Se il Terzo settore 
è ostaggio del bando

La logica dei bandi competitivi sta trasformando molte organizzazioni sociali in macchine burocratiche costrette a inseguire finanziamenti per sopravvivere. Tra precarietà, rendicontazioni e perdita di autonomia, il rischio è allontanarsi dagli obiettivi
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June 10, 2026
Se il Terzo settore 
è ostaggio del bando
«Le persone più vicine ai bisogni sono spesso le più lontane dalle risorse», ovvero dai soldi che servono per dare a quei bisogni risposte concrete. Kerry Kennedy – storica attivista internazionale, figlia di Robert F. Kennedy (fratello di John) a cui ha dedicato una Fondazione per la tutela dei diritti umani e civili – racchiude in questa frase tutta la fatica che storicamente fa chi lavora nel Terzo settore. Azzoppato come è dalla distanza siderale che esiste tra chi si occupa di fragilità e chi gestisce i fondi che permettono (o dovrebbero permettere) che ciò avvenga. Da un sistema che in Italia è ancora più farraginoso perché – denunciano molte delle Ong nostrane insieme ad esperti economisti – ruota quasi esclusivamente attorno alla logica dei “bandi competitivi”. Per cui una organizzazione, qualsiasi essa sia, che voglia accedere a un finanziamento deve partecipare a una gara dove chi vince “piglia tutto”, mentre gli altri restano a guardare fino alla gara successiva. Tra mille incognite, stipendi da pagare, strutture da far funzionare.
Ma ciò che viene contestato non è tanto il ricorso al bando in sé, che comunque può essere uno degli strumenti necessari per far funzionare la macchina, quanto piuttosto «il modo in cui è pensato – legato ad un singolo progetto e non ad una visione – e si sviluppa, fino all’arrivo effettivo delle risorse», dice Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero (Associazione Italiana delle Fondazioni) e vicepresidente di Philea, una delle principali reti europee della filantropia. Una modalità che finisce per «affamare, appiattire e burocratizzare» un settore che invece nasce per essere fortemente specifico e territoriale, «capace di azioni efficaci di fronte al singolo disagio ma inserito in un sistema complesso».

Il progettificio

Il bando è di per sé un meccanismo di allocazione selettiva delle risorse che ha un suo senso molto “alto”: quello di assicurare trasparenza e regole uguali per tutti. Tutti possono partecipare e la selezione segue criteri predefiniti e standardizzati. Ma questa apparente neutralità, per come è applicata al “sociale”, nasconde una profonda contraddizione e asimmetria di potere. Perché? I motivi sono diversi. Il primo si fonda sulla «convinzione atavica che nel Terzo settore tutti i finanziamenti (e quindi anche i bandi) debbano essere destinati ai progetti e non allo sviluppo organizzativo delle associazioni», spiega Carazzone. Un dato su tutti: secondo un rapporto Humentum, più del 50% delle organizzazioni sopravvivrebbe solo 21 giorni senza i proventi che derivano dai progetti promossi attraverso i bandi. Significa che tutte, indistintamente, hanno un interesse vitale a “sfornarne” di “vincenti” per andare avanti fino alla gara successiva, riducendo il settore a quello che viene chiamato un vero e proprio “progettificio”. Un pachiderma burocratico. Con relativa perdita di tempo e risorse che vengono impiegate per compilare moduli, produrre documenti, relazioni. Rendicontare.

Il ciclo della fame

Risorse che sono sottratte alla mission dell’associazione che senza riserve finanziarie, a sua volta, non può pianificare a lungo termine. Non può investire in sviluppo, formazione e innovazione. Fare strategie. Non può nemmeno garantire retribuzioni adeguate al suo personale. Nasce quello che molti studi internazionali definiscono il “ciclo della fame”. «Accade inevitabilmente – dice Renato Quaglia, direttore di FOQUS, Fondazione che lavora con il disagio giovanile dei Quartieri Spagnoli di Napoli – che questa precarietà generi malcontento», per cui alla prima buona occasione i dipendenti «se ne vanno e l’organizzazione deve introdurre nuove figure», spesso non particolarmente preparate (considerato lo stipendio), «che perderà, per poi ricominciare daccapo». Diventa più fragile insomma e, più è fragile, più «ha bisogno di finanziamenti esterni per sopravvivere». Finisce così con l’adattarsi continuamente alle priorità di chi finanzia, «perdendo progressivamente la propria identità e autonomia progettuale», conclude Quaglia. Anche perché è l’essenza stessa del bando che porta all’omologazione, all’uniformità. I moduli da compilare per partecipare sono uguali per tutti, hanno domande prestabilite da altri che decidono le priorità, non entrano nella specificità in cui le ong operano. È il progetto che si adatta all’algoritmo e non viceversa, con l’effetto paradossale che uno strumento pensato per avvicinarsi ai bisogni finisce per allontanarsene. Un meccanismo perverso che l’avvento dell’Intelligenza artificiale finirà con l’amplificare.

La sfiducia sociale

C’è poi un ultimo fattore da non sottovalutare. Una volta approvato il progetto, l’organizzazione ha un anticipo sul finanziamento e deve aspettare almeno un anno per ricevere il saldo dietro una dettagliata rendicontazione. Deve cioè dimostrare come ha speso soldi che non ha, alimentando nei fatti una “sfiducia sociale” che parte dal presupposto che chi partecipa ad una gara non sia affidabile, non abbia una storia alle spalle. «In questo sistema a farla franca sono per lo più le grandi associazioni che negli anni si sono attrezzate con abili funzionari e schiere di progettisti», commenta Flaviano Zandonai, Opening Innovation manager di Cgm (Consorzio nazionale di cooperative sociali). «E che forse non hanno interesse che le cose cambino». Che fare allora? Il Codice del Terzo Settore – introducendo strumenti di coprogettazione per far dialogare pubblica amministrazione e ong – ha migliorato la situazione, «ma non basta». «Serve – aggiunge – uno scatto culturale da parte di tutte organizzazioni, anche quelle che si sono allineate alla logica dei bandi, affinché condividano elementi di know-how». E di una filantropia «che vuole essere partner, che investe su programmi a medio termine e costruisce con approcci di natura negoziale». Lo scopo è avere associazione libere, indipendenti, capaci di visione. Anche perché, in Italia soprattutto, il Terzo settore ha abbondantemente dimostrato che arriva spesso laddove lo Stato non c’è.

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