venerdì 10 agosto 2018
Le imprese che funzionano non hanno bisogno dei caporali. E la raccolta a mano del pomodoro da industria è ormai superata. Le esperienze di Conserve Italia, Mutti e Greci
Una macchina raccoglitrice di pomodoro di Guaresi, azienda ferrarese leader del settore (foto aziendale)

Una macchina raccoglitrice di pomodoro di Guaresi, azienda ferrarese leader del settore (foto aziendale)

Per raccogliere il pomodoro “da industria”, quello destinato a diventare polpa, passata o concentrato, in realtà non servono molte persone. Da decenni è un lavoro che fanno benissimo le macchine. Macchine italiane, tra l’altro: con marchi come Guaresi o Mts Sandei il nostro Paese rappresenta l’eccellenza mondiale del settore. «Per una macchina bastano quattro persone: l’operatore alla guida due addetti che fanno la cernita dei pomodori, uno a fianco per il trattore. Una macchina per la raccolta costa circa 300mila euro e raccoglie 150 quintali di pomodori in un’ora. Con la raccolta manuale in genere una persona in un’ora fa 100-120 chili, che diventano cinque volte tanto se, come spesso avviene al Sud, invece di raccogliere pomodoro per pomodoro fanno lo “scuotimento” della pianta nel cassone» spiega Achille Ghisoni, responsabile acquisti di Greci Industria Alimentare, azienda parmigiana del settore food che si occupa di trasformazione del pomodoro da quasi un secolo.

Il confronto tra macchina e uomo è impari. Difatti nel Nord e nel Centro Italia quasi il 100% della raccolta del pomodoro è ormai meccanizzata. Al Sud la quota scende al 60%. Ghisoni una sua idea del perché nel Mezzogiorno tanti continuino a ricorrere ai caporali ce l’ha: «L’investimento per l’acquisto di una macchina è pesante. Per farlo serve un imprenditore, qualcuno capace di fare i conti e programmare. Invece tanti vivono alla giornata. Abbiamo visto realtà di aziende in cui l’agricoltore è una specie di prestanome di personaggi poco chiari, che sembrano i veri proprietari dei terreni e tra l’altro fanno anche il mercato dato che gestiscono direttamente i rapporti con la grande distribuzione».

Caporali al Sud, false coop al Nord

È in questo mondo opaco, di imprese agricole senza imprenditori e senza logiche d’azienda, che può trovare facile sfogo una realtà come quella dei caporali. Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative e di Conserve Italia, che con marchi come Cirio, Valfrutta e Yoga è oggi la prima industria conserviera d’Italia, conferma che raramente ha senso economico raccogliere il pomodoro a mano: «Se non parliamo di prodotti specifici, come il ciliegino, che rappresenta una parte minima del mercato, la raccolta meccanizzata è la soluzione ideale. Oggi oltre il 90% della nostra raccolta al Sud è fatta a macchina per il pomodoro tondo e più o meno il 60% per quello lungo, tipo San Marzano».

Immigrati al lavoro in un campo del casertano (foto Giulio Piscitelli)

Immigrati al lavoro in un campo del casertano (foto Giulio Piscitelli)

Però i caporali ci sono e hanno il loro mercato. «Adesso tutta l’attenzione è sul pomodoro, ma sono molti i prodotti in cui ci sono imprenditori agricoli che fanno ricorso ai caporali: asparagi, uva, finocchi, carciofi. Per tanti prodotti la raccolta va fatta a mano. L’azienda agricola, soprattutto al Sud, cerca manodopera organizzata e magari non trova alternative a questi “mediatori” illegali che organizzano tutto, dai ghetti per farli dormire ai trasporti fino ai panini per la pausa pranzo». Anche il Nord ha i suoi caporali per i prodotti da raccogliere a mano, aggiunge il presidente di Conserve Italia: «False cooperative che applicano contratti da fame firmati con sindacati minori. Nascono e chiudono nel giro di un anno, così da non dare all’autorità nemmeno il tempo di fare i controlli. Una forma di caporalato più presentabile e sempre più presente, che combattiamo con forza».

Il nodo del prezzo

Aziende come Greci o Conserve Italia hanno i loro metodi per garantirsi una filiera pulita, senza caporali o illegalità: accordi con i produttori che danno ai fornitori garanzie su ordini e prezzi, controlli periodici per verificare il rispetto degli impegni di etica e legalità. Anche Mutti, altro marchio dell’eccellenza del pomodoro italiano, ha scelto la strada dell’accordo di filiera. «Al Sud c’è un contesto meno coeso che al Nord, c’è anche meno attenzione da parte delle istituzioni. Noi abbiamo capito che la chiave sta nel prezzo e nella possibilità di consentire al produttore di programmare » spiega Francesco Mutti, Ad dell’azienda di famiglia: «Noi paghiamo agli agricoltori prezzi molto superiori alla media del mercato, con l’obiettivo di procurarci i pomodori migliori. Incassando di più l’agricoltore difficilmente va in cerca di soluzioni economiche, magari illegali. Il nostro pomodoro è al 100% raccolto a macchina. Poi stiamo portando anche al Sud l’abitudine ad accordi più duraturi, che spingono il mondo agricolo a una maggiore programmazione. Occorre però che ci sia correttezza lungo tutta la filiera».

Ed è qui che rientra la responsabilità della grande distribuzione, finita nel mirino in questi giorni per il meccanismo delle aste online al doppio ribasso. Mutti, Conserve Italia e Greci non partecipano a queste aste, dedicate a prodotti primo prezzo. Però conoscono tutte le loro criticità. Spiega Ghisoni: «Quando organizzano aste al ribasso con il prodotto già maturo, che quindi o si vende o si butta, che potere negoziale può avere un agricoltore? Sono meccanismi disperati, per chi fa di tutto per spendere il meno possibile». «Con quei sistemi si è andati già oltre, non ci sono più margini. Molti vendono sotto-costo e così si innesca una spirale che indebolisce l’intera filiera» attacca Mutti. Ma Gardini conferma che si sta lavorando per cambiare le cose: «Poche settimane fa discutevamo delle aste al buio in Commissione Agricoltura. È un problema evidente. Noi siamo fuori dalla bagarre dei primi prezzi, ma per tutti sono urgenti meccanismi di modifica delle pratiche. Se lungo la filiera è sempre il margine degli agricoltori che diminuisce, ci indeboliamo tutti e lasciamo spazio a realtà come quelle dei caporali».

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