Dio tace davvero? Il significato del Sabato Santo
L’assenza percepita diventa prova e possibilità: tra dubbio, attesa e fedeltà, l’esperienza umana si gioca nella ricerca di un senso che non si impone

Ogni percorso della Via Crucis si conclude con la XIV ed ultima stazione: «Viene sepolto il corpo di Gesù». Cala il silenzio sulla scena della crocifissione. Cessano le grida della folla. Il sole è tramontato, si va spegnendo il chiarore del crepuscolo per fare posto alle tenebre della notte. Anche il pianto delle donne, di Maria e di Giovanni, una volta lasciato il Golgota, non si udirà più dopo la sepoltura. Le voci tacciono. La natura tace. Dio tace. Ogni percorso della Via Crucis si conclude con la XIV ed ultima stazione: «Viene sepolto il corpo di Gesù». Cala il silenzio sulla scena della crocifissione. Cessano le grida della folla. Il sole è tramontato, si va spegnendo il chiarore del crepuscolo per fare posto alle tenebre della notte. Anche il pianto delle donne, di Maria e di Giovanni, una volta lasciato il Golgota, non si udirà più dopo la sepoltura. Le voci tacciono. La natura tace. Dio tace. Non è difficile porre questo silenzio in relazione con ciò che l’esperienza umana di tutti i tempi chiama «il silenzio di Dio». Un Dio che non risponde alle invocazioni, non interviene per mutare il corso della storia, non mostra il suo Volto. Un Dio percepito come assente e da alcuni, proprio per questo, dichiarato non esistente. Il silenzio di una madre che ascolta il pianto del suo bambino, ma non lo acquieta prendendolo fra le braccia, non è diverso dal silenzio di chi non risponde alle nostre invocazioni, semplicemente perché non esiste.
Molti nostri contemporanei affermano di aver cercato Dio, senza mai trovarlo. Il silenzio di Dio accomuna credenti e non credenti. L’oscurità che segue la crocifissione coinvolge tutti. Alla morte di Gesù di Nazaret hanno presenziato romani e giudei, discepoli e avversari, gli abitanti di Gerusalemme di 2000 anni fa e gli abitanti delle metropoli nel XXI secolo. Il sabato santo è come un fotogramma fissato nel tempo, che ferma ogni cosa. Anche chi ha ascoltato la Parola di Dio e vi ha aderito nella fede, come i discepoli di Gesù, può fare l’esperienza del silenzio di Dio. La fede non cancella l’attesa di un Dio desiderato ma non posseduto, intravisto ma non compreso, né la vita della grazia spegne la ricerca di incontrarlo. La sete di Dio non è appagata, la certezza di una Sua presenza non è mai soddisfatta. Il Dio rivelato continua a nascondersi. Chiunque cerca Dio può riconoscersi nell’accorata invocazione del salmista: «Il tuo volto Signore, io cerco» (Sal 27,8). E il desiderio di una rivelazione di Dio porta a chiedersi: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?» (Sal 13,2). La sua assenza fa anelare con abbandono: «L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 42,3). E il silenzio di Dio spinge il profeta a gridare verso l’alto: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19).
È un Dio che, rivelandosi, nuovamente si vela al nostro sguardo; sfugge, e sempre sfuggirà, alla nostra esperienza. Il Deus revelatus è anche un Deus absconditus. Può lasciare in preda al dolore e alla persecuzione, all’ingiustizia e all’abbandono, alla malattia e alle guerre. Il sabato santo, dopo la sepoltura di Gesù, è una grande metafora della nostra vita, anche di chi condivide la fede cristiana. Quanto durerà questo sabato? Fino a quando occorrerà attendere per sapere se davvero Dio è con noi? Cosa ci dice questo silenzio di Dio? In questo sabato santo, che è la nostra vita, può accadere di tutto. Possiamo non sopportare più il silenzio e, come gli ebrei nella peregrinazione dell’Esodo, costruirci un vitello d’oro, una consolazione che si possa guardare e toccare, per sostituire l’attesa di un Dio che non si vede. Possiamo sostenerci con un ideale immanente, che ci accomuna ma termina con la fine della nostra storia. Possiamo rassegnarci a vivere come se Dio non esistesse, impegnandoci a costruire un umanesimo ateo, a edificare la città degli uomini senza più pensare a una città di Dio.
Eppure, chi ama può trovare il coraggio di vivere in altro modo il sabato santo della propria vita. Si può attendere il ritorno dell’amato, anche se non abbiamo più sue notizie; si può restare fedeli alla parola data, anche se non ascoltiamo più la sua voce; si può continuare a sperare nelle sue promesse, anche se non lo vediamo più. Si può continuare a credergli e a volergli bene, anche se altri vorrebbero farci cambiare idea. È nel silenzio del deserto, nell’attesa perseverante che, come ci insegna la storia sacra, si incontra Dio. Il silenzio, anzi, è la condizione per poter ascoltare la Parola di Dio. È il travaglio doloroso che bisogna attraversare per ritornare a fare l’esperienza di incontrarlo. Questa è stata, e sempre sarà, la legge dell’amore fedele. L’attesa e il desiderio dell’amato – desiderio che resta vergine ad ogni altro desiderio – sono la vera manifestazione della fedeltà dell’amore. Il Sabato Santo è come il chiaroscuro della vita di cui parla Blaise Pascal: abbiamo visto troppo poco per credere, ma troppo per non credere. In questo chiaroscuro, però, la ricerca di Dio è già preghiera. Il desiderio di Lui è già misteriosa espressione della Sua presenza, seppur nel nascondimento. «Impara a pregare solo chi impara a resistere al silenzio di Dio», scriveva Charles de Foucauld.
Non possiamo conoscere in profondità quali fossero i sentimenti di Maria, protagonista del Sabato Santo e di ogni sabato della nostra vita. Non conosciamo con certezza i sentimenti degli apostoli e dei discepoli. Né sappiamo quanto questo sabato sarebbe potuto durare. Gesù, è vero, aveva parlato di risurrezione, ma in modo velato. Si trattava di una categoria che gli ebrei non possedevano: si risorgeva nell’ultimo giorno, alla fine dei tempi. E Gesù lo avevano visto esanime, dissanguato, finito, morto. Lo avevano sepolto. Noi, uomini e donne del XXI secolo, siamo chiamati a sperare come speravano i contemporanei di Gesù, ad attendere come attendevano loro… I sentimenti del sabato santo, dopo la sepoltura di Gesù, si prolungano anche nelle prime ore della domenica, sulla strada verso Emmaus. I discepoli in cammino, sfiduciati e addolorati per il silenzio di Dio, restano delusi perché il profeta di Galilea non aveva ricoperto il ruolo sperato. Come accade spesso a noi. Abbiamo di Dio un’immagine fittizia, impropria, legata ai nostri bisogni e alle nostre rivalse. E così lo cerchiamo dove non può, non vuole manifestarsi; Gesù, invece, è un nostro umile compagno di viaggio, ma non ce ne siamo accorti.
Come a Emmaus, siamo invitati a riconoscerlo nell’Eucaristia. Siamo esortati a riconoscerlo nella Chiesa, cioè nella comunità di tutti i credenti. Ma dobbiamo anche riconoscerlo presente in una Parola che ci precede, quella del creato, con la quale ha chiamato il mondo intero all’esistenza e che non cessa di dare testimonianza del suo Creatore. Seguendo l’insegnamento giovanneo, infine, siamo chiamati a riconoscere Dio nell’amore, perché Dio è Amore si rivela nell’Amore (cf. 1Gv 4,8.16). Il volto di Dio, che lungo il sabato santo della nostra vita cerchiamo con fame, è presente nel volto degli altri. Questa volta è Lui che, presente nel prossimo, cerca noi, attende la nostra parola, ha sete del nostro amore.
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