Con le gonne
sulle vette più alte:
le scalate per i diritti delle Cholitas

Le donne indigene Aymara che scalano le Ande in gonna tradizionale: le Cholitas Escaladoras, nate nel 2015 in Bolivia, sono diventate simbolo di emancipazione femminile e difesa ambientale, sfidando discriminazioni e vette fino all'Aconcagua e al Monte Bianco
March 25, 2026
Con le gonne
sulle vette più alte:
le scalate per i diritti delle Cholitas
Il prossimo obiettivo sarà il campo base dell’Everest: «Non tenteremo la vetta, sarà un’esercitazione per altri ottomila nella zona, meno battuti», racconta Ana Lía Gonzales. «Non vogliamo contribuire ulteriormente al sovraffollamento della montagna più alta del mondo». Le Cholitas Escaladoras sono presto diventate delle icone tra gli appassionati di alpinismo: nel 2015 un gruppo di undici donne indigene boliviane di etnia Aymara ridisegna i confini di ciò che era possibile. O, meglio, di ciò che alle donne era venduto come tale: come la montagna, che per molte di loro era sempre stata vicina eppure irraggiungibile. Nonostante un’avanzata legislazione in materia, i tassi di discriminazione e violenza di genere in Bolivia restano tra i più alti dell’America Latina. Le Cholitas lavoravano come cuoche d’alta quota o assistenti nelle spedizioni alpinistiche e osservavano da lontano le partenze delle cordate. «La montagna era un luogo riservato agli uomini», dice Ana Lía. «Al campo base, quando vedevamo i turisti tornare, a volte felici, altre arrabbiati, sognavamo di andare lassù, di capire cosa si prova a raggiungere la cima». Ma la risposta che ricevevano dalle guide era sempre la stessa: non potevano salire e comunque non sarebbero mai state in grado.
Finché nel 2015 i tanti strati delle loro polleras – le ampie gonne tradizionali dai colori vivaci – sono finalmente cullati dall’aria delle montagne andine. Raggiungono la cima dell’Huayna Potosí, 6.088 metri, nella Cordillera Real, a nord di La Paz: «Quando siamo arrivate in vetta abbiamo capito che anche noi potevamo farcela», racconta Ana Lía. «Da lì è iniziato il movimento delle Cholitas». Che la gonna con cui scalano non sia un vezzo lo si capisce da come Teodora, la mamma di Ana Lía, la rigira tra le mani mentre parla. Così come non lo è la scelta del nome Cholitas, che oggi viene rivendicato con orgoglio ma che veniva usato come insulto. Indicava le donne indigene Aymara, a cui per lungo tempo è stato impedito di prendere il tram, andare al cinema, entrare nei ristoranti o semplicemente camminare in Plaza Murillo, cuore politico del Paese. L’elezione del primo presidente indigeno, Evo Morales, nel 2006 è stata il culmine di una serie di lotte da parte dei popoli indigeni – ad oggi il 38% della popolazione – per partecipare alla vita pubblica. Vent’anni di governo del Movimento al Socialismo hanno lasciato uno Stato Plurinazionale, che ha riconosciuto i diritti inediti alle 36 popolazioni indigene, così come promesse rimaste tali.
«Fin da piccola sognavo la montagna ma non era nella nostra tradizione: il nostro destino era lavorare la terra e accudire i figli», racconta Ana Lía. Si gira verso la madre, che è sempre stata cuoca d’alta montagna: riconosce che a salvarla è stata la mentalità aperta dei suoi genitori. Racconta con orgoglio come l’abbiano sempre sostenuta, avvicinandola alla montagna, facendole fare quello che era riservato agli uomini. «Sono orfana, non ho avuto nessun tipo di supporto e non ho potuto studiare», racconta Teodora, «per questo ho sempre appoggiato le mie figlie, affinché lottassero per raggiungere tutto quello che desideravano. Anche se fosse stato sciare e scalare come facevano gli uomini!». Le Cholitas hanno sfidano i divieti con gli abiti tradizionali, che originariamente furono imposti dal dominio coloniale spagnolo: «Semplicemente non avevamo altro…», ricorda Ana Lía. L’attrezzatura mancava, i caschi spesso non c’erano e le scarpe non erano della misura giusta. «Usavo gli stivali di mio padre ma io porto il 35: erano molte taglie in più e camminavo come un robot!», racconta ridendo mentre mima l’azione con le braccia rigide. E così la pollera diventa un simbolo di rivendicazione e di orgoglio: «Abbiamo scoperto la forza di noi donne, abbiamo aperto cammini che un tempo facevano solo gli uomini, abbiamo ispirato tante altre giovani». Hanno affrontato le cime più alte dell’America Latina, nel 2019 hanno raggiunto la vetta del Monte Aconcagua – la più alta fuori dall’Asia – e di recente il Monte Bianco.
Il rapporto delle Cholitas con le montagne è profondamente spirituale. «Concepiamo le montagne come esseri viventi», spiega Teodora. «Per questo la nostra lotta è processo di emancipazione ma anche un grido per la salvaguardia della montagna». Ogni scalata parte con un’offerta agli Achachilas, gli spiriti protettori delle montagne nella cosmologia andina: cannella, fumo di sigaro, foglie di coca. Gli abiti color terra, che si mimetizzano tra i colori brunastri della natura, si alternano al contrasto tra le polleras coloratissime e le rocce grige nel documentario prodotto a febbraio dall’azienda specializzata Scarpa e il marchio Gore-Tex, che hanno unito le forze per sostenere le Cholitas Ecaladoras. Negli ultimi anni hanno osservato loro stesse gli effetti del cambiamento climatico. «Sul Monte Bianco abbiamo visto che il ghiaccio si scioglie molto più rapidamente», spiega Teodora. Il pensiero di Ana Lía va al Chacaltaya, la pista da sci più alta del mondo alle spalle di La Paz: ricordi che risalgono a quando lei aveva cinque anni, oggi a causa dell’aumento delle temperature e della riduzione delle precipitazioni non rimane più niente. Secondo i dati dell’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica, negli ultimi 30 anni i ghiacciai tropicali della regione hanno perso tra il 37 e il 42 per cento della loro superficie. Un fenomeno che incide direttamente sulla vita delle città di La Paz ed El Alto, dove oltre 1,6 milioni di abitanti si riforniscono di acqua glaciale. Loro però guardano avanti, l’obiettivo futuro è diventare guide alpine: «Continuiamo a formarci, vogliamo professionalizzarci per poter essere indipendenti». La notorietà internazionale non ha cancellato le discriminazioni. Ancora oggi, a casa, il pregiudizio resiste. Mamma e figlia si guardano, come se si rimpallassero a vicenda il silenzio grave portato dal tema. Alla fine, chiosa Teodora: «Sì, siamo ancora discriminate da parte degli uomini. Ma adesso sappiamo come difenderci!».
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