Affetti e sessualità: ma i genitori, la scuola, la Chiesa stanno facendo abbastanza?
di Luciano Moia
Tra silenzi familiari, resistenze politiche e iniziative ecclesiali ancora frammentate, l’educazione alle relazioni resta una delle grandi emergenze educative del nostro tempo: servono parole nuove, percorsi condivisi e adulti capaci di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità

Non bastano le parole per spiegare ai nostri ragazzi il mistero dell’amore. Potremmo rivolgere loro mille discorsi ma, senza gesti coerenti e testimonianze credibili, tutta la nostra fatica verbale sarebbe sprecata. Allo stesso tempo però l’esempio più efficace e la testimonianza più luminosa potrebbero non essere comprese pienamente se non venissero accompagnati da una spiegazione chiara, proposta con un lessico che sia allo stesso tempo comprensibile ed accattivante, capace di mettere in luce significati e valori di quanto abbiamo visto o vissuto. Spesso, di fronte a un fatto di cui avvertiamo il grande potere educativo e di cui sarebbe importante cogliere lo spunto, facciamo fatica a trovare le parole giuste e i collegamenti necessari. Avvertiamo che le parole di cui vorremmo servirci hanno perso un po’ d’efficacia, comprendiamo che spesso il significato che viene oggi attribuito a quei termini non corrisponde più alla loro radice originale ed è comunque distante da quello che noi abbiamo in mente.
Un divario difficile da colmare soprattutto quando il tema su cui vorremmo portare a riflettere i nostri ragazzi è quello dell’affettività, della relazione, dell’amore, della sessualità. Quando per esempio, usiamo parole come castità, pudore, eros, sesso, genere, rispetto, siamo certi che i nostri ragazzi comprendano davvero quello a cui ci riferiamo? E, d’altra parte, siamo certi di utilizzare queste parole in modo corretto, senza rifugiarci nella confortante sicurezza di un passatismo che risulta ormai distante dal sentire comune e, soprattutto, dalla sensibilità dei nostri ragazzi? Questione decisiva su cui torneremo tra poco. Ora chiediamoci perché è importante usare le parole giuste. Potremmo dire, evidentemente, per ridurre il rischio di non farci comprendere. Per evitare di proporre idee sbagliate a proposito dei concetti che vorremmo esprimere. Per superare confusioni e stereotipi. Per spiegare che quando parliamo di educazione agli affetti, alle relazioni, all’amore non stiamo parlando di un argomento marginale, trascurabile, qualcosa che si può imparare in tanti modi diversi, per esempio dai media, dagli amici, dal web e, purtroppo, dalla pornografia, come avviene ancora in troppi casi. No, qui stiamo parlando di una realtà che va diritto al cuore stesso dell’uomo e della donna. Siamo di fronte a qualcosa che non è un tema ma una prospettiva esistenziale, perché dal modo di intendere i rapporti con gli altri, dal modo di comprendere quello che è giusto e quello che è sbagliato nell’ambito del genere e della sessualità intesa come nucleo fondante dell’identità, dipende il nostro modo di guardare alla vita. Se riusciremo, come adulti risolti, a far crescere figli altrettanto risolti, per quanto sia possibile alla loro età, persone comunque serene, comunque rispettose dei propri sentimenti e di quelli delle persone che si rapportano con loro, avremo dato uno straordinario contributo al loro equilibrio personale e al bene comune. Se non ci riusciremo avremo invece alimentato disagio e malessere, avremo offerto nuovi spunti alle tante ingiustizie di genere, alla misoginia, al maschilismo patologico, alla violenza verso la donna in tutte le sue forme, agli abusi sui minori, alla piaga vergognosa e intollerabile dei femminicidi. Da tempo abbiamo capito che, accanto ai vari “codici rossi”, alle iniziative politiche, alle leggi più o meno repressive – che tanto in questo Paese non si traducono mai in certezza della pena – serve soprattutto un impegno educativo specifico e mirato, una volontà ferma perché consapevole e culturalmente attrezzata per accompagnare i nostri ragazzi alla conoscenza del grande pianeta dell’affettività e delle buone relazioni. Lo stiamo facendo? Solo in parte, purtroppo, in piccolissima parte. Vediamo perché.
Affetti e sessualità, la Chiesa sta facendo abbastanza?
Sarebbe facile rispondere con un sì o con un no, ma sarebbe ingiusto. La risposta, come quasi sempre avviene, merita un discorso più complesso. Arriviamo da un passato di sessuofobia e di moralismi tanto più desueti e insopportabili perché non fondati sul Vangelo ma solo su una tradizione che, per una serie di ragioni storiche e culturali - a cui in questo contesto possiamo solo accennare - ha guardato al corpo soprattutto come involucro dell’anima, come strumento di peccato, come dimensione da reprimere e purificare attraverso pratiche ascetiche e restrizioni. Dopo il Vaticano II tante cose sono cambiate, almeno in parte. Sarebbe una ricerca di grande interesse quella di scoprire perché alcuni settori della Chiesa sono rimasti ancorati all’antico dualismo anima-corpo e altri hanno imboccato con coraggio la strada indicata prima dalla teologia del corpo di Giovanni Paolo II e, in questo ultimo decennio, da Amoris laetitia di papa Francesco. Non possiamo farlo qui. E quindi ci limitiamo a segnalare un impegno che sarebbe sbagliato minimizzare. Da almeno vent’anni, in tante diocesi, ma anche nell’ambito di istituti religiosi, aggregazioni, movimenti e associazioni, sono fiorite esperienze e progetti di accompagnamento educativo all’affettività e alla sessualità. Tra le numerose proposte – in un elenco certamente incompleto – c’è il programma Teen star, i cui tutor sono seguiti dall’Università Cattolica. Metodo diffuso in 56 Paesi che aiuta i ragazzi a fare scelte consapevoli partendo dalla bellezza delle relazioni. Sempre a livello internazionale c’è Up2Me dei Focolari, progetto che coinvolge genitori e ragazzi di 30 nazioni e si presenta come esperienza relazionale di reciprocità per accompagnare, con formule diverse, bambini e ragazzi fino ai 18 anni in un dialogo aperto. Di respiro trasnazionale anche la proposta dei salesiani che, al termine di un percorso di discernimento durato due anni, hanno diffuso alla fine del 2024 Itinerari, una pastorale giovanile che educa all’amore, percorso che si propone di accompagnare ragazzi e ragazze alla scoperta di sé stessi e degli altri attraverso dieci tappe di conoscenza.
Tante proposte sono fiorite, come detto, anche tra le diocesi, con alcune esperienze ormai decennali come quella dei coniugi Flavia e Claudio Amerini a Mantova, oppure quella di Delizia e Nicandro Prete a Ragusa. E poi esistono progetti che, nell’ambiente, sono altrettanti marchi di garanzia, come Una storia unica, inventata e portata avanti da tanti anni dallo psicologo e sessuologo Saverio Sgroi. Oppure come Il corpo racconta, il percorso inventato oltre vent’anni fa da Fabia Ferrari, continuamente aggiornato, che si rivolge alle preadolescenti e alle loro mamme. Sul fronte dei maschi c’è Noi uomini: alla scoperta del legame affettivo e dello sviluppo sessuale. Corso papà-figlio, nato dall’esperienza del pediatra Lorenzo Rizzi, formatore ed educatore, e oggi portato avanti soprattutto da Daniele Masini del Consultorio familiare Zelinda di Bergamo. Tra le nuove proposte ecco “Bruchi e farfalle” del Centro della Famiglia di Treviso che è coordinato dalla psicologa Marta Benvenuti. Ma ci sono anche le iniziative delle Suore Francescane dell’Addolorata a Santa Maria degli Angeli, Assisi, con il corso Isha e Come Maria, che dedicano particolare attenzione all’educazione sentimentale al femminile. E poi quelle, altrettanto collaudate di Incontro matrimoniale e delle Equipes Notre Dame. Tante idee, certamente, che forse andrebbero coordinate in modo più attento, non per uniformare le proposte – qui la diversità è davvero ricchezza – ma almeno per attualizzare le idee più datate alla luce delle nuove ricerche offerte dalle scienze umane e per offrire a tutti alcune linee-guida di riferimento su cui impostare il lavoro. È l’obiettivo del Tavolo di lavoro coordinato dal Servizio nazionale tutela minori della Cei che, nei mesi scorsi, anche con il contributo dell’Università Cattolica, ha messo insieme i responsabili pastorali degli Uffici Famiglia, Giovani, Scuola, Disabilità. Il nuovo documento è atteso per il prossimo autunno.
Dedicata all’educazione all’affettività è infine la Settimana nazionale di spiritualità coniugale e familiare dell’Ufficio famiglia Cei, “Addomesticare il mondo” che si terrà a Verona nei prossimi giorni (30 aprile-3 maggio) di cui parliamo in altre parte e che segnala un’attenzione al tema che definire episodica sarebbe davvero ingeneroso. Anche su questo fronte ora la Chiesa c’è, parla finalmente senza imbarazzi e senza toni giudicanti, propone anche alcune piste di riflessioni autenticamente originali perché segnate in profondità da quell’impegno all’accoglienza e all’inclusività ormai fissate anche nel magistero, grazie soprattutto ad Amoris laetitia. Certo, ora si tratta di divulgare, estendere l’impegno, aggiornare i linguaggi, far comprendere che è questa l’emergenza educativa su cui concentrare l’attenzione dei prossimi anni.
Affetti e sessualità, perché tante incertezze nella scuola?
Parlare di educazione agli affetti e alla sessualità a scuola equivale, ormai da trent’anni, a far fibrillare il dibattito politico. Tutti riconoscono che sarebbe fondamentale fornire agli studenti competenze su questioni come l’intelligenza emotiva, il rispetto, il consenso, il rispetto, l’identità di genere, l’integrazione culturale, fondamentali non solo per un rapporto sereno e equilibrato con sé stessi e con gli altri, ma anche per la prevenzione del bullismo, del cyberbullismo e di tutte le forme di violenza di genere. Quando però si tratta di mettere nero su bianco una legge per regolamentare l’educazione affettiva nelle scuole, cominciano i veti incrociati. Una battaglia in realtà già cominciata nel secolo scorso. La prima proposta sul tema è del 1975 e fu presentata dal deputato comunista Giorgio Bini. Naturalmente senza alcun successo. Da allora le proposte arrivate da tutti gli schieramenti ma che non hanno avuto alcun seguito sono più di trenta. E oggi il confronto prosegue. Il 23 maggio è stato depositato alla Camera il cosiddetto ddl Valditara in tema di consenso informato, secondo cui tutte le attività extracurricolari che trattano di temi legati alla sessualità possono svolgersi soltanto con il via libera delle famiglie e, ogni caso, di educazione alla sessualità non si può parlare nella scuola dell’infanzia e nelle primarie. Nell’ottobre del 2025 il divieto è stato esteso alle secondarie di primo grado, in particolare quando si affidano progetti educativi a figure esterne alla scuola. In ogni caso si tratta sempre, secondo quanto indicato da Valditara, di attività facoltative a cui gli studenti minorenni non sono obbligati a partecipare. Un diktat che, come abbiamo più volte messo in luce, appare incomprensibile sia alla luce del quadro internazionale – l’Italia è l’unico Paese europeo, insieme a Bulgaria e Romania, che non prevede l’educazione affettiva e sessuale a scuola – sia dei presupposti culturali che ci stanno dietro. Perché è meglio “limitare”, se non escludere di fatto, l’educazione sessuale in classe secondo il governo in carica? Tre, in sintesi, le ragioni più volte addotte dagli esponenti di centro-destra, soprattutto leghisti, sostenitori di questi divieti. La prima: l’educazione alla sessualità è un tema delicato che va lasciato alle famiglie. La seconda: nelle scuole la questione va trattata con prudenza per difendere i nostri ragazzi dall’assedio dei sostenitori delle teorie gender. La terza: esiste una sensibilità cattolica che guarda ancora con sospetto a questi temi e che quindi va rispettata. Quanto c’è di vero in queste tesi? Nulla. Vediamo perché. Appellarsi al primato educativo della famiglia per mettere da parte qualsiasi approfondimento legato ai temi della sessualità è solo uno stereotipo che nasconde la realtà. Siamo i primi, naturalmente, a difendere il primato educativo di mamme e papà. Ma occorre anche dire che la maggior parte dei genitori non è attrezzata dal punto di vista pedagogico per affrontare questi temi in modo consapevole e sereno. Il risultato, come emerge dalle maggior parte delle ricerche, è che in casa, sulle questioni legate a sessualità e affettività vince quasi sempre il silenzio. E, se la famiglia e la scuola tacciono, come ora succede, i ragazzi cercano sul web quello che vogliono sapere. Le conseguenze sono facili da immaginare. E il rischio gender? Come più volte detto, evocare questo fantasma serve soltanto a quei gruppuscoli di retroguardia, spesso purtroppo rivistiti da sigle cristiane, che giustificano la propria esistenza con la battaglia anti-gender. Senza un presunto nemico non avrebbero ragione di esistere. La cosiddetta cultura gender è in realtà una galassia in cui c’è di tutto. Dialogare a viso aperto, spiegando ai nostri ragazzi quali sono gli approcci antropologici accettabili e quali invece presentano idee problematiche è l’unica strada possibile. Se non lo facciamo noi, le informazioni – molto probabilmente distorte – arriveranno da altre fonti. E a proposito dei “timori cattolici” sull’educazione sessuale? Quello che abbiamo detto nel paragrafo precedente dovrebbe essere sufficiente, ma se proprio vogliamo una dichiarazione ufficiale, basterebbe ricordare quanto detto da papa Francesco sull’aereo di ritorno dalla Gmg di Panama (27 gennaio 2019): «Nelle scuole bisogna dare un’educazione sessuale. Il sesso è un dono di Dio, non è un mostro e dev’essere educato non con rigidezza… Bisogna dare l’educazione sessuale anche ai bambini. L’ideale e che comincino a casa, con i genitori. Non sempre è possibile, per tante situazioni delle famiglie, o perché non sanno come farlo. La scuola deve supplire a questo, e deve farlo, altrimenti resta un vuoto che viene riempito da qualsiasi ideologia». Più chiaro di così.
Ma chi deve educare allora agli affetti e alle buone relazioni?
Se a scuola non si può parlare di emozioni, di amore e di buone relazioni, se tante famiglie manifestano ancora tanto disagio ad affrontare l’argomento, se le proposte esistenti in ambito ecclesiale – pur nella varietà delle iniziative - non sono ancora diffuse in modo uniforme e denotano approcci diversi, chi deve educare all’affettività e alla sessualità? Cari genitori, non ci sono dubbi. Anche se non è sempre facile, anche se talvolta dobbiamo combattere con l’imbarazzo e con le storie che ciascuno di noi si porta dentro, non ci rimane altra scelta. Tocca ancora a noi. Ai nostri ragazzi che sembrano già conoscere tutto, manca quasi sempre il “perché”, cioè il senso dell’amore, la ragione profonda delle relazioni, i motivi interiori su cui si costruiscono gli incroci che contano e che sfidano il tempo. In fondo, se ci pensiamo bene, solo due, fondamentalmente, le scoperte a cui dobbiamo accompagnarli, la ricchezza della diversità e la bellezza della sessualità umanizzata. Tutto semplice? Tutt’altro. Se a qualcuno potrà risultare difficile trovare le parole giuste c’è sempre la possibilità di cercare un aiuto nei libri pubblicati sul tema in questi ultimi anni. Non sono tanti e quelli che vale la pena di leggere sono meno ancora. Ne abbiamo scelti alcuni:
- È l’ora di educazione sessuale, dello psicologo Alessandro Ricci (San Paolo, 2025). Un testo che si rivolge in modo specifico ai genitori e agli educatori con l’obiettivo di accompagnarli ad accompagnare. Scrive Ricci: «…diventa urgente educare i giovani a una sana affettività e sessualità, chiarendo quali sono i valori che possiamo considerare universali e condivisibili, aiutando i giovani a farli propri. Valori e non modelli di comportamento: libertà, rispetto di sé e dell’altro, responsabilità, capacità di assumere decisioni autonome e atteggiamento positivo verso la sessualità. Essi costituiscono la cornice di riferimento entro cui ognuno iscriverà poi i propri comportamenti e scelte in campo sessuale e di vita affettiva». E ancora: «Educare all’affettività e alla sessualità è dunque educare alla vita, nel massimo dei suoi aspetti fisici, emotivi, affettivi e relazionali. Aiutare un ragazzo o una ragazza nella ricerca dell’identità, della sua individualizzazione e socializzazione, diventa una sfida per le figure adulte impegnate sia come genitori sia come educatori».
- Ad amare (per sempre) ci si educa, di Ezio Aceti e Stefania Cagliani, entrambi psicologici (Città Nuova, 2024). Interessante perché aiuta in modo semplice ad approfondire i concetti di persona e di coppia. Spiega le dinamiche che portano due persone a costruire rapporti capaci di resistere al tempo, accompagna verso una crescita affettiva che ha come finalità il fidanzamento e il matrimonio. I due esperti parlano di educazione all’affettività come bellezza delle scoperte di coppia. È rivolto a giovani che guardano in modo consapevole a un progetto di vita.
- Crescere uomini. Le parole dei ragazzi su sessualità, pornografia, sessismo, di Monica Lanfranco, formatrice e scrittrice (Erickson 2019). Anche se non nuovissimo, resta un saggio di grande interesse per capire quello che i giovani maschi pensano a proposito di sessualità, virilità, violenza di genere, pornografia. Lanfranco ha ascoltato più di mille studenti dai 16 ai 19 anni e racconta come sia difficile scardinare stereotipi di genere, sessismo e omofobia. L’educazione alla sessualità? Sarebbe fondamentale, spiega l’esperta, per superare il sentimento prevalente che è la paura generata dall’ignoranza. «Ma accanto alla paura e all’ignoranza c’è la rottura del patto educativo tra persone adulte, del quale in molte e molti parliamo da anni senza che ci siano interventi significativi». Anche perché, conferma l’esperta, solo una profonda irresponsabilità degli adulti può immaginare di non parlare a scuola di educazione sessuale. Non è cambiato nulla. Da leggere. Sulle stesse questioni l’autrice ha poi pubblicato Mio figlio è femminista. Crescere uomini disertori del patriarcato (VandA edizioni, 2023).
- Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri ragazzi nell’era di Internet, di Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva (De Agostini 2015). Sono passati più di dieci anni, ma quello che racconta in questo libro un grande esperto di educazione come Pellai a proposito di sessualizzazione precoce è ancora terribilmente attuale. È interessante vedere come emergenze quali il sexting e la pornografia on line non solo non hanno trovato soluzione alcuna, ma si siamo dilatati fino a sfuggire al controllo di tutti, soprattutto dei genitori. «Sul tema dell’educazione sessuale – scrive Pellai – il silenzio degli adulti delle generazioni passate deve trasformarsi oggi in competenza e comunicazione. Perché per loro, i nostri figli, le parole peggiori sono le parole non dette». Un auspicio che attende ancora purtroppo di essere tradotto in prassi consolidata e allargata.
- Il corpo, le emozioni, l’amore: una guida all’educazione sessuale, di Elena Ravazzolo, neuropedagogista (Uppa Edizioni, 2026). Il libro presenta un percorso graduale e rispettoso che, aiutando i genitori a superare l’imbarazzo, permette di guidare i propri figli alla scoperta dell’affettività e della sessualità. Un testo di grande profondità ma, allo stesso tempo, capace di mettersi al fianco di mamme e papà con tanti consigli utili. Per esempio, come si parla ai bambini di questi argomenti? In termini corretti, senza metafore o vezzeggiativi. «Normalizzare il tema della sessualità partendo dalle parole, aiuta bambine e bambini a gestire il proprio corpo in modo consapevole». Importante poi, spiega l’esperta, «costruire un dialogo che si basi sull’ascolto attivo e non giudicante, che nasca dal rispetto profondo e dalla creazione do un ambiente di fiducia e di accoglienza». Quando cominciare? «Anche prima della nascita, perché il benessere emotivo e relazionale dei figli dipende dalla qualità della relazione e dal clima che i genitori sono capaci di costruire insieme». Tutto vero. E ancora, come è possibile difendere i nostri figli dall’esposizione a contenuti inappropriati, dall’adescamento, dallo sfruttamento e dall’abuso sessuale? Educandoli al tema del consenso e della privacy. Per esempio «fin dai primi anni di vita è importante chiedere sempre il permesso di toccare i bambini o di entrare nel loro spazio personale, anche per gesti semplici come dare un bacio». Sembra strano, ma l’educazione alla sessualità comincia anche da una richiesta e da una risposta sul tema del consenso.
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