Giochi di società
dietro le sbarre:
le evasioni mentali
che creano relazioni

A Fermo, un progetto di Clementoni e Università di Macerata trasforma il gioco da tavolo in uno spazio di relazione e crescita tra i detenuti, tra ricerca accademica e inclusione
May 6, 2026
Giochi di società
dietro le sbarre:
le evasioni mentali
che creano relazioni
«Nomi, Cose, Città» è un gioco da tavola dalle regole semplici, eppure capace di sprigionare la voglia di aprirsi, condividere aneddoti e ricordi fino ad alleggerirsi del peso della detenzione. «Durante le partite c’è confronto e desiderio di migliorare le proprie capacità linguistiche. Le sue partite sono tra le favorite», spiega Tamara Lapucci, Consumer Insights Manager e responsabile per le attività sociali di Clementoni Spa, azienda italiana produttrice di giochi che nella casa di reclusione di Fermo si è attivata con “Gioco in carcere” insieme all’Università di Macerata. Grazie al progetto, nei mesi scorsi, per un paio di volte a settimana, dei ricercatori hanno organizzato dei laboratori di gioco fra i reclusi, con dadi, carte e tabelloni colorati di Clementoni e di altri brand. Un’attività dai mille volti, che va dalla vicinanza umana alle persone detenute, alla ricerca accademica su benefici e dinamiche del gioco. «E c’è anche il desiderio di migliorare i nostri giochi da tavola e renderli sempre più inclusivi, dopo averli messi alla prova in ambienti meno ordinari».
Lo staff che ha curato i laboratori nel carcere di Fermo
Lo staff che ha curato i laboratori nel carcere di Fermo
L’iniziativa inizia da lontano. Da circa un decennio Clementoni, che ha sede a Recanati, e l’Università di Macerata organizzano momenti ludici nei reparti pediatrici, nelle residenze per anziani, con i malati di Alzheimer o con persone con disturbi dello spettro autistico, così da mettere in campo la forza educativa e terapeutica del gioco, laddove la vulnerabilità rischia di trasformarsi in fragilità. Come nelle carceri. «Il giocare è al centro di numerosi studi psicologici e clinici, come strumento di sostegno, dove si vive sospesi tra regole e libertà creativa – racconta Paola Nicolini, docente di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Macerata –. Per una persona detenuta, questa “evasione” mentale apre a nuove opportunità ed è un pretesto per mettere al centro la relazione personale».
La stanza dedicata alle attività ricreative della casa di reclusione di Fermo è incuneata a lato dell’area dove sono allineate le stanze di contenimento. È un piccolo spazio, dalle pareti segnate dal tempo, come lo è tutto il carcere fermano, un edificio del primo Novecento stretto tra le strade del centro. Secondo le ultime rilevazioni i reclusi sono sessantacinque, su una capienza di cinquanta. Tantissimi hanno problemi di tossicodipendenza o condanne per reati connessi all’uso di sostanze, in un contesto di sovraffollamento. «La dimensione di estrema ristrettezza forzata spesso accentua l’emergere di atteggiamenti di chiusura, duri e dominanti. Abbiamo portato tra loro giochi che non hanno nulla a che fare con l’azzardo o la competizione fine a sé stessa ma che piuttosto, per la loro leggerezza disinteressata, stimolano senso di libertà e divertimento, dentro le regole ludiche», aggiunge Tamara Lapucci.
Sono stati sperimentati giochi non solo prodotti da Clementoni, ma anche le carte di Dixit, per esempio, e altri capaci di attivare incontro e immaginazione. «Abbiamo provato anche con i puzzle per adulti, ma purtroppo il loro assemblaggio risulta di difficile gestione nei limitati spazi del carcere». La prima esperienza di Clementoni nella realtà carceraria risale a diversi anni fa, quando l’azienda fornì gratuitamente dei giochi per gli spazi di incontro fra detenute e figli nella casa circondariale femminile di Pesaro. Contatti successivi sono stati stabiliti con altri istituti, fino a costruire una partnership con Fermo anche grazie alla mediazione dell’Università di Macerata e all’apertura della Direttrice Serena Stoico e della delegata del Rettore per il Polo didattico penitenziario, Lina Caraceni. I pomeriggi ricreativi attorno a un tavolo hanno permesso di capire quali siano i giochi migliori nel superare le variegate barriere culturali e linguistiche che si trovano in un ambiente dimenticato come il carcere. «È una realtà frammentaria, i partecipanti sono variabili, tra entrate, uscite, trasferimenti. Le osservazioni non possono avere valore statistico – continua la professoressa Nicolini – eppure, grazie all’impegno dei nostri ricercatori, in un lavoro congiunto tra psicologia, pedagogia e diritto siamo riusciti a elaborare dei modelli». Lo scopo ora è diffonderli su scala nazionale, tra le istituzioni, per promuovere i benefici del gioco da tavola negli istituti di reclusione italiani.
Ora il percorso seguirà altri vettori. Chi vuole potrà divenire “animatore ludico” e insegnare il gioco agli altri, competenza non banale, perché per riuscirci bisogna avere una fiducia in sé fondata su leggerezza e serietà. E poi c’è un altro delicatissimo traguardo: fare del gioco un punto di incontro tra genitori e figli, al momento delle visite. «Stiamo mettendo a punto la situazione migliore per sciogliere quella durezza che l’ambiente carcerario imprime. E far sì che padri e figli separati dalla reclusione trovino attorno al gioco quella loro intimità profonda», aggiunge Stefano Polenta, tra i curatori del progetto.

© RIPRODUZIONE RISERVATA