«Reciclando a vida»: nel Brasile che ricompone le vite fragili

Il viaggio dei soci della cooperativa Arcobaleno di Torino tra i “catadores” di Santa Rita diventa un incontro tra storie simili: il lavoro come dignità riconquistata, la comunità come argine alla marginalità, le risate come forma di resistenza, tra regole condivise e responsabilità che restituiscono valore
March 17, 2026
«Reciclando a vida»: nel Brasile che ricompone le vite fragili
Sul pullman che attraversa Marcos Moura, estrema periferia di Santa Rita, nel Nordest del Brasile, risuona un coro incerto. C’è chi dà il là, chi segue il ritmo con il dito, qualcuno sbaglia completamente note. Ma, in fondo, poco importa. È l’inno che hanno imparato dai catadores, i raccoglitori informali di rifiuti. Dice «reciclando coisas e reciclando a vida», riciclare le cose, riciclare la vita. Nessuno lo commenta, non ce n’è bisogno.
Da più di vent’anni la cooperativa sociale Arcobaleno di Torino accompagna gruppi di soci in viaggi fuori dall’Europa, tra l’America Latina e l’Africa. Un modo per incontrare realtà che lavorano sullo stesso crinale fragile, dove il lavoro non è mai solo lavoro e, al contempo, è essenziale. Quest’anno il progetto Arcoturismo arriva alla cooperativa Cooremm, fondata da fratel Francesco D’Aiuto che, con infinita dedizione, ha saputo restituire dignità a questi lavoratori di strada. Nel capannone dove vengono differenziati i materiali le sedie sono disposte in cerchio: seduti gli uni accanto agli altri ci sono i soci delle due cooperative. La lingua comune è quella del lavoro. «Noi siamo partiti esattamente nello stesso modo. All’inizio ci disprezzavano. Oggi ci lasciano i mazzi di chiavi di tutti i condomini: non mollate», dice Alfred. Gli risponde Reginaldo: «Qui il contesto è più difficile. Ma ci proveremo, per noi siete un esempio».
Il lavoro alla cooperativa Cooremm, impegnata a restituire dignità ai lavoratori di strada
Il lavoro alla cooperativa Cooremm, impegnata a restituire dignità ai lavoratori di strada
Il contesto, in effetti, è diverso. Marcos Moura è un quartiere segnato dalla disoccupazione, dalla violenza, dall’assenza dello Stato. In molti qui sopravvivono vendendo rifiuti. Un gesto che sembra marginale, e invece regge un sistema: tra il 60 e l’80 per cento del riciclo in Brasile passa da loro, dai catadores. Anche a Torino, all’inizio degli anni Novanta, deve essere sembrato un gesto minimo. Arcobaleno nasce nel 1992, da persone che avevano appena concluso un percorso di riabilitazione al Gruppo Abele. C’era una nuova legge, la 381, che istituiva le cooperative sociali di inserimento lavorativo. C’erano pochi soldi, prestati da Maurizio Gozzelino – ideatore del Crodino – giusto per andare dal notaio e affittare il primo capannone. Si faceva quello che capitava, soprattutto assemblaggi conto terzi. Poi arrivò una sperimentazione di sei mesi per la raccolta dei cartoni nel centro storico di Torino. Funzionò. Nel primo mese, raccolsero 200 tonnellate di carta. Oggi quella quantità viene raccolta in un giorno. Ma la rivoluzione vera non era nei numeri: nell’aver dimostrato che persone etichettate come “tossici”, “inaffidabili” erano diventate lavoratori di fiducia.
A far risuonare l’inno dei catadores ci sono 24 voci, quelle dei soci di Arcobaleno in viaggio. Alcuni lavorano insieme da decenni, altri si sono solo incrociati nei cambi turno. In Brasile condividono la stanza, un bicchiere di birra, ricordi di una vita passata. Una sera, attorno a un tavolo, arriva una pannocchia fumante. C’è chi si sente sprofondare tra i campi di quando era bambino, chi racconta dell’orto che vuole coltivare, chi ripensa a cosa si mangiava negli anni passati in carcere. Pino ne ha fatti sette dentro, molti di più quelli di tossicodipendenza, di vita di strada, di spaccio: «Gli anni persi purtroppo non li recuperi più. La cooperativa però mi ha dato una prospettiva, ho cambiato completamente la mia vita. Ho incontrato persone come Tito che non mi hanno mai giudicato e hanno capito esattamente di cosa avessi bisogno. Non dovrei essere più qui già da un pezzo… ringrazio per tutto quello che ho».
Di sera i cancelli del luogo che ci ospita chiudono presto: si resta all’interno, si gioca a carte, si chiacchiera, si litiga anche, ma soprattutto si ride. Così forte che in quella risata ci caschi dentro e poi ti trovi a chiederti perché stiamo ridendo. Ma ad ascoltarle risuona un po’ di vita. Si fondono l’una nell’altra. Forse è quella di Paola, forse Marcello, sicuramente c’è di mezzo Pasquà. Ogni scherzo è buono, tutti giù a ridere. A farlo con loro c’è anche Tito Ammirati, il presidente di Arcobaleno. Che non sia “solo” il presidente lo si capisce: era al funerale del padre di Raffaele, era presente quando Francesco ha subito un trapianto, era lì quando Alfred stava crollando, annegato nel gioco. Gli è cara la metafora del funambolo: da una parte il mercato, dall’altra la socialità. Se ti sposti troppo, da una parte o dall’altra, cadi. Dopo più di trent’anni, l’equilibrio resta difficile: «Oggi si fa sempre più fatica a valorizzare esperienze di questo tipo nonostante esistano strumenti legislativi come l’articolo 61 del codice appalti che permette alle pubbliche amministrazioni di bandire lavori riservandoli a esperienze di cooperative sociali. Ma sono pochissime le pubbliche amministrazioni che lo utilizzano», spiega Ammirati.
Intanto, in quell’equilibrio precario Davide festeggia il suo 35esimo compleanno in Brasile, stretto tra l’affetto di tutti, catadores compresi. Prima di partire era un po’ incerto, era il suo primo volo in aereo. Ora balla come gli viene, anche senza il costume da Spiderman che indossa di solito. Rafael a un certo punto si guarda attorno, l’accento tradisce l’origine dominicana: «Tu sei felice?». Poi sorride: «Io sì, tutto questo va oltre». Qualcuno dice che stare insieme non è sempre facile. Che le regole a volte pesano. Ma le rispettano: senza quelle regole non ci sarebbe niente. Il senso di responsabilità cresce insieme alla dignità conquistata.
Tra le tappe del viaggio c’è il Projeto Legal. Padre Saverio Paolillo accompagna il gruppo tra le stanze del centro di accoglienza, raccontando di bambini e adolescenti che qui trovano un tempo diverso dalla strada. Orari, pasti, laboratori, scuola come condizione irrinunciabile. “Legal” in Brasile significa legale, ma anche buono, giusto, bello. È una parola che si oppone alle appartenenze imposte dalle fazioni criminali. I soci di Arcobaleno ascoltano, riconoscendo a volte dinamiche già viste altrove. Padre Saverio, racconta dei tanti ragazzi che hanno potuto trovare una via d’uscita a un’esistenza che sembrava già scritta tra narcotraffico e lavoro minorile. Dice che bisogna credere per vedere, non vedere per credere. Sulla via del ritorno qualcuno fa ripartire il coro: reciclando coisas, reciclando a vida. Scoppia l’ennesima risata, sempre più forte, come a recuperare un po’ di quelle che non ci sono state ieri. Già, credere per vedere.

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