domenica 29 ottobre 2017
Un laboratorio di sartoria e un pastifico con consegne a domicilio realizzati dalla Cei grazie alle Suore Serve della Divina Provvidenza
A Catania i semi di accoglienza per ragazze italiane e straniere

Un progetto destinato alla formazione e all’inserimento lavorativo di 20 donne minorenni all’anno per un periodo complessivo minimo previsto di 10 anni, per un totale di 200 ragazze madri o in difficoltà beneficiarie previste. Si tratta dell’iniziativa 'Semi di accoglienza', appena avviata e finanziata dalla Cei attraverso l’instancabile attività della Congregazione delle Suore Serve della Divina Provvidenza nell’Istituto San Giuseppe di via Monreale, nel quartiere Cibali di Catania. Due le attività interessate dal progetto: il potenziamento di un laboratorio di sartoria con un taglio etnico e la creazione di un laboratorio di pasta fresca. Un modello di riferimento per le venti giovani donne coinvolte da subito, per metà extracomunitarie, provenienti dalle realtà di accoglienza presenti all’interno della casa di accoglienza.

Il progetto consentirà di assimilare tecniche di base per la lavorazione e una cultura d’impresa sociale, attraverso non solo la creazione di un negozio per la vendita diretta dei prodotti di pasta fresca (maccheroni, tortellini, lasagne e tagliatelle), affidato ad una Cooperativa di tipo B di nuova costituzione, formata dalle stesse donne in condizioni di disagio coinvolte nel progetto, ma anche di un canale di commercializzazione con filiera corta con prenotazioni e consegna domiciliare. «Dio ci chiama ad essere strumento di recupero per tanti giovani in difficoltà: il nostro impegnarci nel campo della promozione umana è rendere lode a Lui» – ha affermato la madre generale, Suor Vita Parisi, motivando l’azione della comunità in un territorio spesso ferito per molteplici motivi, come rimarcato dallo stesso Prefetto di Catania, Silvana Riccio, intervenuto a sostegno dell’iniziativa.

«La logica evangelica – afferma suor Rosalia Caserta, motore dell’attività per l’istituto – ci chiama ad accogliere lo straniero come un fratello per dargli l’opportunità di integrarsi realmente, ossia di abitare una casa e non una tenda, di coltivare la terra e non di depredarla, lasciandolo libero di partire come di restare, giacché non si diventa cittadini solo attraverso una legge o un assistenzialismo vuoto e diseducativo, ma vivendo la propria dimensione di cittadinanza attiva sul territorio, anche il più inaridito, perché per un cristiano anche il deserto può fiorire».

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