«Il riscaldamento globale si contrasta trasformando le nostre città»
L’urbanista Liliana Miranda Sara lavora per l’Ipcc e guida il “Foro ciudades para la vida”: invita a cambiare gli spazi per salvare le vite

Gli scienziati sono netti. Le città sono la fucina del riscaldamento globale: consumano il 78 per cento dell’energia e producono almeno il 60 per cento delle emissioni globali. Gli spazi urbani, dove risiede più della metà della popolazione mondiale, tuttavia sono, al contempo – anche su questo punto gli studiosi concordano – l’attore chiave nella soluzione dell’emergenza climatica. L’avanguardia nel contrasto al riscaldamento globale. Una serie di esempi lo dimostrano. L’ultimo, in ordine di tempo, Chiclayo, divenuto noto nel pianeta perché a guidarne la diocesi, tra il 2015 e il 2023, è stato Robert Prevost, attuale papa Leone XIV. Il quinto centro del Perù, con quasi un milione di abitanti, è ora il laboratorio del progetto di riqualificazione e giustizia climatica del “Foro ciudades para la vida” diretto Liliana Miranda Sara. Iniziativa che l’architetta e urbanista di fama internazionale, tra gli autori degli ultimi rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), ha appena presentato all’incontro organizzato in Italia, all’Università di Siena, da Wiser, che sta per Well-being in a Sustainable Economy Revisited , progetto europeo che indaga come conciliare economia, felicità ed ecologia.
«Stiamo realizzando un sistema di drenaggio urbano sostenibile – racconta Sara –. Chiclayo si allagava ad ogni pioggerella: era sufficiente una precipitazione di 25 millimetri per innescare il caos». Le foto dell’allora vescovo Prevost con gli stivaloni di gomma e l’acqua alle ginocchia, nel pieno dell’uragano Yaku del 2023, hanno fatto il giro del mondo. La morfologia, perfettamente piana, rende Chiclayo particolarmente vulnerabile. I suoi canali di scolo, inoltre, risalgono all’epoca preincaica ed erano stati pensati per l’irrigazione dei campi circostanti, non per proteggere la città dalle inondazioni. «Abbiamo, dunque, dovuto ripensare il sistema, con la creazione di cisterne per l’acqua. Strutture piccole, situate in differenti punti della città e ricavate nel sottosuolo dei parchi e terreni aperti. Là viene fatta colare l’acqua. Quando sono pieni, un impianto di pompe la aspirano e scaricano nei canali. Ci lavoriamo da quasi dieci anni: abbiamo cominciato nel 2017. Poi ci sono stati gli studi e le analisi di fattibilità. Ora stiamo terminando la costruzione e ci prepariamo alla prova del fuoco di febbraio, la stagione delle piogge raggiungerà il climax. Solo allora toccheremo con mano l’efficacia del piano. Abbiamo, tuttavia, alcuni indicatori incoraggianti. Il modello è stato sperimentato con successo a Trujillo e Piura, altri municipi del Perù settentrionale con frequenti allagamenti. Oltre a risolvere la questione, il drenaggio urbano consente un enorme risparmio idrico: mentre cola dalla terra, la pioggia la irriga. E favorisce la crescita di vegetazione piantata lungo questi corridoi dell’acqua. Alberi che, a loro volta, assorbono smog. Le cisterne sotterranee, infine, riducono la proliferazione di zanzare e delle malattie da loro trasmesse come la dengue».
La “rivoluzione verde” in atto a Chiclayo non è un caso isolato in America Latina. I principali riferimenti sono la colombiana Medellín e Santiago del Cile. La prima è riuscita, nel giro di un decennio, a contenere il rischio di ondate di calore – si parla di una riduzione di tre gradi della temperatura urbana –, piantando milioni di alberi lungo i pendii che caratterizzano il suo paesaggio. In questo modo, inoltre, le radici trattengono il terreno, evitando smottamenti. Più di recente, Santiago ha operato una massiccia elettrificazione dei trasporti di superficie. I bus elettrici si sommano a una metropolitana molto estesa: otto linee. «Il che consente di tagliare le emissioni nonché di non dover aumentare il costo del biglietto ad ogni impennata dei prezzi del petrolio. A conferma che le soluzioni ecologiche possono essere molto convenienti se ben gestite».
Il dinamismo urbano contrasta con lo stallo generale della politica nazionale. Gli Stati arrancano nell’implementazione degli impegni climatici presi in sede multilaterale, a partire dagli Accordi di Parigi del 2015 alla “transizione verso l’uscita dalle fonti fossili” decisa a Dubai tre anni fa. «Su scala locale le procedure sono più snelle e rapide. Sostenere le città è, dunque, il modo più efficace per contrastare la crisi climatica. Lo hanno compreso le banche multilaterali e varie organizzazioni internazionali. I finanziamenti diretti ai Comuni, senza il “filtro” dei rispettivi governi, sono ancora, purtroppo, una percentuale minima del totale.
E, a sua volta, all’interno dei municipi, ai progetti per le zone più povere e vulnerabili all’impatto del cambiamento climatico, arrivano a malapena le briciole di quest’ultima. Circa il 3,5 per cento della finanza climatica, secondo un recente studio della Banca mondiale», sostiene l’esperta. La carenza di risorse è il principale ostacolo alla transizione ecologica in ambito urbano.
«Quella più rapida ed efficace», ribadisce l’architetta. Il paradosso si inserisce nel grande nodo irrisolto della politica climatica internazionale che destina la gran parte delle risorse – oltre il 60 per cento – alle misure per ridurre le emissioni ovvero la “mitigazione”, in linguaggio tecnico. L’ultima Conferenza Onu per il clima (Cop30), un anno fa a Belém, ha esortato gli Stati a triplicare i soldi per il cosiddetto “adattamento”, le azioni rivolte a contenere gli impatti del riscaldamento globale. Il gap, tuttavia, resta. «In ambito locale si fa voragine. Il fatto è che i protagonisti delle trattative, durante le Cop, sono i rappresentanti dei differenti differenti governi nazionali. Le amministrazioni locali sono a malapena una comparsa – spiega Liliana Miranda Sara –. A farne le spese sono i cittadini, a partire dai più colpiti e fragili. Il clima in cui abbiamo vissuto finora non esisterà più. Il nuovo rapporto del Programma Onu per l’Ambiente (Unep) non lascia adito a illusioni: l’obiettivo di contenere il surriscaldamento entro l’1,5 gradi entro la fine del secolo è sfumato. Un’azione rapida potrebbe consentirci di rimanere almeno all’interno della soglia dei 2 gradi. In ogni caso, entriamo in uno scenario inedito, con effetti imprevedibili e immediati sulla terra e i suoi abitanti. Per affrontarli con la rapidità necessaria e salvare vite umane, dobbiamo realizzare una riforma dello spazio in cui queste vite si svolgono. Le città, dunque. Va ripensato il modo di costruire il sistema viario, riducendo al minimo l’asfalto. I condomini devono ricevere il grosso dell’energia dai pannelli solari. Dobbiamo elettrificare la mobilità – conclude la direttrice del “Foro ciudadades para la vida” -. Prima di tutto, di fronte a un’emergenza già in corso, è urgente creare sistemi di allerta rapida delle calamità. Nonché modelli di evacuazione e rifugi in cui le persone possano proteggersi dalle conseguenze dei fenomeni estremi. Non necessariamente si tratta di opere mastodontiche. A volte sono sufficienti interventi semplici che hanno, tuttavia, un’efficacia grandissima. Non si tratta solo di spendere di più. Ma di destinare con maggior lungimiranza le risorse».
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