La grande finanza fa retromarcia e torna a investire sulle armi nucleari

Il rapporto della ong Pax con Ican mostra l'aumento del 15% degli investitori su missili e testate atomiche, dopo anni di calo. Coinvolte anche molte delle banche italiane
April 23, 2026
La grande finanza fa retromarcia e torna a investire sulle armi nucleari
Alla base dell’Air Force in Missouri si testano armi nucleari per il bombardiere B-2 Spirit / US Air Force
L’industria delle armi nucleari torna a sedurre i mercati globali. Secondo l’ultimo rapporto Don’t Bank on the Bomb, promosso ogni anno dalla ong Pax in collaborazione con Ican (Premio Nobel per la Pace 2017) che Avvenire ha potuto analizzare in anteprima sulla pubblicazione di oggi, il 2025 segna una brusca inversione di tendenza dopo alcuni anni di timida ritirata: il numero di istituzioni finanziarie che investono in produttori di testate e missili atomici è cresciuto del 15% nell’ultimo anno, arrivando a toccare il numero più alto da qui al 2021 di ben 301 istituzioni finanziarie coinvolte.
Si tratta di una battuta d’arresto significativa per le campagne di finanza etica, che il report spiega come il risultato in parte delle pressioni dei governi europei, che spingono verso un allentamento dei paletti Esg negli investimenti per rispondere alla minaccia russa e all’incertezza sulla protezione statunitense. Parallelamente, il riarmo ha smesso di essere un tabù, a favore di una narrazione che lo presenta come un “dovere etico” per la sicurezza del continente. «Per la prima volta da anni, il numero di investitori che cercano di trarre profitto da una corsa agli armamenti è in aumento. Questa è una strategia a breve termine e rischiosa, che contribuisce a una pericolosa escalation. È impossibile trarre profitto da una corsa agli armamenti senza alimentarla», commenta Susi Snyder, direttrice dei Programmi di Ican. Come lei anche Alejandra Muñoz di Pax, autrice principale del rapporto, si sorprende soprattutto del fatto che «mentre gli esperti avvertono contro una nuova corsa alle armi nucleari, le istituzioni finanziarie di tutto il mondo continuano a investire nelle aziende coinvolte nella modernizzazione o nell’espansione degli arsenali nucleari», pur sapendo che «essere legati alla produzione di armi nucleari comporta rischi significativi in termini di diritti umani».
Secondo il nuovo report, inoltre, gli investitori detengono 709 miliardi di dollari in azioni e obbligazioni, con un incremento di oltre 195 miliardi rispetto all'anno precedente. Sono 300 miliardi i dollari erogati sotto forma di prestiti e sottoscrizioni, in aumento di 29,8 miliardi. A trarne vantaggio sono i fabbricanti di armi. Il rapporto identifica 25 aziende coinvolte nella produzione di armi nucleari. I giganti che beneficiano principalmente di questi finanziamenti sono Honeywell International, con contratti sul nucleare per circa 64 miliardi di euro, seguita da General Dynamics e Northrop Grumman, rispettivamente a circa 24 e 13 miliardi di euro. Tra le aziende con contratti miliardari figurano anche Bae Systems, Bechtel, Lockheed Martin, Rtx e Leonardo, unica azienda italiana presente tra le produttrici di armi nucleari identificate nel report. Leonardo è infatti detentrice di una quota del 25% della joint venture Mbda, che è il principale contraente per i missili nucleari francesi Asmpa e ha fornito inoltre componenti per la propulsione elettrica dei sottomarini nucleari classe Columbia della marina statunitense, ottenendo contratti superiori ai 4 miliardi di dollari (circa 3,4 in euro) tra il 2023 e il 2024.
L’Italia non è coinvolta solo in termini di contratti e produzione, ma anche sulla parte finanziaria. I tre maggiori investitori per valore di azioni e obbligazioni sono Vanguard, BlackRock e Capital Group, mentre i tre principali erogatori di prestiti sono Bank of America, JPMorgan Chase e Citigroup, ma nella lista compaiono pure nove banche italiane che tra gennaio 2023 e settembre 2025 hanno sostenuto con quasi 5 miliardi di euro in prestiti e sottoscrizioni società produttrici di armi nucleari. Un dato economico in leggero calo rispetto al 2024 quando però erano otto anziché nove. In testa si conferma Unicredit – che ha rapporti finanziari con produttori come Lockheed Martin, Northrop Grumman, Rtx, Rolls-Royce, Thales e Airbus – seguita da Intesa Sanpaolo, che sostiene tra le altre l’italiana Leonardo così come le ulteriori istituzioni coinvolte: Banco Bpm, Bper Banca, Cassa Depositi e Prestiti, Monte dei Paschi di Siena, Banca Passadore & C., Banca Popolare di Sondrio e Mediobanca. «I dati di quest’anno confermano una tendenza che non possiamo ignorare. Il sistema bancario italiano è tutt’altro che estraneo alla corsa agli armamenti nucleari – sottolinea infine Francesco Vignarca, coordinatore campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo –. Certo, il calo del volume complessivo dei finanziamenti è un segnale che va registrato positivamente, così come la flessione nei portafogli dei due principali istituti coinvolti. Ma il fatto che il numero di banche presenti nella lista sia salito da otto a nove, in un contesto globale in cui gli investitori in armi nucleari tornano ad aumentare per la prima volta dopo anni, ci dice che la rotta non è ancora stata invertita». Vignarca torna dunque a ribadire uno dei punti più volte sollevati dai pacifisti, soprattutto negli ultimi mesi alla luce delle nuove regole sulla finanza sostenibile: «I risparmiatori italiani hanno il diritto di sapere dove finiscono i loro soldi e di pretendere che le banche a cui li affidano non li utilizzino per finanziare le armi più distruttive del pianeta».
La nota positiva – nello scenario di inversione sicuramente negativa descritta – viene sempre dal report che sottolinea come nonostante l’aumento degli investitori, esista un fronte opposto ormai solido, fatto di 132 istituzioni finanziarie, per un totale di circa 4.800 miliardi di dollari di asset in gestione, che hanno espresso sostegno esplicito al trattato di non proliferazione (Tpnw), escludendo le armi nucleari e citando proprio il trattato come orizzonte legale ed etico.

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