Porzioni piccole, cibi pronti: la denatalità sta cambiando la spesa (e l'alimentazione)

Si cucina meno e si punta di più sulla qualità. Nel 2050 gli over65 saranno un terzo della popolazione e 4 famiglie su 10 saranno composte da una sola persona. Le imprese: serve un patto nazionale per sostenere la genitorialità
Google preferred source
June 25, 2026
Porzioni piccole, cibi pronti: la denatalità sta cambiando la spesa (e l'alimentazione)
Famiglie ristrette e carrello della spesa più leggero. La denatalità sta trasformando i consumi alimentari spostando l’attenzione su salute e praticità. E dalle imprese del settore arriva un appello alle istituzioni: serve un’alleanza per contrastare lo spopolamento dei territori e la fuga di cervelli all’estero. “Rinascere in Italia: soluzioni oggi per la società e i consumi del domani” è il tema dell’assemblea pubblica dell’Unione Italiana Food (alla quale aderiscono 530 imprese) che si è svolta ieri a Milano. Focus sulla contrazione della popolazione ma anche sulla sua profonda trasformazione. Oggi le famiglie composte da una sola persona sono il 37%, saranno il 41% nel 2050. La popolazione scenderà a 54,7 milioni (4,2 milioni in meno) e un italiano su tre sarà over65. L’invecchiamento ridisegna le abitudini di acquisto, preparazione e fruizione dei cibi. Per decenni il carrello della spesa è stato “disegnato” sulla famiglia tradizionale con figli: grandi formati, acquisti settimanali e consumo condiviso. Oggi si cerca la qualità, porzioni piccole e preparazioni veloci. Un esempio perfetto sono le capsule per il caffè con una spesa media per famiglia di 81 euro. Frutta esotica e secca, insieme ai prodotti plant-based, sono sempre più richiesti. I consumatori, soprattutto quelli silver, prediligono le verdure pronte, insalate in busta e surgelati, ma anche le preparazioni alimentari quali sughi, zuppe e brodi che non vanno cucinati. Il cibo viene visto sempre più spesso come un alleato della salute con prodotti arricchiti (dalla pasta proteica alle bevande con probiotici) che si consumano abitualmente insieme agli integratori. La voglia di cucinare scoppiata durante il Covid si è affievolita: tra i fornelli si passa sempre meno tempo, 68 minuti al giorno, il 13% in meno rispetto al 2019, ma si sta più attenti allo spreco e non si rinuncia alla socialità. Specchio della denatalità gli alimenti per la prima infanzia che calano nei volumi ma si evolvono in termini di specializzazione e valore aggiunto.
«La denatalità è insieme un problema economico e sociologico - ha sottolineato Gigi De Paolo, presidente della Fondazione per la natalità -. Non dimentichiamo che oggi la seconda causa di povertà la perdita del lavoro è la nascita di un figlio». Il rettore della Bocconi, Francesco Billari, demografo, ha spiegato come la denatalità sia frutto per due terzi del calo delle persone in età riproduttiva e solo per un terzo dalla riduzione del numero di figli (oggi 1,14). «Il 21% dei nati nel 2025 ha un genitore straniero e questo dovrebbe far riflettere sul ruolo che l’immigrazione può avere nel contrasto alla natalità. Si potrebbero rimodulare i flussi non più sui singoli lavoratori ma ragionare in termini di famiglie». Le imprese hanno messo l’accento sulle difficoltà a reperire personale e hanno evidenziato la necessità di ampliare l’offerta dei servizi per bambini ed adolescenti. Il presidente di Unionfood, Paolo Barilla ha ricordato l’impegno delle imprese sul fronte della genitorialità, attraverso congedi, welfare aziendale e modelli organizzativi più flessibili. «Ma da soli non si chiude il cerchio» ha detto chiedendo un intervento strutturale delle istituzioni. «Abbiamo bisogno che lo Stato costruisca con noi un sistema stabile di incentivi perché la genitorialità diventi economicamente sostenibile per le famiglie e competitivamente neutrale per le imprese: la denatalità è una sfida nazionale, anche la risposta deve esserlo».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire