Tra dazi, speculazioni e blocchi la crisi dell'oro si fa drammatica

L’export dei distretti è crollato del 18% lo scorso anno, produzione giù del 27% a inizio 202. Sempre pià aziende verso la chiusura Confartigianato chiede aiuto: «Interventi con le banche per avere dilazioni sui prestiti»
April 24, 2026
Tra dazi, speculazioni e blocchi la crisi dell'oro si fa drammatica
Un’orafa al lavoro in uno scatto realizzato per Benfatto, progetto originale del MAECI, 2023
L’oreficeria è uno dei simboli del made in Italy. Un settore voluttuario che sino a poco tempo fa era riuscito a superare indenne sia le crisi economiche che la concorrenza straniera. Ma i dazi americani prima e la guerra in Iran adesso hanno cambiato completamente lo scenario, facendo apparire all’orizzonte nubi nere. Lunedì scorso c’è stato il primo incontro al Mimit dedicato a questa filiera, con la promessa di un nuovo appuntamento a maggio.
La situazione è drammatica denuncia Confartigianato Orafi parlando di un crollo dell’export del 18% in un anno. Una contrazione che riporta le lancette indietro ai tempi del Covid e prima ancora della crisi finanziaria del 2009. Il primo bimestre del 2026 è caratterizzato da un calo della produzione del 27,5% (quasi il doppio rispetto al 2025). Una contingenza negativa prodotta almeno due fattori: i prezzi e le guerre. Il costo dell’oro è schizzato alle stelle: da bene rifugio è diventato strumento di speculazione. «Il prezzo è raddoppiato rispetto a due anni fa parliamo di 130 euro al grammo, era 70 euro, e ha toccato picchi di 156 euro al grammo. La verità è che la finanza ci è saltata dentro ed è comprensibile, e questo ha fatto lievitare i prezzi oltre misura. È ovvio che si tratta di una materia prima che è destinata a diminuire in futuro e quindi ad essere sempre più preziosa, ma questi livelli sono insostenibili» spiega il presidente di Confartigianato Orafi Luca Parrini.
I guai sono iniziati con gli annunci di Trump sui dazi ai prodotti europei di ogni genere, compresi i gioielli. Storicamente erano al 6% un livello “sostenibile” e ammortizzato, adesso sono al 15%. «È stato un strazio non tanto per gli aumenti ma per il continuo tira e molla. Un mercato come quello americano ha dinamiche completamente differenti rispetto alle nostre. I canali di distribuzione principali sono i cataloghi e le televendite che hanno entrambi bisogno di tempi lunghi e di certezze per organizzare le vendite» commenta Parrini. Il risultato? Le esportazioni verso gli Usa, tradizionalmente il primo partner commerciale, sono diminuite dal 20 al 15% del totale. C’è da dire che l’oreficeria ha nel mercato estero il suo principale sbocco. Le esportazioni valgono il 90% del fatturato con il mercato interno falcidiato dal caro-vita e dal fast fashion che impatta anche sugli accessori. Il Medio Oriente è il primo importatore di gioielli made in Italy con circa il 19%. Sia per il fascino che esercitano, «regalarli e comprarli» è la dimostrazione di un certo status sociale, sia perché Dubai è il principale hub verso mercati altrimenti inaccessibile come l’Iran. «Per tutto l’alto di gamma e per la gioielleria in particolare Dubai è un nodo strategico per la distribuzione e la guerra in corso è un pericolo consistente» spiega ancora Parrini.
In Italia sono quattro i distretti produttivi: Arezzo che è il principale ma anche quello più in difficoltà, seguito da Vicenza, Alessandria e Milano dove si concentrano le vendite di prodotti griffati come Bulgari e Gucci. Circa 8mila le imprese artigiane, spesso di piccolissime dimensioni (la media dei dipendenti è di 3-4 persone). Un’attività ancora artigianale con scarsi margini di guadagno: la materia pesa circa il 90% sul prezzo di vendita.
«Dall’inizio dell’anno ad Arezzo hanno chiuso già un’ottantina di aziende e la situazione rischia di diventare esplosiva perché stanno per scadere molti ammortizzatori sociali» continua il presidente di Confartigianato Orafi. Da qui la richiesta al ministero di una proroga della cig in deroga sino a fine anno ma soprattutto di un intervento di mitigazione dei costi che gli artigiani devono sostenere per il prestito d’uso. In pratica acquistano l’oro dalle banche con una sorta di prestito che prevede il pagamento di interessi trimestrali. Con il raddoppio del valore dell’oro anche gli interessi sono aumentati rendendo impossibile lavorare. «Chiediamo un intervento del governo sull’Abi e la Banca d’Italia per avere delle dilazioni e delle garanzie statali che consentano la continuità operativa» sintetizza Parrini. Un’altra opzione potrebbe essere quella di alleggerire la concentrazione di oro nei manufatti: in Italia è di 750 millesimi a grammo ma può essere anche minore e consentire di avere gioielli a prezzi più accessibili. Uno stratagemma per fare di necessità virtù.
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