martedì 11 settembre 2018
«Serve un tempo libero in comune fra gli uomini da dedicare alla famiglia e alla comunità»
Monsignor Fabiano Longoni

Monsignor Fabiano Longoni

Non una crociata ma la difesa di un tempo fondamentale per tutti i cittadini, credenti e no. Monsignor Fabiano Longoni, direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana, lo chiarisce subito: «La nostra non è una battaglia ideologica e tantomeno politica. Da almeno 30 anni la Chiesa avverte come l’erosione degli spazi e più ancora dei tempi di libertà e gratuità delle persone – imposta da una certa evoluzione dell’attività economica e commerciale – vada a danno delle stesse persone e del tessuto sociale. La domenica e le festività sono presidi della nostra umanità che dobbiamo difendere».

Non per niente il tema della festa, cioè di un tempo libero dal lavoro e comune a tutti gli uomini, affonda le sue radici nella liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù in Egitto, ed è alla base della nostra civiltà. «La questione non riguarda solo la partecipazione alla Messa o i cristiani – prosegue Longoni – ma tutti gli uomini, le famiglie in particolare e la dimensione comunitaria. La domenica e le feste sono il tempo privilegiato per l’incontro tra genitori e figli, per coltivare le amicizie, per impegnarsi nella propria comunità». Fondamentale è infatti la sincronia di un tempo libero per tutti.

«Non è la stessa cosa essere liberi l’uno il martedì e l’altro il giovedì – dice ancora il responsabile dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro –. E nemmeno possiamo arrenderci alla 'commercializzazione' di tutti i rapporti fra le persone, ridotte alla sola dimensione del consumo o dello scambio profittevole in un centro commerciale» quando invece la cifra più autentica dei rapporti umani è la gratuità». Negozi sempre chiusi domeniche e festivi, dunque? «No, non è questo che sosteniamo. Si può ragionare di turnazioni di aperture, di deroghe, di zone particolari come quelle turistiche... massimalista è stata la liberalizzazione del 2011, che ci ha portati ad aperture di servizi non essenziali per 52 domeniche, a Natale, Pasqua e Primo maggio con forti disagi per i lavoratori e senza significativi aumenti dell’occupazione. Una perdita per tutti».

Un concetto, questo, che era stato al centro anche del dibattito all’ultima Settimana sociale dei cattolici a Cagliari a ottobre 2017. Chiudendo i lavori, il presidente della Cei aveva ricordato come la vocazione a prendersi cura dell’uomo e della realtà, per i cattolici avviene soltanto «a partire da quello che è il nostro specifico, che ci fa dire, con le parole dei martiri di Abitene, che 'Senza la domenica non possiamo vivere' – sottolineò allora il cardinale Gualtiero Bassetti –. Per noi credenti significa che senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l’Eucaristia, ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere». Ma della domenica, della festa, «ha bisogno anche la nostra società secolarizzata. Ne ha bisogno la vita di ogni uomo, ne hanno bisogno le famiglie per ritrovare tempi e modalità per l’incontro, ne ha bisogno la qualità delle relazioni tra le persone. Del “lavoro che vogliamo” la domenica è parte costitutiva», non amputabile.

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