Angelo Gugel, l’ombra discreta di papa Wojtyla: lo stile del “servo buono e fedele”
La morte a 90 anni dell’aiutante di camera di Giovanni Paolo II, sempre con lui per anni senza mai una parola o un gesto fuori posto, ci ricorda il valore del servizio silenzioso e amorevole alla Chiesa e al Papa, del quale fu il devoto “custode”. Con lui anche nel dramma dell’attentato in piazza San Pietro

Era l’“Angelo della casa del Papa”, l’Aiutante di Camera, nel linguaggio ufficiale dell’Annuario che così definiva il ruolo di Gugel, morto giovedì a 90 anni, come componente della “Famiglia pontificia”. L’affettuosa ironia di Giovanni Paolo II si esercitava particolarmente proprio sulla nomenclatura vaticana: «Anche noi, come l’Unione Sovietica abbiamo il nostro “Comitato Centrale”», commentò alla presentazione della struttura del Grande Giubileo del Duemila. Un’ironia che metteva però sulla strada per indicare la figura di un vero e proprio “custode”, in casa e nelle tantissime strade nel mondo, chiamato in Vaticano come gendarme e, dopo un periodo di malattia, introdotto da papa Albino Luciani, di cui era stato collaboratore al tempo del Concilio, nell’Appartamento alla Terza Loggia, senza più lasciarlo fino al primo tratto del pontificato di Benedetto. Una lunga storia di fedeltà, tanto intensa da spingere oltre fino a toccare gli umanissimi risvolti di un pontificato – quello di Giovanni Paolo II – percorso fino in fondo e segnato, alla fine, da una lunga stagione di sofferenze.

Tra le migliaia di foto accanto a papa Wojtyla, la più iconica e significativa è certo quella di Gugel che sorregge il Papa subito dopo l’attentato in piazza San Pietro. Insieme a suor Tobiana con le consorelle polacche dell’Appartamento e al segretario, don Stanislao, diventato poi vescovo e successore sulla cattedra di Cracovia, Angelo Gugel è stato l’ombra di Giovanni Paolo II: l’ombra, allo stesso tempo, più visibile, perché in ogni momento accanto e al servizio del Papa, e quasi come sfondo naturale alle mille e mille istantanee, alle innumerevoli riprese, durante i viaggi, le udienze, i saluti; ma anche nascosta, se si pensa ai momenti in cui i riflettori e gli scatti dei fotografi rimanevano lontani. Per Angelo Gugel occorre intendersi però anche sulla natura della visibilità: aveva, come pochissimi, il dono di annullarla, o almeno neutralizzarla, opponendo al rischio di una possibile sovraesposizione la contromisura naturale del suo carattere, fatto di modestia e discrezione, di una misura e di uno stile che, per la forza del contrasto, non passavano certo inosservati. I modi garbati, l’inappuntabile e sobria eleganza, lo sguardo attento e tenero sempre rivolto al Papa, non erano che il riflesso del servo buono e fedele approdato dai monti del Veneto alla casa di tre Pontefici.

Un tratto della Famiglia pontificia era certo ben visibile proprio dalla parte di Angelo Gugel, l’uomo del silenzio e del riserbo: mai una dichiarazione, una sola intervista a “servizio” ormai abbondantemente concluso. Anche per questo, agli occhi di tutti, era ciò che lui ha sempre rifiutato di essere: un personaggio. Pur nell’estrema discrezione, è stato però un protagonista nella schiera di quei laici che ora ha raggiunto nell’altra vita: come l’ex comandante dei gendarmi Camillo Cibin, il medico personale Renato Buzzonetti, Mario Agnes, direttore de L’Osservatore Romano, e lo storico portavoce Joaquin Navarro Valls, associati alla “Famiglia pontificia” per la strettisima e intensa collaborazione con papa Wojtyla.
Angelo Gugel è stato sé stesso fino all’ultimo, riservato e modesto, legatissimo alla famiglia, quella naturale che aveva portato con sé dal Veneto. Non meno però a quella pontificia: per la quale valeva certo il servizio, ma infinitamente più il legame di dedizione e di amore.
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