L'aumento dei giorni di malattia ci obbliga ad affrontare il nodo salute-produttività
Uno studio del Governo francese mostra la crescita dell’assenteismo, una situazione comune a tanti Paesi, Italia compresa. Occorre trovare rimedi a questa fragilità diffusa

C’è un tema centrale nella regolazione del lavoro contemporaneo che attraversa silenziosamente il dibattito europeo, ma che in Italia resta ai margini della riflessione politica e istituzionale: la sostenibilità del lavoro nel tempo, cioè la capacità dei sistemi economici e sociali di reggere l’aumento strutturale delle assenze per malattia dal lavoro senza scaricarne interamente il costo su imprese, lavoratori e finanza pubblica.
Un recente dossier del Governo francese sulle assenze dal lavoro, dal titolo Réduire l’absence au travail, fotografa con chiarezza un fenomeno ormai sistemico: tra il 2019 e il 2024 le assenze dal lavoro sono cresciute del 10%, con un allungamento significativo della loro durata e un aumento delle assenze lunghe.
Non si tratta di una dinamica congiunturale, ma di un cambiamento strutturale che investe la demografia, l’organizzazione del lavoro, la salute delle persone e, più in generale il rapporto tra salute occupazionale e salute pubblica (rinvio al mio studio Salute e lavoro: un binomio da ripensare). Le spese per indennità giornaliere in Francia hanno raggiunto quasi 18 miliardi di euro nel 2025, con un tasso di assenteismo nelle aziende di circa il 5%, in forte crescita rispetto al passato. Ancora più significativo è il fatto che il 45% della spesa sia concentrato nelle assenze dal lavoro più lunghe, segno evidente di una trasformazione qualitativa del fenomeno legata alla problematica della fragilità e della esplosione delle malattie croniche (del tema in Italia si sono occupati per il caso italiano vedi invece G. Labartino, F. Mazzolari. G. Morleo nell’Indagine Confindustria sul lavoro del luglio 2025).
La risposta francese – pur con accenti talvolta orientati al controllo e alla riduzione degli abusi – parte da una consapevolezza che in Italia fatica a emergere: la questione delle assenze non è solo un problema di costi, ma un nodo di sostenibilità del lavoro e di equilibrio tra salute, produttività e coesione sociale.
Nel nostro Paese, invece, questo tema resta frammentato e, soprattutto, privatizzato.
Il costo delle assenze è distribuito tra tre soggetti: il lavoratore, che paga in termini di carriera, reddito e rischio di marginalizzazione; il datore di lavoro, che sostiene costi diretti (integrazione salariale) e indiretti (disorganizzazione, perdita di produttività); e la finanza pubblica, attraverso la spesa previdenziale e sanitaria. Il rapporto francese stima che i costi complessivi dell’assenteismo possano raggiungere livelli prossimi ai 100 miliardi di euro annui per il sistema economico. Un aumento di un punto percentuale del tasso di assenteismo è associato a una perdita dello 0,66% della produttività aziendale, una cifra che dà la misura del fenomeno e della sua rilevanza macroeconomica.
Eppure, nonostante questa evidenza, manca una vera politica pubblica integrata.
La questione è che la crescita delle assenze non è una patologia da correggere, come si è sostenuto in passato e senza per questo voler negare il fenomeno delle frodi, ma il riflesso di trasformazioni profonde del lavoro. Il binomio salute-lavoro è storicamente al centro della costruzione del diritto del lavoro, ma oggi si trova in una fase di ridefinizione radicale, segnata da cambiamenti demografici, tecnologici e organizzativi. L’invecchiamento della popolazione attiva, la diffusione di patologie croniche e l’aumento dei rischi psicosociali modificano la natura stessa della relazione tra lavoro e salute.
Non siamo più di fronte solo a eventi patologici occasionali, ma a una condizione diffusa di fragilità che attraversa l’intero ciclo di vita lavorativa. In questo contesto, la regolazione giuridica del lavoro e la stessa contrattazione collettiva continua però a operare secondo schemi tradizionali: da un lato la prevenzione dei rischi nei luoghi di lavoro; dall’altro la gestione della malattia come evento che sospende la prestazione. Ciò che manca è una visione sistemica della sostenibilità del lavoro, capace di integrare salute, organizzazione produttiva e politiche sociali.
La conseguenza è evidente: il problema viene affrontato ex post, quando l’assenza si è già verificata, e non ex ante, attraverso politiche strutturali di prevenzione e di organizzazione del lavoro.
Il dossier francese insiste proprio su questo punto, sottolineando il ruolo determinante della prevenzione e della organizzazione aziendale nella riduzione delle assenze. Le imprese che investono in autonomia, formazione e coinvolgimento dei lavoratori mostrano livelli più bassi di assenteismo e migliori performance economiche. Ma anche qui emerge un limite: la responsabilità della prevenzione resta in larga parte in capo alle imprese, senza un disegno pubblico complessivo e senza una vera responsabilizzazione dei sistemi di relazioni industriali.
In Italia, questa impostazione è ancora più accentuata. Il sistema scarica sui singoli attori – impresa e lavoratore – l’onere della sostenibilità, mentre la dimensione collettiva e istituzionale resta debole. Non esiste una politica coordinata che metta insieme salute pubblica, politiche del lavoro e relazioni industriali. Né si registra, sul piano sindacale, una strategia condivisa capace di affrontare il tema oltre la tradizionale logica della tutela individuale.
È proprio qui che si apre il vero nodo politico. Se le traiettorie lavorative diventano sempre più lunghe, discontinue e attraversate da rischi nuovi – in particolare quelli legati alla salute mentale e alle malattie croniche – allora la questione delle assenze non può essere trattata come un problema marginale o residuale e tanto meno in forma puramente formale e repressiva. Essa diventa un indicatore della qualità del lavoro e della sostenibilità del modello produttivo.
Il rischio, altrimenti, è duplice. Da un lato, si rafforzano dinamiche di esclusione: lavoratori più fragili, più anziani o più esposti a rischi psicosociali vengono progressivamente marginalizzati. Dall’altro, si alimenta una spirale di costi che grava su imprese e finanza pubblica, senza affrontarne le cause strutturali.
La salute nel lavoro non può essere ridotta a una questione tecnica o giuridica, ma richiede una “visione di sistema” che coinvolga l’intero assetto delle relazioni industriali e delle politiche sociali. Oggi questa visione manca. La conciliazione tra vita e lavoro resta un problema privato, la tutela della salute un obbligo aziendale, la copertura economica una voce di spesa pubblica. Ma manca un disegno complessivo che tenga insieme questi elementi.
Eppure, è proprio su questo terreno che si giocherà una parte decisiva del futuro del lavoro. Perché la vera sfida non è ridurre le assenze, ma rendere il lavoro sostenibile nel tempo. E questo richiede un salto di qualità nelle politiche pubbliche e nelle relazioni industriali: dalla gestione dei costi alla costruzione di un sistema che redistribuisca responsabilità e rischi, valorizzi la prevenzione e riconosca la centralità della salute come fattore produttivo. Senza questo passaggio, il sistema continuerà a funzionare scaricando il peso sui singoli. Ma è un equilibrio che, alla lunga, non è sostenibile.
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