Che cosa serve per accelerare verso una società generativa
Dalle buone pratiche al voto col portafoglio, dalla formazione all’impatto politico: perché l’economia civile può aiutare a curare le comorbidità del nostro tempo e a costruire una società più giusta, cooperativa e generativa

Gli economisti civili hanno l’ambizione di voler essere medici del sistema socioeconomico. Il sistema è affetto da comorbidità (povertà, diseguaglianze, emergenza climatica, crisi democratica, carestia di senso del vivere). È una macchina poderosa costruita per creare sempre più beni e servizi in meno tempo, mette al centro il tema del benessere del consumatore che spesso va in contraddizione con la dignità del lavoro. È tanto straordinaria nel creare valore quanto pessima nel redistribuirlo.
Come economisti civili abbiamo individuato i quattro guasti e i quattro pezzi da sostituire. L’homo economicus (felice solo quando aumentano i suoi consumi e i suoi redditi) va sostituito con l’homo integralis che è la vera fotografia di ciò che ci rende felici (ricchezza di senso del vivere, qualità delle relazioni, generatività, connessioni e trascendenza). L’azienda massimizzatrice di profitto “non importa come” va sostituita da imprese ed imprenditori più ambiziosi che non guardano solo al profitto ma anche all’impatto sociale ed ambientale. L’idea che la politica sia solo dall’alto (Bce e leader delle istituzioni) va modificata tenendo conto della sussidiarietà e del ruolo fondamentale di noi cittadini in termini di partecipazione e cittadinanza attiva dal voto col portafoglio dei consumi e risparmi responsabili all’amministrazione condivisa (se vogliamo che la democrazia sopravviva). Infine, come ricorda Amarthya Sen “ what you measure you treasure, what you treasure you measure” (“ciò che misuri è ciò che ti sta a cuore, e ciò a cui tieni lo misuri”). La crescita del Pil non è condizione sufficiente per l’aumento della soddisfazione e ricchezza di senso di vita. Abbiamo bisogno di indicatori di benessere multidimensionali e di generatività per valutare il progresso civile delle comunità e dei territori.
Ebbene in questa rivoluzione/sostituzione dei quattro pezzi dove siamo arrivati?
La generatività che è una tensione al bene insopprimibile dentro di noi (che talvolta soffochiamo, o di cui disperiamo di vedere i possibili sbocchi, dati i vincoli del sistema) spinge l’umanità a fare passi avanti sui primi due punti. Le persone non si comportano da homo economicus perché sanno che la gratuità è come l’ossigeno. L’intelligenza relazionale dell’uomo integrale e il suo desiderio di generatività ci ha portato a costruire nel tempo grandi organizzazioni che non subordinato tutto al massimo profitto (da tutte le forme di imprese etiche e cooperative, alle organizzazioni del terzo settore fino alle imprese profit che virano verso la responsabilità sociale o inseriscono un obiettivo sociale nella loro attività). Per fare solo un esempio, una delle forze principali del nostro sistema economico, quella dei grandi consorzi (agroalimentare e non solo) che hanno saputo coniugare la piccola proprietà con le economie di scala necessarie per conquistare mercati internazionali. Sugli indicatori il problema non è statistico/concettuale ma politico e di comunicazione. Abbiamo costruito una pletora di misure oltre il PIL ma il passo fondamentale è la loro adozione come riferimento delle politiche economiche. Il fatto che in Italia gli indicatori del Bes siano utilizzati nella valutazione delle manovre di bilancio è importante ma bisogna poi vedere quanto effettivamente pesa nella politica e nella comunicazione tutto questo.
L’intelligenza relazionale dell’uomo integrale e il suo desiderio di generatività ci ha portato a costruire nel tempo grandi organizzazioni che non subordinato tutto al massimo profitto.
Dalle buone pratiche al voto col portafoglio, dalla formazione all’impatto politico: perché l’economia civile può aiutare a curare le comorbidità del nostro tempo e a costruire una società più giusta, cooperativa e generativa.
Sulla cittadinanza attiva l’immagine che mi viene subito in mente è quella di un seme che il vento ha portato un po’ ovunque e che ha prodotto frutti su terreni che non ci aspettavamo e magari non lo ha fatto dove credevamo. Perfetti da questo punti di vista i versi di una nota canzone di Ivano Fossati quando recita “Ci vedrete alla frontiera con la macchina bloccata. Ma lui ce l’avrà fatta. La musica è passata“. Alcuni dati. Lo studio Simon-Kucher 2024 evidenzia che il 54% dei consumatori è disposto a pagare un premio per prodotti sostenibili, e in Italia due consumatori su tre dichiarano di accettare un sovrapprezzo, mentre quasi la metà sta modificando concretamente le proprie abitudini verso scelte più responsabili. Questa tendenza si riflette anche nella finanza: il Global Sustainable Investment Review 2022 stima in 30,3 trilioni di dollari gli asset sostenibili a livello globale, mentre Morningstar riporta che nel terzo trimestre 2024 i fondi sostenibili hanno raggiunto circa 3,3 trilioni di dollari di masse gestite. Si tratta di titoli finanziari ad impatto sociale e ambientale che i risparmiatori scelgono non solo per il rendimento, ma anche per il contributo positivo generato. In Italia il “voto col portafoglio” nel risparmio responsabile non è più una nicchia: a fine 2024 i fondi articolo 8 e 9 rappresentano oltre la metà del mercato, per un ordine di grandezza di circa 1.200 miliardi di euro, e secondo il Rapporto Consob 2024 il 50% degli investitori italiani si dichiara interessato agli investimenti sostenibili.
E allora perché ci sembra tutto così catastrofico ? Perché il mondo della comunicazione è solito raccontare più l’albero che cade che la foresta che cresce. E c’è anche una motivazione etica in questo perché il ruolo di denuncia è fondamentale per intervenire e correre ai ripari dove è necessario. Ma se leggessimo la realtà con una sola lente sarebbe fuorviante. Alla lente della denuncia dobbiamo aggiungere quella della gratitudine e della speranza. La vita non è un gioco a somma zero, dove l’altro è il nemico che mi contende la fetta di una torta di dimensione fissa, ma un gioco a somma positiva dove l’intelligenza relazionale, quella dell’homo integralis e non dell’homo economicus, vorrebbe che applicassimo il principio della cooperazione dove uno con uno fa sempre più di due e aiuta a costruire torte più grandi. Se in 2000 anni siamo passati da 23 a 78 anni di aspettativa di vita media sul pianeta e da 230 milioni a 8 miliardi non possiamo dubitare che sia così. Viviamo un’epoca di potenzialità straordinarie che potrebbero volgersi contro di noi senza intelligenza spirituale e relazionale. Per questo la testimonianza e l’impegno civico, intellettuale e politico delle persone sensibili è d’importanza fondamentale. La storia siamo noi ci ricorda un’altra bella canzone italiana, il mercato siamo noi fa eco l’economia civile. Cosa serve per accelerare il passo? Siamo forti nelle buone pratiche, nella formazione e siamo diventati forti nella cultura con la stagione dei festival.
E noi facciamo il nostro con la scuola di economia civile, il Festival nazionale dell’economia civile e il manifesto del rinascimento economico dove i principi dell’economia civile sono stati sposati da più di 300 economisti che organizzano un evento internazionale ogni anno. Abbiamo creato una musica e uno s-partito con il quale cerchiamo di conquistare la classe politica. Possiamo e dobbiamo crescere ancora nel campo della comunicazione e dell’impatto politico. Se sappiamo tutto su cosa serve per essere felici (gli ingredienti dell’homo integralis) perché non lo siamo? Perché la felicità è faticosa, molti sono disperati e pensano che per loro non sia raggiungibile e le strutture del mondo in cui viviamo sono spesso prigioni e labirinti che ci impediscono di camminare verso la meta. È compito dei generativi di tutto il mondo uniti lavorare per aiutare tutti a superare questi ostacoli.
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