Francesco, morto di tumore a 14 anni: quando le scelte dei genitori non fanno il “bene” dei figli
di Luciano Moia
Mercoledì l'udienza con la mamma e il papà di Vicenza che hanno curato il ragazzo col metodo Hamer. Dalle medicine alle vaccinazioni, il bene dei bambini chiede amore, ma anche informazione, discernimento e la capacità di mettere in discussione le proprie certezze

«Per i miei figli voglio il meglio». Quale mamma o quale papà non hanno mai pronunciato una frase simile? L’obiettivo è legittimo e, in qualche modo, anche condivisibile. Il problema è capire, nelle diverse circostanze, cosa significa “il meglio”, come individuare questo percorso d’eccellenza e, soprattutto, verificare se gli obiettivi che noi abbiamo scelto per i nostri figli sono davvero adeguati alle loro caratteristiche, ai loro bisogni. Come sempre, nella vita, si tratta di scegliere. E ogni scelta, in qualsiasi ambito – la scuola, lo sport, le amicizie, l’abbigliamento – ha conseguenze più o meno dirette sul futuro dei nostri figli. Quando poi si parla di salute, il peso delle decisioni può assumere un rilievo enorme, anche drammatico. La vicenda dei genitori di Francesco, che sarebbe morto di tumore a 14 anni perché i suoi genitori si sarebbero lasciati convincere a seguire il metodo Hamer invece di sottoporre il ragazzo alla chemioterapia, ripropone con tutto l’impatto emotivo e problematico, la questione delle decisioni prese dai genitori per il bene dei figli. Perché non c’è dubbio che questi due genitori vicentini abbiano scelto la terapia inventata dal medico tedesco – la malattia non si contrasta ma si asseconda perché è l’evidenza di un conflitto biologico innescato da un trauma – nella convinzione di scegliere il meglio per il loro ragazzo. Secondo i periti della procura invece la terapia sarebbe priva di qualsiasi rilievo scientifico e il ricorso alla tradizionale chemio avrebbe salvato il ragazzo. Mamma e papà, nell’udienza che sarà mercoledì 16 settembre, rischiano l’accusa di omicidio volontario.
Sarebbe facile pensare che per due genitori che hanno perso in questo modo un figlio e che, secondo quanto da loro stessi dichiarato, hanno compreso l’errore commesso, qualsiasi pena giudiziaria non potrà essere superiore alla sofferenza infinita in cui sono precipitati alla scomparsa di Francesco. Per un genitore non c’è dolore più grande, tanto più quando esiste la consapevolezza o almeno il dubbio di un comportamento che avrebbe finito per peggiorare in modo irrimediabile una situazione già gravissima. Per questo il percorso giudiziario, pur importante e inevitabile, rischia di apparire un’afflizione che non potrà aggiungere nulla all’annientamento interiore che ha triturato i cuori di questa mamma e di questo papà. Da genitori, per quello che vale, hanno tutta la nostra vicinanza, anche se tanti aspetti rimangono da chiarire, insieme al desiderio di comprendere quale aggrovigliato percorso mentale e quali consigli devianti abbiano seguito per convincersi a imboccare la strada di una terapia tanto discussa e tutt’altro che rassicurante per quanto riguarda i risultati, almeno a giudicare dalle evidenze contraddittorie riportate in rete. Più o meno le stesse domande che si dovrebbero porre a tutti i genitori che decidono di non vaccinare i figli e poi si stupiscono delle conseguenze adottate dalle autorità sanitarie e scolastiche, ignorando che la scelta della vaccinazione non riduce soltanto in modo significativo il rischio di ammalarsi per il proprio figlio, ma è un gesto di responsabilità sociale perché tutela i bambini più fragili che potrebbero contrarre virus e batteri dal contatto con i coetanei non vaccinati.
Purtroppo il coacervo di informazioni devianti o apertamente false rintracciabile in rete – vaccini tossici, prevenzioni inutili, complotti sanitari astrusi secondo cui i vaccini sarebbero la causa dell’autismo o modificherebbero il Dna – finisce talvolta per convincere i genitori più timorosi, ma non li assolve dall’obbligo di verificare, di cercare informazioni credibili. Siamo davvero certi che le convinzioni che abbiamo assunto in rete, la confidenza del vicino, quello che abbiamo sentito di rimbalzo rappresentino davvero il “meglio” per i nostri figli? Neppure l’amore può fare a meno del discernimento e quanto più aumentano i dubbi, tanto più occorre sviluppare la volontà e la pazienza di verificare, mettere a confronto, approfondire. Spesso anche le convinzioni ideologicamente più solide – o tali all’apparenza – non reggono il confronto con la realtà e le scelte di vita che noi imponiamo ai nostri figli nella convinzione di costruire per loro il miglior mondo possibile - pensiamo all’ecologismo integralista della famiglia nel bosco - possono avere conseguenze imprevedibili dal punto di vista sanitario, da quello dell’equilibrio psico-fisico, della socializzazione o dello sviluppo cognitivo e di tanto altro. Fermarsi in tempo, mettere a confronto le nostre idee con quelle di chi, meglio di noi, conosce il problema per averlo a lungo studiato, riconoscere l’errore o almeno lasciarsi interrogare dai dubbi, non rappresenta mai una sconfitta. Ma è la prova di un amore davvero responsabile verso i figli che ci sono affidati perché nasce da una coscienza informata, che non si stanca di chiedere perché.
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