
Durante la campagna giornalistica di Avvenire “Donne per la pace”, svolta nel 2024, i nostri lettori sono stati invitati a sostenere un progetto di educazione alla pace rivolto alle mamme ebree e palestinesi i cui figli frequentano la scuola binazionale, bilingue e multireligiosa del Villaggio Neve Shalom Wahat al-Salam, in Israele. Alla conclusione del progetto, eccone i risultati, raccontati dalle due responsabili, Tamar Zoher Shemesh e Nur Najjar, entrambe molto attive nella comunità ed entrambe madri di tre figli.
Dopo quella maledetta mattina del 7 ottobre 2023 (l’assalto di Hamas ad Israele, ndr) e dopo mesi di devastante guerra a Gaza, le mamme e i papà, da entrambe le parti, ebrei e palestinesi, avevano paura di mandare alla scuola di Neve Shalom-Wahat al Salam i propri bambini. Tutti si chiedevano: cosa succederà? C’era tanta incertezza, tante domande. Quello che abbiamo fatto è stato offrire uno spazio nel quale porre domande, sentirsi a proprio agio e ricevere ascolto. Il progetto era intitolato “Essere genitori in un ambiente binazionale” ed è stato pensato in collaborazione con la Scuola per la pace del villaggio. Volevamo creare momenti che fossero davvero significativi per le mamme. Agli incontri, a cui hanno partecipato due facilitatori della scuola, uno ebreo e l’altra palestinese, c’erano sempre circa 25 mamme, con figli sia all’asilo che alla scuola primaria, in parte residenti al villaggio, in parte no (la scuola è frequentata per oltre l’80 % da bambine e bambini che non abitano a Neve Shalom Wahat al-Salam, ndr). Era un gruppo eterogeneo.
Gli incontri si svolgevano il venerdì mattina dalle 9 alle 12 e c’era anche un servizio di baby-sitting. Certo, per quelle che abitano nel villaggio era agevole: cinque minuti a piedi ed erano arrivate. Ma le mamme da fuori –ad esempio quelle che abitano ad Abu Ghosh – dovevano guidare anche mezz’ora, sia all’andata che al ritorno. Eppure hanno voluto esserci, hanno dedicato tempo e impegno. I temi variavano a ogni incontro: come creare spazio per il dialogo in una comunità binazionale; le differenze tra la nostra scuola e le altre in Israele; come gestire in tempo di guerra l’esposizione dei nostri figli ai social media e ai media in generale. I media arabi e quelli ebrei mostravano infatti narrazioni differenti. Ci siamo dunque interrogate su come mediare la realtà esterna ai nostri figli, come comunicare con loro. Un altro incontro, molto apprezzato, era incentrato poi sull’educazione come forma di attivismo.
È stato un percorso molto intenso e significativo. Sia dal punto di vista personale, relazionale – anche se siamo nella stessa scuola o addirittura nella stessa classe, spesso non abbiamo il tempo di conoscerci bene – sia per l’opportunità di avere del tempo per approfondire temi così pregnanti. I genitori non mandano qui i propri figli semplicemente a studiare. C’è un motivo ben più profondo per cui lo fanno, ma spesso non hanno il tempo di elaborare cosa significhi per loro come persone. Non di rado poi hanno l’impressione di porre i propri bambini in una condizione in qualche modo difficile: non è semplice né comodo confrontarsi con “l’altro” tutti i giorni. Tanto più ora. Per questo mamme e papà hanno bisogno di uno spazio per riflettere su questa scelta e per “ricaricarla”.
Al termine del ciclo di incontri, la maggior parte delle partecipanti ha detto che sentiva il bisogno di continuare un percorso di questo tipo: stiamo già lavorando in questa direzione. Infine, è stato un percorso di valore anche per l’intera comunità di Neve Shalom Wahat al-Salam e per la comunità di genitori della scuola. Ci ha aiutato a far capire alle famiglie che questa è molto più di una scuola. È uno stile di vita ed è anche una scelta di vita.
(traduzione a cura di Giulia Ceccutti, coordinatrice Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam)
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