sabato 10 febbraio 2018
L'associazione dei freelance italiani presenta una ricerca sulla categoria e avanza le sue richieste
Istruiti, eclettici, ma malpagati: i lavoratori autonomi chiedono più welfare

Hanno un elevato livello di istruzione, si mostrano eclettici e 'fluidi', sono spinti dalla voglia di autonomia e nella maggior parte dei casi autonomi lo sono davvero (senza cioè essere costretti a camuffare con 'l’indipendenza' rapporti di lavoro in realtà subordinati). Le principali note dolenti? Il reddito troppo basso e la fatica a lavorare con continuità. Sono le caratteristiche che spiccano dalla ricerca empirica realizzata da Acta, l’associazione dei freelance italiani, proprio sui soggetti che rappresenta. Si tratta di un’indagine effettuata con il coinvolgimento di 8 Paesi all’interno di un progetto europeo e che verrà presentata tra qualche settimana. Intanto, però, Acta annuncia i risultati sull’Italia, il Paese in cui è stato raccolto il maggior numero di questionari (907 su 2.000 totali) e che conta ormai 4 milioni e mezzo di lavoratori autonomi. Il quadro che emerge in occasione di un evento ad hoc organizzato a Milano è quello di una popolazione con livelli di istruzione molto alti: un autonomo su due è laureato (sono appena il 20% nel totale degli occupati italiani).

Sono formati e anche flessibili, visto che quasi un terzo dichiara di svolgere 4 o più attività professionali, sono quelli che gli americani definiscono « slash workers », ovvero lavoratori capaci di fare più cose contemporaneamente. Spesso, però, chi appartiene a questa categoria è anche molto 'debole', con lavori discontinui e malpagati. Solo la metà degli intervistati lavora con continuità, l’11,5% lo fa per meno di sei mesi all’anno e il 14,7% tra i 6 e i 9 mesi. A lavorare con minor continuità sono coloro che hanno incarichi molto frammentati, per pochi giorni o anche solo per poche ore. Si tratta più spesso di donne e di giovani sotto i 30 anni. L’ovvia conseguenza del poco lavoro sono le entrate esigue. Il 75% degli intervistati ha un reddito da freelance che non supera i 30mila euro annui lordi. E quasi uno su quattro (il 23,4%) dichiara di non superare i 10mila euro lordi l’anno. Anche se il peso dei bassi redditi potrebbe essere sovrastimato a causa del processo di autoselezione del campione – evidenziano da Acta – «il dato è comunque eclatante». Ai redditi bassi si aggiunge un welfare povero, scarno, inadeguato: meno del 10% ritiene di sentirsi protetto in vista della pensione, in caso di ma-lattia, maternità e infortunio. Con riferimento alla disoccupazione, la tutela è pressoché inesistente. Tra l’altro solo circa il 20% paga assicurazioni volontarie per malattia e infortuni e versa contributi per una pensione integrativa. Proprio dalle caratteristiche e dalle criticità della categoria nascono le istanze per i partiti in corsa alle elezioni del 4 marzo. Si tratta di richieste concrete e nette. Sul welfare si chiede, per esempio, di ampliare l’indennità di malattia e di istituire un’indennità di maternità universale. Sul fisco invece si avanzano le proposte di una no tax area uguale per tutti i lavoratori fino a 10mila euro e l’estensione agli autonomi del bonus degli 80 euro.

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