LeBron, l’atleta-papà che sta provando
a fermare il tempo

A 41 anni suonati, la leggenda del basket gioca (e vince) insieme al figlio Bronny una super sfida nei play off della Nba. L'immagine dello scambio di palla fra loro due è già storia. Di solito, con l'età, le star dello sport declinano. Invece King James, come lo chiamano negli Usa, stabilisce nuovi record.
April 25, 2026
LeBron padre e figlio in campo coi Lakers in un frame del video della loro ultima partita
LeBron padre e figlio in campo coi Lakers
Nel basket, c’è un momento in cui la palla si stacca dalla mano del tiratore e vola verso il canestro. Qualche centesimo di secondo in cui il pubblico trattiene il fiato, con gli occhi puntati sulla traiettoria. Pare che il tempo si fermi, finché il pallone non entra morbido, ciuff, o rimbalza sul ferro. Ecco, chi ha vissuto l’altra notte l’altalena di emozioni della gara 3 dei play off Nba fra i Los Angeles Lakers e gli Houston Rockets ha provato quella sensazione in un momento preciso. E cioè quando, a 12 secondi dalla sirena finale, con i gialloviola in svantaggio di tre punti e la sorte apparentemente segnata, il numero 23 finta il tiro, manda a vuoto due avversari e lascia andare la mano con la grazia del campione, mettendo a segno la tripla del pareggio, 101 a 101, e mandando in visibilio telecronisti e spettatori. In quell’attimo infinito, il tempo sembra piegarsi alla volontà dell’uomo. Quel pallone, decisivo perché porta il match ai supplementari in cui poi la sua squadra vincerà, lo ha recuperato lui stesso, con la tenacia dimostrata sul parquet da quando si chiama LeBron Raymone James, classe 1984, data orwelliana che da piccoli ci faceva pensare al futuro e che oggi appartiene inesorabilmente al passato.
Non per LeBron, però, che a 41 anni e mezzo ha dato fondo agli aggettivi per descriverlo. Non solo per le giocate eccezionali, quanto per la naturalezza con cui continua a regalarcele: la mente che anticipa, il corpo che risponde, il gesto che non tradisce. La sua lunghissima parabola (23 stagioni nell’olimpo Nba) si avvicina ormai al mito con cui i greci narravano le gesta degli eroi. È stato un cartone animato per milioni di bambini in Space Jam 2. E per definirlo, le statistiche non bastano più: primo al mondo per punti segnati, oltre 40mila; 4 titoli di squadra, 4 volte miglior giocatore in stagione e 4 nelle finali, più una sfilza di altri record che vi risparmiamo, ma che pochi altri possono vantare. E che LeBron continua a incrementare, superando se stesso. Il tabellino dell’altra sera è indicativo, con 29 punti, 13 rimbalzi, 6 assist nei 45 minuti in cui è stato in campo, tenendo per mano una squadra orfana di Donkic e Reaves e vincendo la sua 187esima partita nei play off, tante quante quelle dell’intera squadra dei Chicago Bulls. A vederlo giocare, viene il sospetto che non stia provando tanto a battere il tempo — impresa impossibile — ma a trattare con lui, come si fa con un creditore feroce. Di solito la longevità, nello sport professionistico, è una resa progressiva: il fisico rallenta, l’impatto sul gioco si riduce, la presenza diventa testimonianza. Invece, ogni sua partita è un sonoro pernacchio all’oblio, un rifiuto di prender polvere insieme ai suoi trofei come ennesima stella dorata nella Hall of fame.
Certo, ci sono stati altri atleti capaci di negoziare con l’inflessibile scorrere di Cronos: da Michael Jordan a Tom Brady, da Roger Federer ai nostrani Gigi Buffon e Paolo Maldini, per stare ad anni recenti. Ma c’è qualcosa che, dall’altra notte, rende unico LeBron. Ed è la sequenza di fotogrammi in cui, nello stesso match contro i Rockets, passa la palla al suo primogenito Bronny James, 22enne promessa dei Lakers, che poi la mette nel canestro. Un gesto che è già storia, un assist padre-figlio mai visto nei play off Nba (e subito diventato virale sul web). Forse sogna di farlo nel calcio il quasi coetaneo (li separano 35 giorni) Cr7, che cresce il quindicenne Cristiano Ronaldo Jr. come in uno specchio, quasi ad estendere la leggenda di sé. Dal canto suo LeBron non pare aver intenzione di fermarsi. In un’epoca che cambia ritmo, linguaggi e protagonisti a velocità vertiginose, lui resta un highlander, non una reliquia sportiva. Non sta semplicemente giocando a basket, sta attraversando le generazioni. Father Time is undefeated, il tempo è un padre-tiranno che non si può battere, recita un celebre adagio negli Usa. Ma a King James, anzi a papà LeBron, almeno per ora non importa, perché è ancora lui a decidere il risultato.

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