Su fertilizzanti
ed emissioni di CO2
abbiamo un pasticcio
chiamato Cbam

Il caro gas spinge i fertilizzanti, gli agricoltori producono meno e i prezzi saliranno. Tasse e vincoli europei aggravano i costi, senza alternative pronte
April 22, 2026
Su fertilizzanti
ed emissioni di CO2
abbiamo un pasticcio
chiamato Cbam
La terza Guerra del Golfo è iniziata il 28 febbraio, quando è scattata l’operazione militare congiunta Usa-Israele contro il governo iraniano ed Hezbollah: il giorno prima una nave di urea caricata in Egitto valeva 485 dollari, mentre a metà aprile superava i 900. Il rialzo ha seguito il prezzo dei carburanti: il gas è utilizzato per produrre l’ammoniaca, che a sua volta è la base dei fertilizzanti. L’inflazione, scaricata sulle campagne, ha portato gli agricoltori a ridurre le concimazioni. Ciò significherà minori rese e prezzi più alti dei prodotti finali. Il nostro governo, pressato dai sindacati agricoli, ha annunciato immediate misure contro l’aumento dei prezzi: una pietosa bugia, perché i prezzi non li decidono i governi ma il mercato. Quel che potrebbe fare Roma è, invece, alleggerire il carico fiscale che aggrava il costo dei mezzi di produzione agricoli, ma neanche questo dipende interamente da lei. Sui fertilizzanti sono imposti prelievi fiscali che stabilisce l’Europa. Il governo ha affermato di aver convinto Bruxelles a sospenderli, ma non è ancora avvenuto. Spazientito, il Consorzio Sostanze Chimiche Fertilizzanti e Reach, costituito dagli importatori di fertilizzanti, ha presentato un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato contro il Contributo per la Sicurezza Alimentare sui fertilizzanti. Questa ecotassa è pari al 2% del fatturato ottenuto dalla vendita di agrofarmaci e fertilizzanti di sintesi e genera un gettito di decine di milioni di euro che vanno a finanziare “iniziative” a favore del biologico. Chi fatica a fare la spesa non ringrazia.
Ma c’è un altro balzello, chiamato Cbam, che pesa il doppio dell’ecotassa sui prezzi finali dei prodotti agricoli. Colpisce i fertilizzanti, ma anche altri prodotti. Il Carbon Border Adjustment Mechanism introduce un “prezzo” sull’emissione di CO2 incorporata in alcuni beni importati da paesi extra Ue e dovrebbe evitare il “carbon leakage”, ossia l’approvvigionamento di materie prime e prodotti finiti da Paesi inquinatori. L’Europa ha creato un sistema in linea con quello che governa lo scambio delle quote di emissione (Eu Ets), in modo da garantire condizioni di concorrenza eque tra produttori europei e importatori e incentivare la decarbonizzazione delle filiere globali. Eppure, stiamo continuando a importare da Paesi del Sud del mondo dove il costo di produzione delle commodities chimiche è più basso e la mentalità green del tutto assente, come penisola arabica ed Egitto, mentre l’unico produttore europeo di fertilizzanti lavora a basso regime (con bilanci in perdita da anni) e investe negli Usa.
Il Cbam si appoggia ad un meccanismo doganale complesso e si determina sulla base di parametri assegnati da Bruxelles ai prodotti e ai Paesi produttori. Tutto discende da una valutazione unilaterale delle loro tecnologie produttive, più o meno green. Ogni azienda che importa è tenuta a fornire ogni informazione riguardo all’impresa e al tipo di importazione e acquistare certificati Cbam che coprano almeno il 50 % delle emissioni generate da merci importate: la tassa si pagherà l’anno prossimo, tuttavia il costo dei certificati acquistati nel 2027, e corrispondenti alle emissioni incorporate nelle merci importate nell’Ue nel 2026, rispecchierà i prezzi delle quote di emissione Eu Ets nell’anno corrente. L’idea è quella di riuscire a mappare tutte le emissioni di tutta la catena di fornitura e selezionare i fornitori green. Al momento, tuttavia non conoscendo ancora la situazione reale delle emissioni generate dalle industrie chimiche dei Paesi fornitori, l’Europa ha assegnato dei valori “teorici”, sulla cui base ha già iniziato a calcolare la tassa che si deve pagare. Per l’Egitto sono 37 euro a tonnellata, per altre provenienze 50 o anche 100, che vanno ad aggiungersi al prezzo della materia prima, già drogato dalla crisi petrolifera. A conti fatti, sembra piuttosto ingenuo ritenere che questa tassa promuoverà il rinnovamento tecnologico dei Paesi di provenienza dei prodotti chimici, in quanto la scelta di acquistare l’urea in Egitto invece che in Nigeria dipende non dal Cbam ma dalla distanza, che ovviamente incide sul prezzo di prodotti di cui si vendono, di volta in volta, intere navi.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e si sentiranno ancor di più nei prossimi mesi, quando si farà la spesa dal verduriere. Secondo il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale i prezzi dei fertilizzanti rimarranno elevati anche dopo la riaperura dello Stretto di Hormuz. Queste dinamiche mettono l’agricoltura europea fuori gioco. I listini dei fattori di produzione, infatti, non li facciamo noi ma agricolture più importanti. A metà aprile, gli indiani hanno fatto sapere di cercare 2,5 milioni di tonnellate di urea... Si potrebbe obiettare che basterebbe orientarsi verso fertilizzanti che non siano prodotti con gli idrocarburi. Peccato che l’urea abbia un contenuto di azoto, il nutriente della pianta, nettamente superiore a quello di un concime organico: servono 30 tonnellate di letame ad ettaro per dare alla terra il contributo nutrizionale di 300 chili di urea. Ammesso di trovarlo, per trasportarlo servirebbero cento camion, senza parlare del gasolio necessario allo spandimento: con quale vantaggio in termini di impronta carbonica?
Di digestato si parla molto in questi mesi ma si è ancora lontani da un approccio industriale. Esistono processi “verdi” per produrre ammoniaca da energie rinnovabili, ma non sono ancora convenienti. Sul mercato ci sono già dei sostitutivi dell’urea, come il nitrato di ammonio: hanno un buon titolo di azoto, ma esplodono; nel porto di Beirut ne avevano stoccate oltre 2700 tonnellate e il 4 agostodel 2020 sono morte più di 220 persone. A questo scenario si sovrappone la normativa ambientale italiana. A prescindere dal Cbam, infatti, è già stato deciso un divieto di utilizzo dell’urea nel Bacino Padano a partire dal 1° gennaio 2028. Ottemperiamo così alle direttive europee per ridurre le emissioni di ammoniaca. La norma impone il passaggio a fertilizzanti alternativi, con l’obiettivo di sostenere una concimazione più sostenibile. Ma le alternative, come abbiamo visto, non ci sono.

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