Popotus, un atto d'amore e di libertà
Un presidio informativo scritto da adulti che non dimenticano di essere stati bambini
Popotus, giornale di attualità per bambini, nasce grazie a un duplice atto di amore e di libertà. Ne ero convinto ieri ‒ trent’anni fa ‒ e ne sono ancor più convinto oggi, tempo in cui sempre più spesso i bambini sono privati dei loro diritti fondamentali, a cominciare dal diritto alla pace. Quella pace che non è semplice assenza di guerra, ma condizione perché ogni altro diritto possa fiorire. E la pace, lo sappiamo, ha l’amore e la libertà come presupposti.
I bambini vanno liberati. È un’espressione forte ma necessaria. Liberati dall’ignoranza, dalla paura, dalla manipolazione, dalla violenza – anche quella sottile, invisibile, che si insinua nei linguaggi, nei modelli, nelle abitudini. L’informazione, quella garantita da Popotus, è un modo concreto per renderli liberi: consapevoli del mondo in cui vivono, dei problemi e delle opportunità, del bene ma anche – nel dovuto modo, con il giusto linguaggio – del male.
Il male c’è. Esiste. E troppo spesso s’insinua tra i bambini e li travolge. Ma esiste anche il bene, quello che perseguiamo e per cui ci spendiamo. L’avevo ben presente il 14 agosto 2025 a Monte Sole, quando abbiamo sfogliato le 424 pagine con i nomi dei bambini morti nel conflitto israelo-palestinese. Abbiamo scandito quei nomi uno per uno, perché i bambini, e soprattutto quei bambini, non sono una massa informe: sono persone. Singole vite a cui è stata negata la possibilità di crescere, di essere amate e di amare. Di esercitare i diritti che la comunità internazionale ha solennemente riconosciuto nella Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: diritto alla vita, alla protezione, all’istruzione, all’espressione, alla dignità… i capitoli di questo libro affidati alla penna di chi mastica la singola disciplina.
Parlai allora di un grido silenzioso contro l’inaccettabile. Fu un evento eccezionale. Popotus è invece un evento quotidiano di amore e libertà che dura da trent’anni. Non un grido, assomiglia più a un sussurro tenace. Non è una denuncia episodica, ma un accompagnamento costante. Testimonianza di una convinzione semplice e radicale: i bambini hanno dei diritti, ma non sempre possono contare su chi li promuova e li difenda.
Vorrei sottolinearlo con chiarezza: non c’è alcun paternalismo in questa attenzione ai più piccoli. E soprattutto l’amore che vogliamo praticare non imprigiona ma libera. È triste dirlo, ma troppo spesso i bambini sono oggetto di un “amore” falso, che li tratta da cose, non da persone. Da proiezioni dei desideri adulti, non da soggetti portatori di una propria voce.
Qui il grido si fa forte. Fortissimo. I bambini non sono proprietà di nessuno. Non sono strumenti, non sono trofei, non sono argomenti retorici. Sono oggetto quando nei conflitti diventano “effetti collaterali”, quando entrano nella gelida contabilità della morte senza più suscitare sdegno. Sono oggetto quando vengono piegati alla gratificazione degli adulti. Quando un mercato aggressivo li considera piccoli consumatori da orientare, bersagli di campagne, pedine inconsapevoli di una logica di profitto. Sono oggetto quando vengono addestrati precocemente a misurare il valore della vita solo in termini di possesso, denaro, potere.
Per questo abbiamo bisogno di un amore che liberi e smascheri la menzogna. Che riconosca nei bambini non un bene privato ma un bene sociale. Hanno genitori – e speriamo sempre possano contare su di loro – ma sono anche un patrimonio prezioso della comunità. In qualche modo appartengono – e cioè sono affidati – al quartiere, dove devono poter camminare sicuri; alla scuola, dove devono sentirsi accolti; alla città, alla nazione, al mondo. Tutti siamo chiamati, la Chiesa per prima, a prenderci cura di tutti i bambini. Nessuno escluso.
E c’è un ultimo passo che dobbiamo compiere: imparare a guardare la storia con i loro occhi. Lo sguardo di un bambino non è ingenuo: è profondo. Chiede perché. Chiede conto. Non accetta che la guerra sia “inevitabile”, che la violenza sia “strategia”, che il dolore sia “prezzo da pagare”. Se provassimo a leggere i conflitti dal punto di vista dei più piccoli, molte parole perderebbero la loro patina retorica e rivelerebbero la loro crudezza. La guerra, vista dagli occhi di un bambino, non è geopolitica: è casa distrutta, scuola interrotta, gioco spezzato, paura che entra nel sonno. Recuperare quello sguardo significa restituire alla storia la sua misura morale.
Ebbene, Popotus è un tassello di questo mosaico di cura. Un presidio di informazione pensato da adulti che non si sono dimenticati di essere stati bambini. Che ricordano quanto fosse importante sentirsi presi sul serio, poter fare domande e ricevere risposte vere. Essere amati ma non manipolati. Protetti ma non chiusi in gabbia. Amati e liberati.
Da trent’anni, unico nel panorama dell’informazione quotidiana italiana, Popotus tutela il diritto dei bambini a crescere senza fretta. A capire il mondo senza esserne schiacciati. A diventare adulti che, a loro volta, non si dimenticheranno di essere stati bambini. Perché una società che custodisce l’infanzia custodisce il proprio futuro. E lo fa cominciando dalle parole, soprattutto quando sono parole – come ci ha indicato papa Leone – “disarmate e disarmati”.
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