Filantropia privata e volontariato valgono 25 miliardi: «Facciamo sistema»
Servono dati comparabili e un consolidamento tra le migliaia di enti oggi troppo frammentati: la ricerca di EY Foundation ed EY-Parthenon prova a fare chiarezza su un settore ancora largamente invisibile alle statistiche ufficiali

Vale quasi quanto una manovra di bilancio di medie dimensioni, ma continua a rimanere in larga parte invisibile. La filantropia privata e il volontariato in Italia generano infatti un valore economico vicino ai 25 miliardi di euro, eppure il Paese non dispone ancora di un sistema capace di misurarne con precisione dimensioni, flussi e impatto. È il punto di partenza della ricerca realizzata da EY Foundation ed EY-Parthenon, che prova a mettere ordine in un universo frammentato di dati e a offrire una fotografia complessiva di un settore destinato ad assumere un peso crescente anche per la tenuta del welfare.
Lo studio stima in almeno 12,7 miliardi di euro le entrate riconducibili alla filantropia economica privata, sommando fondazioni bancarie, fondazioni d'impresa, 5 e 8 per mille, erogazioni liberali, lasciti testamentari e una quota significativa di donazioni che oggi sfuggono alle rilevazioni ufficiali. A questo valore si aggiunge il contributo del volontariato, stimato in circa 12 miliardi di euro. «Volevamo capire quanto pesa davvero il Terzo settore», spiega Mario Rocco, Valuation, Modelling and Economics Leader di EY in Italia. «Ci siamo trovati di fronte a un patrimonio informativo ricco ma frammentato, con dati raccolti da soggetti diversi e metodologie spesso non comparabili. A rendere il quadro ancora più complesso si aggiunge un rilevante sfasamento temporale: alcune fonti vengono aggiornate rapidamente, mentre altri dati vengono pubblicati con un ritardo di due o tre anni, restituendo una fotografia che rischia di essere già superata nel momento in cui viene pubblicata. Solo mettendo insieme tutti questi tasselli è stato possibile misurare il valore reale del settore».
La ricerca nasce infatti dalla constatazione che non esiste oggi una base informativa unitaria. I dati dell'Istat, quelli del Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts), le rilevazioni dell'Agenzia delle Entrate, del ministero dell'Economia, delle fondazioni bancarie e di altri soggetti descrivono ciascuno soltanto una parte del fenomeno. Il risultato è un mosaico incompleto, nel quale diventa difficile persino stabilire con certezza quante siano le organizzazioni attive.
Proprio questa frammentazione produce quello che lo studio definisce un gap informativo strutturale, che non riguarda soltanto l'Italia ma rappresenta una criticità riconosciuta anche a livello internazionale. Senza dati omogenei e comparabili diventa complicato per policy maker, imprese e organizzazioni sociali comprendere davvero il peso economico del settore e costruire politiche efficaci. Una delle stime più significative riguarda proprio ciò che oggi non compare nelle statistiche ufficiali. EY quantifica infatti in circa 5,2 miliardi di euro il cosiddetto “non dichiarato”: «Le survey mostrano che oltre la metà degli italiani dichiara di aver donato, ma solo una quota molto ridotta, attorno al 4-5% dei contribuenti, porta poi la donazione in dichiarazione dei redditi», osserva Rocco. «Tutto ciò che passa attraverso canali come Sms solidali, crowdfunding o Art Bonus sfugge in larga parte alle rilevazioni fiscali, eppure rappresenta una parte importante del contributo reale del Terzo settore».
Accanto alle risorse economiche emerge poi il peso del lavoro gratuito. La valorizzazione del volontariato, calcolata applicando una metodologia analoga a quella utilizzata dal Cnel, restituisce un contributo di circa 12 miliardi di euro. Un dato che, sottolinea la ricerca, conferma come una parte essenziale del welfare italiano continui a poggiare su attività che raramente vengono considerate nelle analisi economiche tradizionali. Misurare meglio significa anche rafforzare la fiducia. «Se aumenti la trasparenza nella rilevazione, aumenti anche la propensione di chi vuole contribuire al Terzo settore. Chi dona vuole sapere dove finiscono le risorse e quale impatto producono». Una maggiore leggibilità del sistema, aggiunge, diventa quindi uno strumento per attrarre nuovi donatori e consolidare il ruolo della filantropia nella società.
Lo scenario diventa ancora più rilevante se incrociato con le trasformazioni demografiche. Nei prossimi decenni il Paese assisterà infatti a un enorme trasferimento di ricchezza per successione: secondo le stime richiamate dalla ricerca, tra il 2020 e il 2030 passeranno di mano patrimoni per oltre 1.100 miliardi di euro, destinati a superare i 3.200 miliardi nel periodo 2020-2040. Una parte di queste risorse potrebbe alimentare in misura crescente il Terzo settore, soprattutto in un contesto di finanza pubblica sempre più sotto pressione. «Il ruolo delle fondazioni e del Terzo settore diventerà veramente importante», osserva Rocco. «Il debito pubblico limita sempre di più la capacità dello Stato di rispondere ai bisogni. Per questo bisogna creare un sistema capace di rendere produttive, per la società, le grandi ricchezze che verranno trasferite nei prossimi anni».
Tra le possibili leve individua una maggiore sensibilizzazione degli attori coinvolti nei lasciti testamentari, incentivi fiscali che favoriscano le destinazioni filantropiche e, soprattutto, una crescita della capacità organizzativa del Terzo settore. Oggi, osserva Rocco, il panorama italiano è caratterizzato da una forte polverizzazione: centinaia di migliaia di enti, molti dei quali di dimensioni minime, che faticano a sostenere gli adempimenti richiesti e a investire in competenze, raccolta fondi e misurazione dell'impatto. «Probabilmente dovremmo lavorare a un consolidamento», afferma. «Se cinquanta piccole organizzazioni riescono a fare rete o ad aggregarsi, l'impatto complessivo può diventare molto più grande della semplice somma delle singole esperienze». In questa prospettiva, il valore della ricerca non sta tanto nell'aver individuato un numero definitivo, quanto nell'aver mostrato quanto il sistema sia ancora poco conoscibile. Solo passando da un modello fondato su ricostruzioni indirette a uno basato su dati rilevati, aggregati e confrontabili nel tempo la filantropia potrà essere riconosciuta non come una sommatoria di esperienze virtuose, ma come una componente strutturale dell'economia civile italiana, capace di dialogare con le istituzioni e contribuire in modo sempre più decisivo alla costruzione del welfare del futuro.
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