare. E sostanzialmente è il dio del messianesimo politico, etnico-nazionale vetero-testamentario di Israele. Non c’è un passo che del Nuovo Testamento Hegseth potrebbe invocare a protezione, a difesa, a legittimazione del suo «ministero» in vesti sacerdotali della guerra. Anzi esattamente il contrario. Dovrebbe invece, se si attenesse al cristianesimo gesuano, come il Cristo narrato nei Vangeli sanare le ferite che i suoi seguaci, equivocandone l’insegnamento, hanno inferto ai suoi nemici.
L’episodio che Hegseth dovrebbe tenere sotto gli occhi nel suo prossimo briefing, dove magari annuncia la fine della guerra e una reale pacificazione tra i popoli del Medioriente, è quello di Malco, il servo del sommo sacerdote Caifa, durante l'arresto di Gesù nel Getsemani, narrato in tutti e quattro i Vangeli (Mt 26,51; Mc 14,47; Lc 22,50; Gv 18,10). Dove Pietro, nel tentativo di difendere Gesù, colpisce Malco con una spada tagliandogli l'orecchio destro, e il Maestro ferma la violenza, guarisce l'orecchio e si consegna, mostrando misericordia e sottomissione al piano divino: «Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, stesa la mano, tirò fuori la sua spada e, colpito il servo del sommo sacerdote, gli recise l'orecchio. Allora Gesù gli disse: «Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada periranno di spada. Credi forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi mandi in questo istante più di dodici legioni d'angeli? Come, dunque, si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?»», Mt 26, 51-54. Traslitterando: come si adempirebbe la «scrittura» umana della pace, le azioni della pace già qui, prima dell’atteso compimento dei tempi, se non deponendo le spade? Teologizzando, si potrebbe argomentare che non è senza profezia storica, di quel che sarebbe accaduto nel cristianesimo «costantiniano» installatosi nel mondo, che a colpire sia Simone, detto Pietro, su cui la Chiesa sarebbe stata fondata, e che, pur amandolo più di sé stesso, di lì a poco nel cortile del Sinedrio l’avrebbe per paura rinnegato. Questo a dire dell’eterno dilemma della Chiesa a dover scegliere, alle strette della storia, tra Cristo e le sue pietre, i pezzi di mondo da difendere e la sua speranza che ci sia un mondo dove non ci si debba più difendere tra uomini che sappiano farsi fratelli.
Pietro, che già prima nei vangeli, non aveva capito la novità del messianesimo universale gesuano, la sua totale «trascendenza» al messianesimo «politico» dei padri, quando sul Monte Tabor, nell’episodio della trasfigurazione di Gesù (Matteo 17,1-9, Marco 9, 2-10, Luca 9, 28-36) propone di costruire una tenda per Mosè e per Elia e per il nuovo Messia, cui aveva dato il cuore, perché continui il dialogo tra loro. Dialogo che in realtà era un congedo dal messianesimo politico-nazionale dei padri: da Mosè che contro gli amaleciti tiene le braccia alzate con «il bastone di Dio» a sorreggere Giosuè impegnato sul campo fino alla vittoria (Esodo 17, 11-13); e da Elia che in un’ordalia sacrificale al «vero» Dio, il Dio dei Padri, aveva prevalso davanti al popolo sui 450 profeti di Baal, e se li era fatti consegnare per sgozzarli al torrente Kison (Primo libro dei Re, capitolo 18). E non capisce, Pietro, che nella trasfigurazione messianica del Cristo è proprio il «totemismo» del Dio dei propri Padri a protezione identitaria di quale che sia popolo che viene meno per il Nuovo Patto di un solo Dio di tutti. Lezione che trarrà Paolo, ma che nell’episodio della trasfigurazione a Pietro ancora non è chiara. E non ci sono tende in comune tra i profeti dell’Antico Patto e il nuovo Messia. Un punto chiarissimo in tutti i sinottici: «Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all'entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo». Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto» (Luca 9, 33-36).
Ecco, chi invoca il Dio dei cristiani, professandone la fede, dovrebbe sapere che quel Dio ha poco a che fare con l’amministrazione del ministero della guerra, anzi è venuto per farci smettere di farla, di tenerla nel nostro cuore. Dovrebbe sapere che l’elezione «divina» per la propria salvezza singola (predestinazione) e collettiva (il popolo eletto, la nazione indispensabile) è solo totemismo motivazionale della psicologia singola e collettiva. Forse è venuto il momento per i cristiani, al netto dei nostri sensi di colpa certamente storicamente ben fondati, di tener ferma l’eterogeneità radicale tra il Messia del Nuovo Testamento e il messianesimo vetero-testamentario che riemerge nell’amalgama della religione «civile» (pseudo-civile, se aggiornata ai «diritti umani» che credevamo di aver raggiunto, anche grazie alla democrazia Usa) americana tra evangelismo, protestantesimo, cattolicesimo costantiniano, ebraismo. Difendere la «confessione» cristiana dall’equivoco ritorno della coscienza religiosa vetero-testamentaria tra elezione di questi o di quelli e terre promesse a questi o a quelli è un’operazione culturale, religiosa, civile, politica che non si può rimandare. E in questo non c’è niente di antisemitismo, perché si chiede nient’altro che di farsi in spirito semiti alla sequela di una semita giudeo falegname in Galilea, che di come si lavorasse il legno se ne intendeva, ma che più che costruire croci su cui far salire gli altri scelse di salirci Lui per evitare che le si continuasse ad alzare ai cigli delle strade. Come ha chiuso un suo intervento l’amico Marcello Veneziani sul Dio bomba e l’Anticristo digitale «non laviamoci le mani davanti a Cristo in croce». E poniamo a noi stessi come cristiani, stabiliti in Occidente ma non solo, ai fratelli maggiori ebrei, ai «cugini» islamici – per restare nello spazio storico-spirituale dei monoteismi semitici – la domanda su quale Dio unico «decente», come dio della comune misericordia gli uni per gli altri, vogliamo invocare, senza riconsegnarci nella guerra di tutti contro tutti a confessioni «totemiche», che lo frantumano nel sangue degli uomini e dei popoli, di questo unico Dio di tutti, che nel suo personale ordo amoris non fa preferenze.
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