
Da decenni si teme che le guerre dell’acqua prendano il posto di quelle per il petrolio. Per il momento non è accaduto. Ma può il prezioso liquido diventare strumento di diplomazia? Il Pacific Institute, un think tank americano, ha fatto qualche conto: dal tempo dei sumeri sono stati ben 2.757 i conflitti in cui l’acqua è stata motivo di battaglia o, addirittura, arma di guerra. Tattiche ciniche, come quella del generale cinese Cao Cao, che nel 199 a. C. ottenne la resa di Xiapi (la moderna Pizhou) deviando il corso di due fiumi, e provocando così un’inondazione; ma anche, in tempi recenti, gli attacchi israeliani alle infrastrutture idriche palestinesi (sarebbero stati ben 250 tra il 2020 e il 2025) e quelli russi agli invasi ucraini.
Ma perché non provare a rovesciare la prospettiva? In fondo, metà dei bacini idrici mondiali sono condivisi. E l’acqua vanta alcune caratteristiche peculiari: innanzitutto non ha un mercato globale (troppo pesante e difficile da trasportare perché sia conveniente farlo, a differenza del petrolio). E, soprattutto, non se ne può fare a meno. L’Africa ha qualcosa da insegnare.
Tra i casi di scuola della water diplomacy nel continente c’è quello dell’Organizzazione per lo sviluppo del fiume Senegal (Omvs). Creata nel 1972 in risposta alla siccità persistente che affliggeva l’area, riunisce quattro Paesi: Mali, Mauritania, il Senegal stesso e, dal 2006, la Guinea. «L’intesa prevede che le infrastrutture, come le dighe, che ricadono nel bacino del fiume siano proprietà condivisa, con costi e guadagni che vengono ripartiti», dice a L’economia civile Martina Klimes di Siwi, ong svedese che studia le politiche globali di gestione dell’acqua. «Il meccanismo funziona così bene che tanti rappresentanti di Stati esteri vanno lì a prendere spunto», prosegue Klimes.
«Ma c’è anche la Commissione del bacino del lago Ciad tra Camerun, Ciad, Niger, Nigeria, Repubblica centrafricana e Libia», riprende l’esperta. «Si tratta di un’organizzazione che gestisce le risorse idriche della regione, e va anche oltre: per esempio, quando negli anni scorsi un gruppo di studenti fu rapito da Boko Haram (un’organizzazione terroristica jihadista attiva in Africa occidentale, ndr) rappresentava l’unica piattaforma regionale utile a intavolare un negoziato». Un ruolo mantenuto tuttora, con il – relativamente – piccolo lago africano diventato uno snodo di fatto imprescindibile dell’integrazione e della pace nella regione.
Cos’è, dunque, la diplomazia dell’acqua? «È un processo, un modo di arrivare ai risultati», risponde Klimes. «Significa coinvolgere non solo i ministri degli Esteri ma anche ingegneri e scienziati, con le conoscenze tecniche oggi indispensabili che si aggiungono alle complessità politiche». «Ma non si può caricare questi tavoli di pressioni eccessive: non possono sostituire il negoziato tradizionale, semplicemente perché non sono pensati per farlo».
L’ultimo grande progetto infrastrutturale in Africa in ordine cronologico è la Julius Nyerere Hydropower Station, enorme diga sul fiume Rufiji in grado di produrre 2.115 MW di energia. L’opera ha portato la Tanzania a diventare il primo Paese dell’Africa orientale in termini di potenza elettrica installata, superando il vicino Kenya. Parliamo di un Paese che fino a qualche anno fa razionava l’energia e che oggi, invece, dispone di un surplus.
Il progetto, costato 2,9 miliardi di dollari, è stato interamente finanziato con risorse locali, senza cadere nella trappola del debito cinese. I lavori sono stati eseguiti da un consorzio egiziano, rafforzando, quindi, i legami all’interno del continente, e con grande soddisfazione del generale al-Sisi, uomo forte del Cairo.
Anche questa è diplomazia dell’acqua? Klimes parla di esercizio di “soft power” economico da parte dell’Egitto, interessato ad aumentare l’influenza nel bacino del Nilo. Peter Schwarzstein, giornalista e analista specializzato sui temi dell’acqua, si spinge oltre. «Lo definirei piuttosto – ci spiega – il solito gioco tra potenze, solo più mascherato». «Sicuramente non è una coincidenza che a essere coinvolto nella costruzione della diga sia stato proprio l’Egitto: Il Cairo vede la Tanzania come un Paese importante da attirare nella propria rete regionale».
Il ricorso a capitali domestici – e non a quelli delle banche multilaterali di sviluppo – ha anche un’altra causa: da tempo queste istituzioni hanno smesso di finanziare grandi progetti idroelettrici. Troppe regole. «Dalla diga di Assuan del 1970 in avanti, i megaimpianti sono stati uno dei modi più rapidi che i governi autoritari hanno escogitato per mostrare alla popolazione che avevano a cuore il benessere dei cittadini», dice Schwarzstein: ma per la realizzazione si è spesso chiuso un occhio sulle criticità ambientali e sul fronte dei diritti umani, rendendo impossibile ottenere il semaforo verde da organizzazioni internazionali che possono essere paralizzate dai veti incrociati, e che sono sottoposte a vincoli stringenti.
È accaduto anche nel caso della diga Julius Nyerere: migliaia di persone sono state spostate con la forza, e tra l’1,5 e il 3% della Selous Game Reserve è stato allagato. Si tratta di un sito patrimonio mondiale Unesco dal 1982: e infatti l’organizzazione l’ha denunciato. Energia, ambiente o diritti? La partita dello sviluppo può essere cinica, e la soluzione del rebus è ancora lontana.
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