Leone XIV ai bambini: «Non ho mai pensato di diventare Papa, ma ho detto sì»
di Giacomo Gambassi, inviato a Barcellona
A Barcellona l’incontro con
le realtà di carità della diocesi si carica di intimità e Prevost ripercorre i suoi primi anni di vita fino alla vocazione. I ricordi dell’infanzia e dei nonni, la lezione dello sport: «Passate la palla»

Il piccolo Renzo lo interroga con l’impertinenza di un ragazzino. E, senza giri di parole, dopo avergli scritto una lettera, gli chiede di persona se da bambino volesse diventare Papa. «Credo di non averci mai pensato: né da giovane, né negli scorsi anni. Ma quando il Signore chiama, bisogna dire di sì», è la risposta altrettanto serena di Leone XIV. «Però posso dirti questo: da piccolo sentivo il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come, né dove mi avrebbe portato il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote e che quel cammino passava per l’ordine di sant’Agostino». E ancora: «Più importante che chiedersi se uno sarà sacerdote, medico, maestro, padre di famiglia o altro, è essenziale chiedersi se vogliamo essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi».
Leone XIV si racconta. Complice anche l’innocenza di chi lo chiama in causa, che lo commuova: Renzo vive in una famiglia ai margini di Barcellona e ha trovato nella parrocchia un punto di riferimento. Il Papa parla dell’infanzia, dei nonni, della passione per lo sport, ma anche del mistero del male, delle difficoltà di perdonare. E soprattutto dell’identikit del cristiano: donne e uomini «chiamati ad amare Dio e, per amore di Lui, i nostri fratelli», chiarisce, quindi «inviati a incontrare tutti» e impegnati a «cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore a chiedere di essere accolto». Un incontro dai tratti familiari quello di ieri fra il Pontefice e le realtà di carità e assistenza dell’arcidiocesi di Barcellona. Quasi un dialogo nella chiesa di Sant’Agostino che anima il pomeriggio della seconda giornata papale nella metropoli della Catalogna. A Renzo che lo pungola sul calcio, Leone XIV confessa: «Io gioco a tennis e mi piace molto. Però ho giocato a calcio da giovane. Ma il football americano è un po’ più fisico. Giocavo in difesa perché non ero un grande attaccante. E l’ho fatto sia a Roma, sia in Perù con i seminaristi, dove ho seguito anche le squadre locali». Lo sguardo del Pontefice si allarga: «Lo sport è importante perché aiuta a crescere sani di corpo e di mente. Il calcio ci ricorda qualcosa che non dobbiamo dimenticare: la vita non è una gara per mettersi in mostra da soli, ma un cammino che impariamo a percorrere insieme. Chi non sa passare la palla, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora capito la vita».
Il Papa torna al primo decennio della sua vita per ribadire che «ogni bambino è un sogno di Dio» e «Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei fanciulli». Poi i nonni che, sottolinea Leone XIV, «sono molto importanti nella vita delle famiglie». Da qui il richiamo: «Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino normali nella vita degli anziani. Spesso sono loro a prendersi cura dei nipoti, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo. E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore. Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro. E, anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli né indifesi». Il Papa viene interrogato sul male. «Non è facile trovare la risposta sul perché ci siano persone alle quali succedono cose cattive e, invece, ad altre no», ammette. E dice di pensare a Cristo: «Attraverso la vita di Gesù, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, non abbandona mai alcuno dei suoi figli. Abbiamo fiducia, dunque: Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà forza per affrontare i momenti difficili».
Alla domanda se bisogna perdonare sempre, il Pontefice è schietto: «Gesù ci risponde di sì». Ma aggiunge: «Perdonare non significa dire che il male è stato giusto, né permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore». La sua riflessione si conclude con un appello alla carità soprattutto «nei tempi che stiamo vivendo durante i quali sembra essersi perso il senso della sacra dignità della persona», denuncia. E ricorda che «la dignità inalienabile di ogni essere umano non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge». Urgenza che Leone XIV riprende nella visita di ieri mattina nel penitenziario “Brians 1”, il carcere della regione catalana ad oltre quaranta chilometri da Barcellona. «Ogni essere umano è degno – spiega davanti ai detenuti nella sala conferenze –. E gli errori della vita non determinano l’identità di una persona». Infine la consegna: «A ciascuno di voi dico: Dio ti ama così come sei, ma ti sogna migliore. Il Signore permette a tutti noi di ricominciare sempre da capo, poiché essere umani ed essere cristiani non consiste nel non sbagliare, ma nel crescere nella capacità di convertirsi, pentirsi, emendarsi e, soprattutto, di riconciliarsi».
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