Il costo climatico dei super ricchi: 1 triliardo di dollari l’anno a carico del pianeta
Secondo un nuovo report di Greenpeace Africa a incidere non sono soltanto i consumi di lusso, come jet privati e yacht, ma soprattutto i loro investimenti

Siamo in debito con la Terra, ma alcuni lo sono più di altri. Per anni, il tema del “debito climatico” è stato affrontato concentrandosi sulla responsabilità storica degli Stati: il Nord globale contro il Sud del mondo, i Paesi industrializzati contro quelli in via di sviluppo. Oggi, però, sta emergendo un altro quadro: la frattura è soprattutto tra chi inquina poco e chi concentra nelle proprie mani una quota sproporzionata delle emissioni globali, indipendentemente dal suo passaporto.
Secondo un nuovo report di Greenpeace Africa, “Understanding the climate debt of extreme wealth”, a incidere non sono soltanto i consumi dei più ricchi, come jet privati e yacht, ma soprattutto i loro investimenti. Patrimoni finanziari legati ai combustibili fossili o ad attività ad alta intensità di carbonio generano una quantità enorme di emissioni che raramente viene associata ai loro proprietari.
Se si osservano le emissioni basate sui consumi, nel 2022 l'1% più ricco della popolazione mondiale ha prodotto il 16,5% delle emissioni globali, mentre la metà più povera dell'umanità appena l'8%. Le differenze diventano impressionanti sul piano individuale: una persona appartenente al 50% più povero emette mediamente 0,8 tonnellate di CO₂ all'anno, chi appartiene all'1% più ricco supera invece le 70 tonnellate annue.
Ma è passando a quelle basate sulla proprietà che il divario esplode: il 10% più ricco risulta responsabile del 77% delle emissioni globali riconducibili ai patrimoni finanziari, mentre il restante 90% della popolazione si divide appena il 23%. Per la metà più povera del mondo, le emissioni derivanti dalla proprietà ammontano in media a 0,2 tonnellate di CO₂ equivalente all'anno. Per l'1% più ricco salgono a 165 tonnellate. Per lo 0,01% più ricco raggiungono addirittura le 3799 tonnellate pro capite.
Il concetto di "debito climatico", secondo il paper, dovrebbe allora essere allargato anche alla dimensione individuale, seguendo il principio di chi inquina paga. Lo studio lo calcola così: individua le emissioni che superano una quota equa del budget di carbonio disponibile e le moltiplica per il costo sociale del carbonio, cioè il danno economico provocato da ogni tonnellata aggiuntiva di CO₂ emessa, che stima essere di 283 dollari per tonnellata.
E i risultati parlano da soli: solo nel 2022, il debito climatico annuale attribuibile allo 0,1% più ricco è stato pari a circa 770 miliardi di dollari sulla base dei consumi e a 1820 miliardi considerando la proprietà. Per lo 0,01% più ricco è stato rispettivamente di 405 miliardi e di 992 miliardi di dollari: quasi un trilione all'anno. Il fenomeno cresce in modo non lineare: più si sale nella piramide della ricchezza, più la responsabilità climatica aumenta in maniera vertiginosa.
Secondo Greenpeace, l'1% più ricco della popolazione mondiale sarebbe responsabile di circa il 40% di tutte le emissioni legate alla proprietà, che rappresentano a loro volta il 60% delle emissioni globali di carbonio. Al contrario, la metà più povera della popolazione mondiale è responsabile soltanto del 3% di queste emissioni.
E se la disuguaglianza alimenta il cambiamento climatico, è vero anche il contrario. Il rapporto evidenzia che il 50% più povero della popolazione mondiale subirà il 74% delle perdite economiche legate agli impatti climatici, mentre il 10% più ricco dovrà sopportarne appena il 3%. Le persone con minori risorse, infatti, sono più esposte a siccità, alluvioni, tempeste e ondate di calore e dispongono di strumenti molto più limitati per proteggersi.
Il futuro, poi, non sembra roseo. Le proiezioni al 2050 indicano che, anche negli scenari più ottimistici, il debito climatico continuerà a crescere. Per lo 0,1% più ricco potrebbe raggiungere gli 81 trilioni di dollari complessivi considerando la proprietà, con un debito pro capite superiore agli 8,8 milioni di dollari.
Quello che propone il rapporto di Greenpeace allora sono una serie di interventi come tasse progressive sulla ricchezza, imposte sugli investimenti ad alta intensità di carbonio, divieti o disincentivi per l’utilizzo di jet privati e yacht, eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili e riallineamento dei flussi finanziari agli obiettivi climatici dell'Accordo di Parigi.
Il Climate Action Network stima che i Paesi in via di sviluppo abbiano bisogno di almeno 1000 miliardi di dollari pubblici all'anno per finanziare mitigazione, adattamento e compensazione di perdite e danni. Una cifra molto vicina ai 992 miliardi di dollari del debito climatico annuale attribuito allo 0,01% più ricco sulla base della proprietà. Non è più possibile ignorare che gran parte del debito che l’umanità ha nei confronti del Pianeta sia stato accumulato da una ristrettissima élite, e che a pagarne le conseguenze sarà proprio la fascia più povera della popolazione mondiale. E se le politiche contro il cambiamento climatico vogliono essere eque, devono partire proprio da qui.
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