Anti-age e cosmetici per bambini? Quella pazza moda finita sotto la lente della Ue

Due istruttorie contro le pratiche dell'industria cosmetica rivolte ai pre-adolescenti
April 8, 2026
Anti-age e cosmetici per bambini? Quella pazza moda finita sotto la lente della Ue
Chi si occupa di comunicazione, marketing e pubblicità ha sentito sempre più spesso parlare di “micro-influencer”. Soprattutto a seguito delle note vicende Ferragni-Balocco, quando il pandoro-gate ha messo in ginocchio l’intero settore dominato da testimonial digitali con milioni di follower, e i pubblici di nicchia hanno continuato a seguire personaggi decisamente più credibili e con seguiti più ridotti. E mentre quel micro marketing, di micro-influencer, per micro-audience, provava a risollevare le sorti della categoria, il micro approfittava della disattenzione generale per ridurre anche l’età anagrafica di sorgenti e destinatari, con buona pace della aziende committenti, complici e prive di scrupoli, che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha finalmente messo sotto osservazione. Per la prima volta in Europa sono state avviate due istruttorie nel campo dell’industria cosmetica: Sephora Italia e Benefit Cosmetics, per «possibili pratiche commerciali scorrette relative all’uso precoce di cosmetici per adulti da parte di bambini e adolescenti, anche di età inferiore a 10/12 anni, favorendo acquisti compulsivi di maschere viso, sieri e creme anti-age». E dev’essere micro anche la tua professionalità di manager del marketing, se riesci a mettere sul mercato un prodotto anti-età destinato a un pubblico di minorenni, ed è un peccato che serva un’istruttoria dell’Agcm per fartelo vedere, anziché un qualsiasi rigurgito di coscienza che provi a scalfire il tuo business plan.
Ma se l’autostima delle ragazzine è fomentata da beauty-influencer sempre più giovani dubito che le responsabilità siano solo di marketer e famiglie, di fronte a un presidente che tra una guerra e l’altra trova il tempo di appellare le giornaliste scomode riferendosi all’aspetto fisico e al suo personalissimo metro di giudizio, i cui canoni estetici sono facilmente reperibili tra foto e mail resi pubblici nei file del caso Epstein. Tornando invece al fenomeno che è alla base di questa storia, cosmeticoressia e dermorexia sono le patologie che dagli Stati Uniti all’Europa stanno colpendo sempre più giovani ragazzine che finiscono come target nel mirino di chi rivolge loro prodotti e packaging ammiccanti, colorati e profumati come il “Bum Bum Set”, un cofanetto di bellezza comprensivo di crema per il corpo, gel doccia e spray profumato «da spruzzare dalla testa ai piedi per assaporare le sue note inebrianti di pistacchio e caramello salato». Così si racconta il beauty box dentro un commento della giornalista Claudia Arletti che denuncia la cosa in un bell’editoriale di qualche settimana fa. Due aziende dentro un’istruttoria forse sono un’eccezione, ma viste le dimensioni del fenomeno è importante che il tema entri definitivamente nelle agende di chi scrive marketing e pubblicità, altrimenti le eccezioni rischiano di diventare facilmente la regola.

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