«Ce la farò a superare quest’anno». La lunga conversione di Darnielle

Il cammino spirituale del cantautore Usa che si ispira al cattolicesimo e la svolta della pandemia: così un brano del 2005 è diventato per tanti un inno alla speranza e in seguito un proposito di vita personale
January 24, 2026
«Ce la farò a superare quest’anno». La lunga conversione di Darnielle
John Darnielle
C’è un verso che attraversa la storia personale e artistica di John Darnielle e che col tempo ha smesso di appartenere a una canzone per diventare un proposito di vita: «I am going to make it through this year if it kills me» (Ce la farò a superare quest’anno, fosse l’ultima cosa che faccio). Quando il cantautore americano l’ha scritto, per il brano “This Year” nel 2005, era per raccontare la determinazione quasi disperata che l’aveva spinto, da adolescente cresciuto in una casa segnata dalla violenza e dall’isolamento, a resistere come necessità quotidiana. Anni dopo, durante la pandemia, quel ritornello sarebbe riemerso sia nella vita dell’artista cattolico che come un inno collettivo capace di offrire una speranza elementare: andare avanti con un filo di speranza, un giorno alla volta. Da allora per Darnielle, che oggi è considerato una figura di culto della musica americana, mostrare al pubblico una parte di sé è diventato un punto di partenza dal quale trasformare il vissuto personale in uno spazio abitabile anche dagli altri. Il suo lavoro spiega infatti il cinquantottenne, «funziona per rivelazioni. Lo svelamento è una parte centrale di ciò che faccio da sempre, anche se il farlo in modo consapevole è molto più recente». Togliere la maschera per lui non significa però spiegare il significato di un’esperienza, ma «permettere che qualcosa di profondo emerga». È un gesto che lui stesso descrive come «legato alla mia spiritualità cattolica». Pur avendo smesso di frequentare la Messa da tempo, Darnielle riconosce infatti che la Chiesa è una parte inestricabile della sua identità. Non a caso nei suoi testi torna spesso alla liturgia, soprattutto alla frase «celebriamo il mistero della fede», che considera decisiva per decifrare il senso della vita. «Il cattolicesimo è tutto incentrato sul mistero — dice — sull’avvicinarsi a ciò che non è avvicinabile». Dal mistero e dalla spiritualità nasce anche la sua idea di arte. A un’epoca che chiede spiegazioni immediate e definitive, Darnielle con la sua musica e le sue parole oppone una domanda radicale: «Sei capace di stare all’interno di un momento che non si risolve subito, e a essere comunque presente?», dice. «Questa smania di demistificare ogni cosa è qualcosa che non ho mai capito e che mi ha provocato spesso diffidenza — racconta —. Ricordo che quando avevo otto anni ed andavo a una scuola cattolica, un compagno mi annunciò che Babbo Natale non esisteva. Provai tristezza per lui. Capii che quel bambino non coglieva il senso del mistero ed era felicissimo di smontarlo per gli altri». Forse è già allora che è nata la volontà di creare un’arte che non alimenti illusioni, ma riconosca che non tutto va detto, né ridotto a qualcosa di interamente comprensibile. Un concetto che, ne è convinto, si estende all’esperienza di fede: «Se anche non credi, non vedo il bisogno di andare in giro a dire “Dio non esiste”. A che serve?».
Darnielle rifiuta infatti l’ateismo militante. «Sono stato uno di loro, per un corto periodo, durante la mia breve apostasia», ammette. Poi ha capito che anche nel dubbio, esiste una dimensione di mistero dove Dio prende forma: «Quando io e te parliamo di Dio, lo creiamo… è reale». È una consapevolezza arrivata tardi, riconosce, forse del tutto solo dopo la pandemia, ma che oggi orienta il suo sguardo e dà un nuovo significato al servizio, che vede come il vero punto di approdo di un percorso personale segnato da fratture profonde. Nato e cresciuto in California, Darnielle infatti ha attraversato una giovinezza irregolare, crescendo quasi da solo.
Ha ottenuto l’equivalente del diploma di scuola superiore, si è spostato a Portland, poi è tornato in California, dove ha iniziato a registrare canzoni con mezzi rudimentali in stanze improvvisate. Sono nati così i Mountain Goats, un gruppo le cui prime pubblicazioni sono state scarne, ma già ricche di una scrittura narrativa insolita per il rock indipendente, ed è stato anche il periodo più difficile della sua vita, segnato dalla dipendenza alla droga. Ne è uscito lentamente, mettendo da parte la musica per prendere una strada inattesa: è diventato infermiere psichiatrico. «È stata un’esperienza che mi lasciato un’impronta profonda — dice —. Prendersi cura di persone fragili, ascoltare storie spezzate, riconoscere il valore di una presenza silenziosa sono diventati elementi strutturali del mio modo di guardare il mondo».
In quel lavoro ha imparato che la presenza può contare più della soluzione, che l’ascolto è un lavoro e che le persone non coincidono con le loro fratture. Oggi riconosce che anche l’arte può funzionare allo stesso modo quando trascende l’esibizione e di assume una responsabilità verso chi ascolta. Darnielle, infatti, non parla mai di “fan”, ma di persone che seguono il suo lavoro. E non a caso le sue canzoni danno voce a personaggi difficili, talvolta moralmente ambigui. «Mi piace parlare a persone più spinose — dice — per restituire complessità a chi rischia di essere ridotto a una caricatura». È una scelta che secondo lui fonda le radici in un’altra verità cattolica: «La misericordia è la cosa più grande di cui gli esseri umani sono capaci — spiega —. Permette di comprendere chi è ferito non per giustificarlo, ma per vederlo intero, anche quando le persone ferite fanno cose che feriscono». E qui il cerchio si chiude perché il discorso torna a Dio: «Questo tipo di misericordia ti avvicina a Dio. Perché è questo che Dio è».
Il legame tra il ragazzo che cercava solo di “arrivare a fine anno” e l’artista di oggi passa per questa trasformazione, arrivata lentamente e culminata durante i mesi del Covid: dalla sopravvivenza alla presenza, dalla resistenza al servizio. Le ferite della giovinezza gli hanno insegnato a non arrendersi; la maturità gli ha insegnato a restare accanto a chi è ferito. Anche accettare la vulnerabilità degli elementi autobiografici delle sue canzoni fa parte di questa traiettoria: «Se ti racconto una storia, c’è un pezzo di me dentro — dice —. Un tempo espormi così mi faceva paura, oggi lo vedo come una verità inevitabile e persino consolante, forse perché la maturità mi ha permesso di non irrigidirmi più su un’idea, il che mi sembra una virtù». La musica di Darnielle, che oggi vive a Durham, in North Carolina, è popolata da personaggi marginali, lutti, ambizioni deluse e improvvise aperture di grazia e la sua forza sta nei dettagli minimi con cui mostra i momenti in cui una vita cambia direzione senza fare rumore. La pandemia, con la sospensione forzata dei concerti, ha reso tutto questo ancora più chiaro. Darnielle ancora una volta ha preso un pausa dalla musica, è tornato a fare l’infermiere ed ha visto riemergere l’eredità della sua vita precedente con l’idea che il lavoro deve essere una forma di servizio. Quando è tornato a comporre, l’ha fatto con la convinzione che attraversare l’anno insieme a qualcuno è già una forma di salvezza.

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