
A dieci anni dall’introduzione, il conto di base non fa numeri. Secondo la Banca d’Italia erano solo 180 mila i rapporti aperti nella Penisola a fine 2025. Una tendenza fotografata anche dalle cifre diffuse dalla Commissione europea, con i dati (aggiornati al 2023) che mostrano come Roma si posizionerebbe parecchio indietro rispetto a diversi paesi dell’Unione. Dal 2016, anno di inizio delle rilevazioni, erano stati aperti in Italia circa 108 mila rapporti con queste caratteristiche: numero molto inferiore rispetto a Germania (1,2 milioni), Svezia (1,2 milioni), Irlanda (446mila), Francia (320mila). Peggio farebbero Spagna (103mila) e Polonia (74mila).
La situazione è tale da aver spinto la Banca d’Italia a intervenire. Mercoledì l’istituto di via Nazionale ha pubblicato alcuni orientamenti di vigilanza sulla questione. Dal monitoraggio, si legge, risultano “comportamenti oppositivi” da parte di banche, Poste italiane e altri prestatori di servizi di pagamento, tutti obbligati a offrire il conto di base. Eufemismo chiaro. Ma partiamo dall’inizio.
Cos’è il conto di base
Disporre di un conto corrente è importante, ma non certo banale, in particolar modo per le categorie svantaggiate – migranti, persone senza fissa dimora, anziani –. I problemi vanno dai costi all’assenza di documenti. Così l’Europa ha deciso di intervenire nel 2014 con una direttiva recepita nel Testo unico bancario italiano. La norma creava quello che è divenuto il conto di base, uno strumento che risponde a esigenze semplici di gestione del denaro e, per questo, offre un numero di operazioni e servizi inferiore rispetto ai conti tradizionali, ma consente, per esempio, di effettuare bonifici. Nel recepimento italiano, è completamente gratuito per i redditi bassi (con Isee inferiore a 11.600 euro), mentre paga solo l’imposta di bollo chi ha una pensione annua lorda fino a 18mila euro.
La meline delle banche
Il fatto è che, su una platea potenziale di ben sette milioni di destinatari, i numeri reali sono molto più bassi. In parte per difetto di educazione finanziaria (il pubblico non conosce lo strumento); in parte perché, rileva palazzo Koch, gli intermediari fanno melina. La Banca d’Italia spinge per un ruolo proattivo. Lungo l’elenco dei comportamenti discutibili segnalati: c’è chi non prevede il conto base nel catalogo dei prodotti, o non include tutti i servizi previsti dalla legge; in altri casi, il prodotto esiste formalmente, ma a mancare è la pubblicità.
Ma ci sono anche casi in cui l’ostacolo è costituito da limitazioni (maliziose o meno, difficile dirlo) delle procedure informatiche: in pratica, il sistema non consente concretamente l’apertura ai clienti in possesso di documenti diversi da quelli gestiti in via ordinaria. Ma si tratta di documenti legittimi: per esempio il codice fiscale provvisorio non alfanumerico o la ricevuta della domanda di permesso di soggiorno.
Il parere di Federconsumatori
Pochi i casi in cui la banca può a buon diritto rifiutarsi di aprire un conto di base: se non si soggiorna legalmente nell’Unione europea, se si intende usarlo per l’attività imprenditoriale, se si ha già un conto corrente o altro conto di pagamento in Italia (comprese le carte prepagate “ibanizzate”). Semaforo rosso anche se non c’è la possibilità di verificare adeguatamente il cliente secondo la normativa antiriciclaggio e antiterrorismo.
Ma è importante sapere, spiega Eugenio Zanin di Federconsumatori, «che il rifiuto deve essere motivato per iscritto e arrivare entro dieci giorni». Una scossa, afferma l’esperto, è importante: «Con i flussi migratori attesi, agli sportelli si presenterà sempre più gente che non ha i documenti normalmente previsti. E avere un conto corrente è ormai condizione necessaria per avere un lavoro, e spesso anche una casa».
A proposito: per quanto riguarda la residenza, aggiunge Zanin, il problema è aggirabile con un po’ di fantasia. «Per esempio a Roma, dove basta dichiare di vivere in via Modesta Valenti». Storia triste, quella della signora: nata benestante a Capodistria, finì a vivere per strada dopo un ricovero psichiatrico. Giunta nella capitale (pare per incontrare Giovanni Paolo II), si stabilì nei pressi della stazione Termini. Ma non resse al gelo di una notte particolarmente fredda. Il 31 gennaio 1983 Modesta Valenti morì dopo quattro ore di agonia: i sanitari, avvisati dai passanti, si rifiutarono di soccorerla perché maleodorante e con i pidocchi. Da allora viene ricordata ogni anno. E oggi il suo nome resta sui documenti di tanti senza casa come lei.
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