Maternità e libertà: in un libro il paradosso dell’amore che non possiede
La testimonianza di Ida Matrone e del suo “Meno male che tu ci sei”, dove l’esperienza personale si apre a una dimensione comunitaria e spirituale: dalla clausura benedettina alle “Mamme del Rosario” fino all’incontro con il mondo del carcere

È possibile amare senza possedere? È possibile per una madre mettere al mondo un figlio e accettare che, dopo averlo cresciuto nelle proprie viscere, la sua strada non sia quella che ha immaginato per lui? È la sfida vertiginosa con cui si misura ogni donna che vive l’esperienza della procreazione, nella quale è inevitabilmente insita la tentazione ultima del possesso. «Io sono mia», gridavano le femministe negli anni Settanta, rivendicando diritti a lungo negati ma che nel tempo sono diventati simbolo di un’emancipazione che rischia di snaturare l’originalità dell’essere donna, la sua unicità e preziosità. In un’epoca in cui l’umanità, grazie ai progressi apparentemente senza limiti promessi dallo sviluppo tecnologico, sembra cullarsi nell’illusione di annullare ogni limite e di poter aspirare alla perfezione, si fa più prepotente la domanda delle domande, formulata sedici secoli fa da Sant’Agostino: quid animo satis? Cosa soddisfa il nostro cuore? Chi può compiere la vita dell’essere umano? L’esperienza della maternità pone la donna in una condizione privilegiata per andare al fondo di questi interrogativi, perché la mette di fronte all’evidenza che la vita è relazione con l’alterità. «L’io nasce sempre dentro una relazione - ha scritto il cardinale Angelo Scola -. È stato così fin dalla comparsa dell’uomo sulla terra e continuerà ad esserlo fino alla sua sparizione. Nessuno potrà mai farsi da sé, nemmeno nel caso in cui - nell’inquietante scenario sempre meno fantascientifico che ci si prepara - venisse al mondo come un prodotto di laboratorio. Sempre dunque una relazione mi precede. Da un altro ho origine, Di un altro ho bisogno per compiermi».
È una consapevolezza raggiunta dopo un faticoso cammino e coraggiosamente riproposta ai lettori da Ida Matrone nel suo libro «Meno male che tu ci sei. Riscoprire la maternità» (edizioni Ares), un diario dell’anima che narra l’esperienza di figlia, moglie, mamma e nonna. Una testimonianza preziosa sulle stagioni della vita, riflessione sull’esperienza personale che diventa bussola preziosa per affrontare da differenti angolature la maternità e, più in generale, le relazioni tra le persone. Nella vicenda umana dell’autrice la maternità carnale incontra quella spirituale: accade nel monastero benedettino Mater Ecclesiae dell’Isola di San Giulio, sul Lago d’Orta, dove la clausura si palesa come esperienza di intimità con il Mistero e insieme come partecipazione ai drammi del mondo nell’esperienza della preghiera. Un’altra immersione nelle profondità della maternità spirituale viene regalata all’autrice dalla frequentazione delle Mamme del Rosario, un’amicizia nata tra donne che si frequentano ai giardinetti dove portano a giocare i figli e che diventa una modalità quotidiana per farsi compagnia portando davanti alla Madonna il dolore, la fatica e la gioia di coloro che a Lei si raccomandano. Una compagnia che, in maniera tanto inattesa quanto feconda, grazie all’incontro con il cappellano di un carcere arriva a coinvolgere un gruppo di donne detenute che fanno i conti con il dolore di dover vivere lontane dai figli.
Sono tanti i volti e le storie di donne che popolano il racconto, quasi a formare - come nota nella prefazione don Alberto Frigerio - «una costellazione femminile che trova sintesi nel titolo ‘Meno male che tu ci sei’, che indica la propensione materna all’accudimento e incarna la certezza di una prossimità grata e promettente, suscitando nella prole sentimenti di meraviglia e fiducia, che esprimono il senso dell’essere voluti». Essere voluti, amati, cioè generati, non soltanto proliferati. È la grande, ineludibile attesa che abita nel cuore di ogni donna e di ogni uomo: l’attesa di ragioni adeguate per nutrire l’esistenza, riconoscendo che solo chi incontra un «tu» diventa capace di dire «io».
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