Segnalare per tutelare. Mai più l’orrore toccato alla piccola Beatrice (che non possiamo dimenticare)
La vicenda terribile della piccola di Bordighera e le mancate denunce delle situazioni di abuso e maltrattamento sui minori: per insegnanti, medici e operatori sociali sono un obbligo di legge. Una riflessione sulla scuola come primo osservatorio del disagio

Tutti sembrano essersi già dimenticati della piccola Beatrice, ammazzata di botte dalla mamma e dal suo compagno. Violenze a cui hanno assistito inermi, e che quindi hanno subito, anche le sue due sorelline, senza che nessuno se ne accorgesse o le segnalasse, nell’indifferenza generale. Cosa si poteva fare? Cosa si può fare, perché un simile orrore non si ripeta?In base alla normativa vigente, chiunque può segnalare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni situazioni di possibile maltrattamento o abuso ai danni di minori. La segnalazione diventa però un preciso obbligo, ai sensi dell’art. 9 della legge n. 184/1983, per pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio ed esercenti un servizio di pubblica necessità, tenuti a riferire con tempestività ogni situazione di abbandono di cui vengano a conoscenza nell’esercizio delle proprie funzioni. Tra i soggetti obbligati rientrano operatori socio-sanitari, medici, dirigenti scolastici e docenti di ogni ordine e grado. È fondamentale chiarire che il legislatore non intende trasformarli in “delatori”: si tratta di una segnalazione, non di una denuncia penale, concepita esclusivamente come strumento di tutela del minore. Non si può ignorare, infatti, l’esistenza di bambini e adolescenti che vivono condizioni di grave sofferenza all’interno del proprio contesto familiare, situazioni spesso invisibili ma reali, che impongono un intervento tempestivo. Gli operatori che adempiono a tale obbligo non possono e non devono essere stigmatizzati come “ladri di bambini”: al contrario, il loro intervento consente di portare all’attenzione dell’autorità giudiziaria situazioni altrimenti sommerse, spezzando il silenzio che troppo spesso circonda il disagio minorile. Ogni adulto ha una responsabilità di vigilanza nei confronti dei più fragili; tale responsabilità si accentua nel mondo scolastico, che costituisce un osservatorio privilegiato della vita dei minori. La scuola non è soltanto luogo di trasmissione del sapere, ma uno spazio educativo e relazionale chiamato a intercettare segnali di sofferenza e a promuovere benessere e crescita armonica. Le “Linee guida per il diritto allo studio delle alunne e degli alunni fuori dalla famiglia d’origine” ribadiscono che gli insegnanti devono essere adeguatamente formati a riconoscere segnali di disagio e a intervenire, poiché «segnalare per tutelare» è un dovere istituzionale. Spesso i docenti sono tra i primi a entrare in contatto con situazioni familiari problematiche e, proprio per questo, la scuola rappresenta un punto di osservazione essenziale.
Si tratta tuttavia di un compito complesso, che richiede preparazione professionale e consapevolezza personale, poiché ciò che si intuisce può risultare difficile da accettare. È importante ribadire che ai docenti non compete la raccolta di prove, ma l’attenzione ai segnali e la costruzione di un clima di fiducia. Quando emergono sospetti di situazioni gravi, non si deve contattare la famiglia per approfondimenti diretti: occorre invece attivare immediatamente i canali istituzionali competenti. Nei casi di urgenza, ci si rivolge alle Forze dell’Ordine; negli altri casi, ai Servizi socio-assistenziali territoriali o alla Procura presso il Tribunale per i minorenni. La segnalazione costituisce sempre il primo passo per la tutela del minore e l’avvio delle verifiche necessarie. È opportuno, quando possibile, coinvolgere il dirigente scolastico, così da garantire sostegno istituzionale e maggiore solidità alla procedura. Tuttavia, in assenza di tale passaggio, il personale docente è comunque tenuto ad agire senza indugi. L’eventuale intervento dei servizi sociali non comporta necessariamente percorsi giudiziari: molte situazioni di difficoltà possono essere affrontate attraverso la collaborazione tra professionisti. Nei casi più gravi, tuttavia, l’autorità giudiziaria può disporre provvedimenti quali l’affidamento familiare o l’inserimento in comunità, sempre nell’interesse superiore del minore e del suo diritto a crescere in un contesto adeguato. L’intervento giusto al momento giusto può salvare una vita.
Presidente Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie
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