Dietro l’enfasi delle primarie poche certezze e tanti nodi
Dopo l’iniziale entusiasmo, nel campo largo si affacciano già le preoccupazioni e il timore di non poterle gestire. Tra le incognite anche la rappresentanza dei "moderati"

Incoraggiato dalla vittoria del No, il “campo largo” ha messo immediatamente in pista la proposta delle primarie per scegliere chi deve concorrere come presidente del Consiglio nel 2027. Andando oltre il politichese, appare evidente che lo svolgimento di una consultazione popolare sulla premiership sia la condizione posta dal capo del Movimento cinque stelle, Giuseppe Conte, per partecipare al tavolo del programma. L’ex primo ministro ha indici di popolarità ancora alti, e pensa di poter battere la segretaria del Pd, Elly Schlein, in una consultazione aperta. Schlein, ovviamente, da leader del partito di maggioranza relativa della coalizione, non può né vuole sottrarsi, anche se sarebbe disponibile anche sugli altri due tradizionali metodi di selezione di una premiership: la figura di sintesi (ma di partito) scelta insieme oppure, semplicemente, il capo del partito che nell’alleanza prende più voti.
Sull’onda del referendum, la parte construens della faccenda consiste nel voler continuare a coltivare il seme della partecipazione. Inoltre, il fatto che si parli di primarie, dunque di uno stadio finale di una collaborazione, dà all’esterno la chiara indicazione che una coalizione alternativa al centrodestra ci sarà, con Pd e M5s a fare da pilastri, e dunque cancellando definitivamente ogni traccia di ruggine del passato.
Ma dietro questi due “pro” ci sono una serie di incognite che l’emotività post-referendaria ha inizialmente nascosto. Innanzitutto, le primarie sono un patto: chi vince viene sostenuto da tutti. Un patto che sottoscrivono i leader, ovviamente. Ma non potendo certo garantire per l’intero elettorato, il quale firmerà sì un “contratto” per votare la coalizione anche alle Politiche, ma un contratto scritto sulla sabbia.
La (non prolifica) storia delle primarie di centrosinistra è soprattutto una storia di ratifiche di sintesi già raggiunte e consolidate a livello dirigenziale dai partiti, non di veri duelli o corpo a corpo. Per Romano Prodi nel 2005 fu un bagno di popolarità, non una contesa. La coalizione si spendeva per il professore di Bologna, punto. Oggi, per essere concreti, a conclusione di una sfida anche dura, se vincerà Conte poi lo voterà tutto il Pd? Se vincerà Conte, Schlein perderà in un sol colpo il partito e tutto il lavoro che ha fatto per costruire una coalizione?
Anche il profilo dei due principali candidati è un’incognita. Elly Schlein e Giuseppe Conte si sono via via avvicinati come sensibilità politica lungo questa legislatura, conquistando una “testarda unità” soprattutto su uno spostamento a sinistra dell’asse dell’alleanza, con l’unico nodo irrisolto – certo non di poco conto - della posizione sull’Ucraina. E hanno avuto ragione diverse volte, come conferma non solo l’esito referendario, ma anche la vittoria in Regioni importanti. Insomma la loro linea politica negli ultimi due anni ha trovato legittimità anche nei risultati. È altrettanto legittima però la domanda sulla loro capacità – vinca l’una o l’altro – di convincere le componenti moderate del Pd e del centrosinistra e in generale la componente moderata dell’elettorato italiano, qualità riconosciuta storicamente a Prodi.
Ma un Prodi non c’è, anche perché, dopo l’ascesa e caduta di Matteo Renzi, nel centrosinistra nei fatti si è smesso di coltivare e dare spazio alle culture cattolico democratica, riformista e liberale. Il terzo nome che si è affacciato nella contesa, quello di Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, si propone proprio di coprire un elettorato moderato, ma parte da outsider. Nella competizione rappresenterà certo il volto della competenza, nel programma potrà essere molto incisivo, ma non ha alle spalle le macchine di Pd e M5s. La suggestione per cui componenti dem potrebbero orientarsi verso di lui sono da prendere con le pinze, considerando che in campo c’è la segretaria del partito. Dunque se la minoranza del Pd volesse “contarsi”, più logicamente dovrebbe farlo con un proprio nome, non pescando fuori. E non v’è ancora prova che Renzi, Socialisti, Più Europa intendano affidare a un solo nome le chiavi della macchina moderato-liberale della coalizione. Anzi, il leader di Italia Viva ed ex premier non ha rinunciato a fare un suo nome: il sogno è tenere in pista la sindaca di Genova Silvia Salis o il primo cittadino di Napoli Gaetano Manfredi - entrambi però defilatisi nettamente - magari con la prospettiva che possano diventare o nomi unitari di tutta la coalizione o gli sfidanti di Giuseppe Conte in rappresentanza di un’area più larga del Pd.
Insomma, dietro le emozioni della parola “primarie” abbondano perplessità e scenari intrecciati. Senza dimenticare il “grande scontento” dell’accelerazione di Conte e Schlein, ovvero l’Alleanza Verdi Sinistra di Fratoianni e Bonelli. Considerati ancora junior partner nonostante sondaggi e risultati di rilievo, spesso estromessi nella scelta di sindaci e amministratori, i due vedono nelle primarie un gioco a perdere che avvantaggia solo Pd e M5s, che potrebbero cannibalizzare il loro elettorato. La resistenza ai gazebo della sinistra ecologista non sembra essere solo una postura di maniera e non va sottovalutata.
Insomma, dietro l’iniziale entusiasmo già si affacciano le preoccupazioni e il timore di non poterle gestire.
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