Tutto casa e lavoro: le giornate ibride e quel confine che non si vede più
Fra smart working, lunghi spostamenti quotidiani e reperibilità permanente, il lavoro invade gli spazi dell’intimità mentre casa, auto, ufficio e perfino i luoghi di passaggio assumono nuovi significati emotivi e sociali

Métro, boulot, dodo, ossia metropolitana, lavoro, nanna. Era uno slogan usato nelle contestazioni del Sessantotto francese, per stigmatizzare uno stile di vita schiavo della routine e del sistema capitalistico, che in definitiva ci trasforma in pezzi del sistema produttivo, eliminando qualsiasi spazio di libertà e qualsiasi traiettoria intermedia tra i soli luoghi indispensabili a quel modello di vita.
La maggior parte delle persone vive relativamente vicino a dove lavora: nella stessa città, a pochi chilometri di distanza o nella città limitrofa. I dati Eurostat dicono che il 61% degli europei ci mette meno di mezzora per raggiungere il posto di lavoro, in Italia la media è di 21 minuti; in generale, le persone si trasferiscono, cambiano anche città o nazione, in funzione del lavoro. Casa e lavoro sono concetti legati storicamente e sociologicamente: campi e cascina, fabbrica e villaggi operai, atenei e campus universitari, porti e case dei pescatori. Spesso la narrazione contemporanea è molto più eterea e sfumata, per esempio quando si raccontano i nomadi digitali come fossero una fetta rilevante della popolazione e il trend del futuro, mentre in realtà sono un fenomeno abbastanza di nicchia: in Italia se ne contano circa 800mila, poco più dell’1% della popolazione, ma certo è la fascia più giovane e promettente. Sono dati in crescita, sì, non in impennata. Tuttavia non si tratta, come nella vulgata, di globetrotter che un giorno lavorano da una spiaggia caraibica e l’altro sulla terrazza di un hotel di Bangkok, sono piuttosto lavoratori autonomi o collaboratori di aziende senza obbligo di presenza, per lo più nei campi del marketing, della comunicazione, dell’informatica e della formazione. Inoltre, circa un quarto delle aziende italiane concede lo smart working (anche se ultimamente alcune lo hanno ridotto drasticamente) e quindi il posto di lavoro diviene la casa, per non poche persone.
Questo è un cambio interessante: non si è nomadi, si è stanziali, ma la stanzialità non è quella dell’ufficio, bensì quella di casa, rompendo la barriera psicofisica di casa-lavoro, inficiando il celebre work-life balance. La tecnologia fa il resto: videochiamate e messaggi a ogni ora, e-mail da evadere prima del caffè mattutino o già con il pigiama pronti per il letto. Molte aziende hanno tentato di stabilire delle regole per il rispetto degli orari, ma il sistema che premia gli obiettivi e la produttività (si chiama “lavoro agile”) spinge i singoli impiegati nella direzione opposta.
Per questi lavoratori sparisce il métro, lo spazio fisico e mentale di separazione fra casa e lavoro, e restano solo boulot e dodo: il lavoro entra in casa e la casa lo accoglie, creando luoghi e tempi riservati, mostrandosi, in qualche angolo predisposto, agli occhi di colleghi e clienti o camuffandosi con sfondi virtuali improbabili. E soprattutto portando nelle mura domestiche maggiore stress, possibili fonti di ansia che si riversano sui familiari, e il pericolo dell’insorgere di isolamento sociale, con la disabitudine alle relazioni interpersonali de visu. Occorre, dicono gli studi ormai sempre più numerosi, una forte disciplina individuale, per separare tempi e spazi, sperando che la casa e i suoi abitanti possano permettere questa suddivisione.
In ogni caso, rispetto a questi remote workers sono paradossalmente più nomadi i classici pendolari che ogni giorno prendono un treno, la metro o la macchina per raggiungere il posto di lavoro. E a proposito della macchina, non solo in Italia, si apre un grande tema di mobilità cittadina e periurbana, con implicazioni logistiche e ambientali. Così aumenta il traffico e aumenta il tempo che passiamo in auto e anch’essa diventa, per qualche ora, casa. Per molti è un vero “micro-domicilio” in movimento, alcuni tengono nel baule il cambio per la sera o la borsa della palestra, acqua, cibo, libri, e in quella casa transitoria ci lanciamo nei conflitti che la guida urbana comporta, diventiamo aggressivi (spesso in proporzione alle dimensioni dell’auto), parliamo da soli, cantiamo, ascoltiamo podcast; in sostanza costruiamo un micro-universo domestico privato, eppure esposto dal vetro dei finestrini. Guardiamo e siamo visti nella nostra intimità temporanea.
Insomma, che cosa chiamiamo casa? Dove ci sentiamo a casa? In ufficio, con il tupperware nel cassetto e i racconti riservati fra colleghi; in treno, in cui finalmente leggiamo e ci isoliamo con la musica; in macchina, che è il nostro guscio protettivo; nel piccolo paese natìo, dove tutti ci conoscono per nome, anche se non torniamo mai; in qualsiasi albergo in cui possiamo posare il pc prima di un drink serale; nella casa “vera” in cui abitualmente viviamo, che magari abbiamo a lungo sognato, che di certo paghiamo, che eventualmente potremo lasciare a qualche erede.
Forse, essere-a-casa è un concetto individuale, culturale ed emotivo, non fisico e geografico. O forse anche questa è un’illusione che ci creiamo, quando non sappiamo più distinguere che cosa vogliamo che sia per noi la casa.
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