La legge sulle lobby non piace a chi vuol fare il bene di tutti

di Elena Inversetti
Il ddl approvato alla Camera arriva al Senato tra le proteste di The Good Lobby Italia e del Forum del Terzo settore, che temono venga penalizzato l’attivismo civico a vantaggio delle grandi lobby economiche
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September 11, 2026
La legge sulle lobby non piace a chi vuol fare il bene di tutti
Il flash mob degli studenti fuori sede che hanno inscenato una protesta contro l'impossibilità di esprimere il voto domenica e lunedì prossimo al referendum sulla giustizia, nei pressi della sede di Porta di Massa dell'Università Federico II di Napoli, 20 marzo 2026. ANSA/ CIRO FUSCO
Approvato dalla Camera il 29 gennaio scorso, il disegno di legge sulla rappresentanza degli interessi o regolamentazione del lobbying è ora all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Ma ha già raccolto obiezioni dal mondo del Terzo settore. Tra le voci più critiche c’è The Good Lobby Italia, che fa parte della organizzazione non profit paneuropea con l’obiettivo di democratizzare l’accesso al potere. Ha infatti presentato una memoria scritta, a nome della coalizione #Lobbying4change, evidenziando il rischio di penalizzare l’attivismo sociale e le non profit. Insomma, di favorire il lobbismo, che altra cosa è dal lobbying. Anche se entrambi i termini sanno di parolaccia.
«Normalmente associamo il lobbying a interessi privati che cercano di influenzare indebitamente la politica» ci dice Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia, «in realtà, fare lobbying significa portare un punto di vista per favorire gli interessi generali e contribuire al dibattito politico». The Good Lobby Italia infatti porta avanti proposte per rafforzare la qualità della democrazia, raccogliendo le istanze dei comitati civici, delle associazioni non profit e delle imprese sociali nella logica dell’economia civile. Un esempio: il voto fuori sede. Da anni l’organizzazione coordina la rete Voto Fuorisede che ha contribuito a portare il tema nel dibattito pubblico e a costruire consenso attorno a un diritto fino a poco tempo fa ignorato. Il 16 luglio scorso la Camera ha approvato all’unanimità l’emendamento che permetterà agli studenti fuori sede di votare senza dover tornare nel Comune di residenza, un risultato che porta la prima firma di un deputato di maggioranza e che arriva al termine di una mobilitazione dal basso.
In particolare la coalizione #Lobbying4Change, costituita da 54 organizzazioni non profit da Slow Food, WWF, Greenpeace ad altre piccolissime, obietta al DDL lobbying «la cristallizzazione delle asimmetrie informative che già esistono: gli attori più potenti non dovranno essere tracciati, quelli più deboli saranno costretti a esserlo» spiega Anghelé. «Immagina un’associazione ambientalista costretta a dichiarare tutti gli incontri con il ministro dell’Ambiente, mentre la lobby dell’energia fossile invece non dichiara nulla. È una follia».
Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia
Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia
Anche il Forum del Terzo settore non è d’accordo con questo DDL, ma la sua posizione è più radicale rispetto a quella di The Good Lobby Italia. Il portavoce Giancarlo Moretti ha infatti chiesto al Senato di escludere gli Enti del Terzo Settore dal DDL. «Ci siamo confrontati con il Forum quando c’è stata la proposta di legge alla Camera» racconta Anghelé. «Siamo convinti che una logica sistemica che preveda una legge che moltiplichi l’accesso al processo decisionale sia migliore rispetto a quella corporativa di esclusione. Il tema non è essere o meno una lobby: è partecipare ai processi decisionali con regole trasparenti ed eque. Per questo motivo non possiamo chiamarci fuori dal DDL».
Nella logica della partecipazione civica e diffusa The Good Lobby Italia sta per lanciare una rete di laboratori territoriali per attivare un processo democratico dal basso. «Si chiameranno Circle e si basano su un modello che non abbiamo inventato noi. Ho partecipato a un paio di incontri organizzati da Claudia Garuti e Alessandra Bravi a Vienna che hanno il merito di avere sistematizzato questo modello. Il punto di partenza è che la storia dell’umanità è nata attorno a un cerchio in cui le persone si riunivano per prendere decisioni, per parlare, per scambiarsi idee». E anche la storia di molte rivoluzioni e cambiamenti nasce proprio attorno a un cerchio.
Oggi siamo molto disabituati ad ascoltare e i Circle sono anzitutto l’occasione di tornare ad ascoltare anche e soprattutto persone che la pensano diversamente. «Quindi, ancor prima del contenuto, è importante il metodo: offrire uno strumento di dibattito partecipativo in cui tutti abbiano lo stesso tempo a disposizione per esprimersi e essere ascoltati».
Una rivoluzione pacifica nell’epoca della polarizzazione, a servizio anche dell’economia civile. «L’aumento delle diseguaglianze sta cambiando il contesto democratico in cui abbiamo operato finora. Quindi siamo noi cittadini i primi a dover cambiare le regole. E l’ascolto reciproco è un primo passo per poi saperci far ascoltare nei luoghi in cui vengono prese le decisioni».
Quindi lobbying, non lobbismo. La differenza la fanno gli interessi che si portano sul tavolo e che sono quelli generali, diffusi che consentono ai cittadini di avere voce nei contesti decisionali. «Esser lobby come Terzo settore significa strutturarsi e organizzarsi politicamente (non partiticamente) per controbilanciare il peso degli interessi privati così da tornare a rappresentare quegli interessi pubblici che oggi soffrono».

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