Tutto casa e lavoro:
le giornate ibride
e quel confine
che non si vede più

Fra smart working, lunghi spostamenti quotidiani e reperibilità permanente, il lavoro invade gli spazi dell’intimità mentre casa, auto, ufficio e perfino i luoghi di passaggio assumono nuovi significati emotivi e sociali
Google preferred source
June 9, 2026
Tutto casa e lavoro:
le giornate ibride
e quel confine
che non si vede più
Métro, boulot, dodo, ossia metropolitana, lavoro, nanna. Era uno slogan usato nelle contestazioni del Sessantotto francese, per stigmatizzare uno stile di vita schiavo della routine e del sistema capitalistico, che in definitiva ci trasforma in pezzi del sistema produttivo, eliminando qualsiasi spazio di libertà e qualsiasi traiettoria intermedia tra i soli luoghi indispensabili a quel modello di vita.
La maggior parte delle persone vive relativamente vicino a dove lavora: nella stessa città, a pochi chilometri di distanza o nella città limitrofa. I dati Eurostat dicono che il 61% degli europei ci mette meno di mezzora per raggiungere il posto di lavoro, in Italia la media è di 21 minuti; in generale, le persone si trasferiscono, cambiano anche città o nazione, in funzione del lavoro. Casa e lavoro sono concetti legati storicamente e sociologicamente: campi e cascina, fabbrica e villaggi operai, atenei e campus universitari, porti e case dei pescatori. Spesso la narrazione contemporanea è molto più eterea e sfumata, per esempio quando si raccontano i nomadi digitali come fossero una fetta rilevante della popolazione e il trend del futuro, mentre in realtà sono un fenomeno abbastanza di nicchia: in Italia se ne contano circa 800mila, poco più dell’1% della popolazione, ma certo è la fascia più giovane e promettente. Sono dati in crescita, sì, non in impennata. Tuttavia non si tratta, come nella vulgata, di globetrotter che un giorno lavorano da una spiaggia caraibica e l’altro sulla terrazza di un hotel di Bangkok, sono piuttosto lavoratori autonomi o collaboratori di aziende senza obbligo di presenza, per lo più nei campi del marketing, della comunicazione, dell’informatica e della formazione. Inoltre, circa un quarto delle aziende italiane concede lo smart working (anche se ultimamente alcune lo hanno ridotto drasticamente) e quindi il posto di lavoro diviene la casa, per non poche persone.
Questo è un cambio interessante: non si è nomadi, si è stanziali, ma la stanzialità non è quella dell’ufficio, bensì quella di casa, rompendo la barriera psicofisica di casa-lavoro, inficiando il celebre work-life balance. La tecnologia fa il resto: videochiamate e messaggi a ogni ora, e-mail da evadere prima del caffè mattutino o già con il pigiama pronti per il letto. Molte aziende hanno tentato di stabilire delle regole per il rispetto degli orari, ma il sistema che premia gli obiettivi e la produttività (si chiama “lavoro agile”) spinge i singoli impiegati nella direzione opposta.
Per questi lavoratori sparisce il métro, lo spazio fisico e mentale di separazione fra casa e lavoro, e restano solo boulot e dodo: il lavoro entra in casa e la casa lo accoglie, creando luoghi e tempi riservati, mostrandosi, in qualche angolo predisposto, agli occhi di colleghi e clienti o camuffandosi con sfondi virtuali improbabili. E soprattutto portando nelle mura domestiche maggiore stress, possibili fonti di ansia che si riversano sui familiari, e il pericolo dell’insorgere di isolamento sociale, con la disabitudine alle relazioni interpersonali de visu. Occorre, dicono gli studi ormai sempre più numerosi, una forte disciplina individuale, per separare tempi e spazi, sperando che la casa e i suoi abitanti possano permettere questa suddivisione.
In ogni caso, rispetto a questi remote workers sono paradossalmente più nomadi i classici pendolari che ogni giorno prendono un treno, la metro o la macchina per raggiungere il posto di lavoro. E a proposito della macchina, non solo in Italia, si apre un grande tema di mobilità cittadina e periurbana, con implicazioni logistiche e ambientali. Così aumenta il traffico e aumenta il tempo che passiamo in auto e anch’essa diventa, per qualche ora, casa. Per molti è un vero “micro-domicilio” in movimento, alcuni tengono nel baule il cambio per la sera o la borsa della palestra, acqua, cibo, libri, e in quella casa transitoria ci lanciamo nei conflitti che la guida urbana comporta, diventiamo aggressivi (spesso in proporzione alle dimensioni dell’auto), parliamo da soli, cantiamo, ascoltiamo podcast; in sostanza costruiamo un micro-universo domestico privato, eppure esposto dal vetro dei finestrini. Guardiamo e siamo visti nella nostra intimità temporanea.
Insomma, che cosa chiamiamo casa? Dove ci sentiamo a casa? In ufficio, con il tupperware nel cassetto e i racconti riservati fra colleghi; in treno, in cui finalmente leggiamo e ci isoliamo con la musica; in macchina, che è il nostro guscio protettivo; nel piccolo paese natìo, dove tutti ci conoscono per nome, anche se non torniamo mai; in qualsiasi albergo in cui possiamo posare il pc prima di un drink serale; nella casa “vera” in cui abitualmente viviamo, che magari abbiamo a lungo sognato, che di certo paghiamo, che eventualmente potremo lasciare a qualche erede.
Forse, essere-a-casa è un concetto individuale, culturale ed emotivo, non fisico e geografico. O forse anche questa è un’illusione che ci creiamo, quando non sappiamo più distinguere che cosa vogliamo che sia per noi la casa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi